MARCUS ZUSAK.
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STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI.
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Parte 1.
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Titolo originale: The Book Thief. 2005
Traduzione di: Gian M. Giughese.
2018. Mondadori Libri, Milano.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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 il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese  col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed  solo l'inizio.
Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un
oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante
al tempo stesso, un lbriccino abbandonato l, forse,
o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero.
Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova
tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con s.
Cos comincia la storia di una piccola ladra, la storia d'amore di
Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano
un talismano contro l'orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo
impara a leggere e ben presto si fa pi esperta e temeraria: prima
strappa i libri ai roghi nazisti perch ai tedeschi piaceva bruciare cose.
Negozi, sinagoghe, case e libri, poi li sottrae dalla biblioteca
della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n'
uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura.
Ma i tempi si fanno sempre pi difficili. Quando la famiglia putativa
di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina
all'improvviso diventa pi piccolo. E, al contempo, pi vasto.
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L'autore.
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MARKUS ZUSAK  nato nel 1975 e vive
a Sydney con la moglie ed i due figli. Premiato
autore di diversi romanzi, Markus
Zusak ha raggiunto la fama internazionale
grazie all'enorme successo di Storia
di una ladra di libri, tradotto in quaranta
lingue, bestseller da otto milioni di copie
nel mondo, dal quale  stato tratto
l'omonimo film. Per Sperling & Kupfer
ha pubblicato anche Io sono il messaggero
e la trilogia The Wolfe Brothers,
di cui fanno parte A 15 anni sei troppo
vecchio, Vorrei essere mio fratello e Il
cielo  fatto di lei e di me.
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A Elisabeth ed Helmut Zusak, con amore ed ammirazione.
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VALUTAZIONE. UN ROMANZO SUL POTERE DELLE PAROLE E SULLA CAPACIT DEI LIBRI DI NUTRIRE LO SPIRITO. Il tipo di libro che ti cambia la vita.
- THE NEW YORK TIMES -
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PROLOGO.

Una catena montuosa di macerie.
Nel quale la narratrice introduce:
se stessa - i colori - e la ladra di libri.

La morte ed il cioccolato.

Prima i colori.
Poi gli esseri umani.
 cos che di solito vedo le cose.
O almeno ci provo.
. . . UN SEMPLICE FATTO . . .
Prima o poi morirai.

In tutta sincerit, mi sforzo di prendere la faccenda allegramente,
anche se, a dispetto delle mie proteste, la maggior parte
delle persone trova difficile credermi. Per favore, fdati di me.
Posso davvero essere allegra. Posso essere amabile. Affettuosa.
Affabile. E queste sono solo le parole che cominciano per A.
Non chiedermi per di essere bella: essere bella non  da me.

. . . REAZIONE AL SUMMENZIONATO FATTO . . .

Ti preoccupa?
Il mio consiglio : non avere paura.
Sono leale.
Naturalmente occorre un'introduzione.
Un inizio.

Dove sono finite le mie buone maniere?
Potrei presentarmi in modo appropriato, certo, ma non mi
pare necessario. Potrai conoscermi abbastanza bene e piuttosto
in fretta, dipende da alcune variabili. Ti basti sapere che a un
certo punto sar l di fronte a te, pi cordiale che potr. Ti terr
l'anima in pugno. Un colore far capolino dalla mia spana, e ti
porter via con me, con dolcezza.
Sarai sdraiato (di rado trovo qualcuno in piedi). Avrai le
membra rigide. Forse qualcuno ti scoprir, e si sentir un grido
risuonare nell'aria. Gli unici rumori che udir dopo saranno
quelli del mio respiro, del mio fiuto, dei miei passi.
L'interrogativo che devi porti : che colore assumer ogni
cosa nell'istante in cui verr da te? Che cosa dir il cielo?
Personalmente amo il cielo color cioccolato. Cioccolato scurissimo.
Si dice che mi doni. Tuttavia cerco di apprezzare ogni
sfumatura che vedo, l'intero spettro. Un miliardo o gi di l di
sapori, nessuno perfettamente uguale all'altro, e un cielo da succhiare
piano piano. Allevia la tensione. Mi aiuta a rilassarmi.

. . . UNA PICCOLA TEORIA . . .

La gente tende a notare i color di una giornata solo all'inizio
e alla fine, ma per me  chiaro che in un giorno si susseguono
un'infinit di sfumature e tinte, in ogni istante. Una singola
ora pu essere composta da migliaia di colori diversi.
Gialli cerei, azzurri plumbei. Tenebrosa oscurit.
Nel mio lavoro mi picco di notarli tutti.
Come ho accennato, la mia unica salvezza  lo svago. Mi
mantiene sana di mente. Mi aiuta a tirare avanti, tenendo conto
che faccio questo lavoro da moltissimo tempo. Il guaio : chi
potrebbe mai sostituirmi? Chi potrebbe prendere il mio posto
mentre mi concedo un po' di riposo in una delle vostre localit
di villeggiatura, tropicale o sciistica? La risposta, naturalmente,
: nessuno, cosa che mi ha indotta a prendere una consapevole,
deliberata decisione, ovvero fare dello svago la mia vacanza.
Inutile dire che le mie vacanze le passo osservando i colori.
Ti domanderai perch abbia bisogno di una vacanza. Da che
cosa dovrei svagarmi?
Questo ci conduce al punto successivo.
Gli esseri umani superstiti.
I sopravvissuti.
Sono quelli che non posso guardare, sebbene in molte occasioni
non riesca ad evitarlo. Cerco deliberatamente i colori per
tenerli lontani dalla mia mente, ma di tanto in tanto mi trovo
davanti quelli che sono rimasti indietro, schiacciati sotto un
caos di frammenti di consapevolezza, disperazione e stupore.
Hanno cuori feriti. Hanno polmoni schiacciati.
E questo ci porta, a sua volta, all'argomento di cui ti parler
stasera, o stamani, a seconda dell'ora e del colore.  la storia di
una di quei sopravvissuti - un'esperta nell'arte di essere lasciata
indietro - che, fra le altre cose, riguarda:
 una ragazza;
 qualche parola;
 un suonatore di fisarmonica;
 alcuni tedeschi fanatici;
 un pugile ebreo;
 e un bel po' di furti.
Ho visto la ladra di libri tre volte.

Accanto alla ferrovia.

Per prima cosa apparve qualcosa di bianco.
Accecante.
Ora, magari, starai pensando una di quelle sciocchezze, tipo
che il bianco non  un colore. Ebbene, io ti dico che lo . Il
bianco  senza dubbio un colore, e non credo tu abbia voglia di
metterti a discutere con me.

. . . UN ANNUNCIO RASSICURANTE . . .

Stai tranquillo, non badare al mio tono minaccioso.
Sono solo una chiacchierona.
Non sono violenta.
Non sono cattiva.
Sono un esito.

S, c'era il bianco.
Pareva che la terra intera fosse vestita di neve, quasi l'avesse
indossata come tu indosseresti un maglione. Accanto ai binari
si affondava fino alle ginocchia. Gli alberi erano coperti di
ghiaccio.
Come avrai gi capito, qualcuno era morto.
Mica potevano lasciarlo l per terra. Per il momento non era
un problema, ma presto si sarebbero dovuti sgomberare i binari,
e bisognava che il treno ripartisse.
C'erano due macchinisti.
Una madre con la figlia.
Un cadavere.
La madre, la ragazza e il cadavere rimanevano zitti, ostinati.
Be', che cos'altro vuoi che faccia?
I macchinisti erano un uomo alto e uno basso. Quello alto
parlava sempre per primo, anche se non era lui a comandare.
Lanci uno sguardo a quello basso e grassoccio con la faccia
rubiconda.
Mica possiamo lasciarli cos, fu la risposta.
Il macchinista alto stava perdendo la pazienza. Perch no?
Per poco quello basso non esplose. Guard in su e url rivolto
al mento del collega: Spinnst du? Sei cretino? La ripugnanza
dipinta sulle sue guance si faceva ogni istante pi evidente.
La pelle gli si dilatava. Coraggio, disse camminando avanti e
indietro nella neve, se sar necessario caricheremo tutti e tre.
Daremo la notizia alla prossima stazione.
Quanto a me, avevo gi commesso il pi elementare degli
errori. Non so dirti quanto ne sia contrariata. Eppure all'inizio
avevo fatto tutto secondo le regole.
Avevo osservato attentamente il cielo accecante, bianco
come la neve, fuori del finestrino del treno in movimento. Lo
avevo quasi respirato, poi, per, ho vacillato. Ho ceduto, e ho
rivolto il mio interesse alla ragazza. La curiosit ha avuto la meglio.
Mi sono rassegnata a fermarmi l finch i miei impegni me
lo avrebbero permesso, e sono rimasta a guardare.
Ventitr minuti dopo, quando il treno si  fermato, sono scesa
assieme a loro.
Reggevo fra le braccia una piccola anima.
Mi sono tenuta un po' sulla destra.
La coppia di macchinisti torn dalla madre, dalla figlia e dal
piccolo cadavere. Mi stupii che avvicinandosi non mi notassero.
Ricordo chiaramente che quel giorno avevo il respiro pesante. Il
mondo si afflosciava sotto il peso di tutta quella neve.
A una decina di metri alla mia destra c'era la ragazza, pallida,
affamata e irrigidita dal gelo.
La bocca le tremava nervosamente.
Stringeva sul corpo le braccia intirizzite.
Sul volto della ladra di libri le lacrime si erano ghiacciate.

L'eclissi.

Poi c' una firma nera, tanto per mostrarvi la mia versatilit.
Il momento era il pi buio della notte, quello che precede
l'alba.
Ero venuta a prendere un uomo di circa ventiquattro anni. In
un certo senso  stato bello. L'aeroplano tossiva ancora. Il fumo
usciva da entrambi i polmoni.
Quando si schiant al suolo, nel terreno si aprirono tre ferite.
Le sue ali divennero braccia amputate. Niente pi voli per
quell'uccellino metallico.

. . . QUALCHE ALTRO FATTO . . .

A volte arrivo troppo presto.
Mi precipito,
ma qualcuno si aggrappa alla vita
pi a lungo del previsto.

Dopo qualche minuto il fumo si esaur.
Per primo arriv un ragazzino, affannato, reggendo qualcosa
che assomigliava ad una cassetta degli attrezzi. Si avvicin all'abitacolo
con grande trepidazione ed osserv il pilota, cercando di
capire se fosse vivo: in quel momento lo era ancora. La ladra di
libri giunse circa trenta secondi dopo.
Erano passati anni, ma la riconobbi.
Ansimava.
Il ragazzino trasse fuori dalla cassetta degli attrezzi un
orsacchiotto.
Allung un braccio attraverso il tettuccio rotto e lo pose sul
petto del pilota. L'orsetto sorridente sedette un po' scomposto
sul corpo straziato, in mezzo al sangue. Pochi minuti dopo colsi
la mia occasione. Era il momento giusto.
Mi avvicinai, liberai l'anima dal ventre dell'uomo e mi
allontanai.
Rimasero solo il cadavere, l'odore del fumo che si smorzava e
l'orsacchiotto sorridente.
Ovviamente quando la folla si fece numerosa le cose erano
cambiate. L'orizzonte cominciava ad assumere un color carboncino.
Dell'oscurit precedente rimaneva soltanto uno scarabocchio,
e stava svanendo in fretta.
L'uomo, invece, era color osso. La pelle era come lo scheletro.
L'uniforme spiegazzata. I suoi occhi erano freddi e marroni
- come una macchia di caff - e l'ultimo tratto di nero nel cielo
in quel momento formava ci che ai miei occhi sembr una figura
strana e al tempo stesso familiare: una firma.
La folla fece ci che fanno le folle.
Mentre mi facevo strada per allontanarmi, ognuno rimase
l a giocherellare con il suo silenzio. Un insieme di movimenti
confusi di mani, parole soffocate, un girarsi qua e l silenzioso
e consapevole.
Dentro l'aeroplano, quando guardai indietro, la bocca aperta
del pilota pareva sorridere.
Un'ultima barzelletta spinta.
Ancora una battuta finale.
L'uomo rimase infagottato nella sua uniforme, mentre la luce
grigiastra abbracciava il cielo. Come accade in molti casi, quando
iniziai il mio viaggio di ritorno parve farsi di nuovo repentinamente
buio, l'istante finale di un'eclissi... la consapevolezza
che un'altra anima se n' andata.
Devi sapere che, a dispetto di tutti i colori che sfiorano o si
avvinghiano a ci che vedo in questo mondo, spesso quando un
uomo muore vedo, soltanto per un attimo, un'eclissi.
Ne ho viste a milioni.
Ho visto pi eclissi di quante vorrei ricordare.

La bandiera.

L'ultima volta che la vidi era rosso. Il cielo sembrava una zuppa
che bolle. In certi punti ardeva come brace. C'erano anche
alcune briciole nere, simili a grani di pepe, disseminate in mezzo
a tutto quel porpora.
L i bambini avevano giocato alla settimana, sulla strada che
assomigliava ad una pagina unta d'olio. Quando arrivai, potevo
ancora sentire l'eco delle loro voci. Il rumore dei piedini sul
selciato. Risate infantili, e sorrisi come sale, eppure rapidi a
svanire.
Poi, le bombe.
Stavolta tutto era arrivato in ritardo.
Le sirene, i segnali alla radio. Tutto troppo tardi.
Nello spazio di qualche minuto si crearono cumuli di cemento
e di terra. Le strade si trasformarono in vene recise. Il sangue
sgorg finch non si secc sulla strada, e i corpi rimasero l immobili,
come relitti dopo una piena.
Tutti incollati al suolo, fino all'ultimo: un blocco di anime.
Destino?
Sfortuna?
Furono questi a schiacciarli in quel modo?
Certo che no.
Non diciamo sciocchezze.
La causa furono, piuttosto, le bombe, sganciate da uomini
nascosti fra le nubi.
S, il cielo era d'un rosso devastante, come una fornace. La
piccola citt tedesca era stata fatta a pezzi un'altra volta. I fiocchi
di cenere scendevano cos dolcemente che si era tentati di
allungare la lingua per acchiapparli, assaggiarli. Ma ci si sarebbe
scorticati le labbra e cotti la bocca.
Vidi tutto con chiarezza.
Ero sul punto di andarmene, quando la trovai l in ginocchio.
Una catena montuosa di macerie era scritta, disegnata, eretta
intorno a lei, che si aggrappava ad un libro.
Pi di ogni altra cosa, la ladra di libri desiderava tornare in
cantina a scrivere, o a leggere per l'ultima volta la sua storia. Se
ripenso al suo viso in quel momento, ne rivedo ancora chiaramente
l'espressione: moriva per quel libro - per salvarlo, per la
sua casa - ma non riusciva a muoversi. Inoltre, il seminterrato
non esisteva nemmeno pi: faceva parte del paesaggio straziato.
Per favore, ti chiedo ancora una una volta di credermi.
Avrei voluto fermarmi, chinarmi accanto a lei.
Volevo dirle: Mi dispiace, bimba.
Ma questo non  permesso.
Non mi chinai, n parlai.
Rimasi invece a guardarla per un po'. Quando fu in grado di
muoversi, la seguii.
Lasci cadere il libro.
S'inginocchi.
La ladra di libri si mise a gridare.
Il libro della ragazza fu calpestato pi volte quando ebbe inizio
il lavoro di ripulitura, e anche se era stato dato l'ordine di
portare via soltanto le macerie, il suo tesoro pi prezioso venne
gettato su un camion della spazzatura. A quel punto mi vidi
costretta a recuperarlo, non sapendo che negli anni a venire
l'avrei letto e riletto parecchie migliaia di volte. Avrei cercato i
passaggi che parlavano dei momenti in cui ci siamo incontrate,
e mi sarei stupita di ci che la ragazza sapeva, e di come fosse
sopravvissuta.  quanto di meglio possa fare... vedere il libro
finire assieme a ogni altra cosa cui ho assistito in quel tempo.
Quando tornai a prenderla vidi una lunga serie di colori, ma
furono i tre che avevo osservato quando era viva a risaltare di
pi. A volte riesco a galleggiare al di sopra di quei tre momenti.
Me ne sto sospesa, finch una verit infetta non si fa strada
verso la chiarezza.
 allora che li vedo prendere forma.

. . . I COLORI . . .

ROSSO: rettangolo rosso; BIANCO: cerchio bianco; NERO:
svastica nera.

Ricadono gli uni sugli altri. La firma nera sul bianco totale,
accecante, poi sul rosso denso.
S, mi ricordo sovente di lei, e in una delle mie numerose
tasche ho conservato la sua storia da raccontare. Non  che una
della miriade di storie che porto con me, ognuna a suo modo
straordinaria. Ciascuna di loro rappresenta un tentativo - un
faticoso tentativo - di dimostrarmi che la vostra esistenza di
uomini vale la pena di essere vissuta.
Eccola qui. Una fra tante.
La ladra di libri.
Se ti fa piacere, vieni con me. Ti racconter questa storia.
Ti mostrer qualcosa.
...
PARTE PRIMA. Manuale del necroforo.

Contenente:
Himmelstrasse - l'arte di essere Saumensch - una donna dal
pugno di ferro - un tentativo di bacio -
Jesse Owens - cartavetrata - l'odore dell'amicizia -
una campionessa di pesi massimi - e la madre
di tutti i Watschen.

L'arrivo nella Himmelstrasse.

L'ultima volta.
Quel cielo rosso...
Come fa una ladra di libri a finire in ginocchio, a gridare in
mezzo a un mucchio di macerie ridicole, untuose e fumanti?
Anni prima, tutto era cominciato con la neve.
Era giunto il tempo. Per uno di loro.

. . . UN MOMENTO . . .

STRAORDINARIAMENTE TRAGICO.
Un treno viaggiava veloce.
Era carico di esseri umani.
Nel terzo vagone mor un bambino di sei anni.

La ladra di libri e suo fratello erano in viaggio verso Monaco,
dove sarebbero stati affidati ai genitori adottivi. Ora sappiamo,
naturalmente, che il bambino non arriv mai.

. . . IN CHE MODO ACCADDE . . .

Ci fu un violento accesso di tosse.
Un accesso quasi ispirato.
E subito dopo... pi niente.

Quando la tosse cess, non era rimasto nulla, se non l'assenza
di vita animata da un respiro, o un sussulto silenzioso. Qualcosa
di repentino si fece allora strada fino alle labbra del bambino,
che erano d'un malsano colore bruno e si spelavano come vernice
vecchia.
La madre dormiva.
Entrai nel treno.
Mi insinuai lungo la sovraffollata corsia fra i sedili, e in un
attimo il palmo della mia mano fu sulla bocca del bambino.
Nessuno se ne accorse.
Il treno correva.
Tranne la ragazzina.
Con un occhio aperto e l'altro ancora addormentato, la ladra
di libri - nota anche come Liesel Meminger - cap che il fratellino
minore, Werner, le stava accanto morto.
Gli occhi azzurri del bambino fissavano il pavimento senza
vedere nulla.
Prima di svegliarsi la ladra di libri aveva sognato il Fhrer,
Adolf Hitler. Nel sogno prendeva parte a un'adunata nella
quale lui parlava, e fissava la porzione biancastra dei suoi capelli
e i baffetti perfettamente squadrati. Ascoltava soddisfatta
il torrente di parole che erompeva dalla bocca di Hitler. Le
sue frasi parevano brillare nella luce. In un attimo di pausa
Hitler si era chinato e le aveva sorriso. Lei gli aveva restituito
il sorriso dicendo: Guten Tag, Herr Fhrer. Wie gehts dir
heut? Non aveva imparato a parlare molto bene, e neanche
a leggere, essendo andata poco a scuola, per una ragione che
avrebbe scoperto in sguito.
Proprio quando il Fhrer stava per risponderle, si era
svegliata.
Era il gennaio del 1939. Aveva nove anni, quasi dieci.
Suo fratello era morto.
Un occhio aperto. L'altro ancora immerso nel sogno.
Sarebbe stato meglio che sognassero entrambi, credo, ma
non sta a me decidere.
Il secondo occhio si svegli d'un tratto e mi colse sul fatto, su
questo non ci sono dubbi. Accadde nell'istante in cui mi inginocchiai
a estrarre l'anima dal corpo del bambino, reggendola
inerte tra le mie braccia gonfie. Lo spirito si riscald in fretta, ma
quando lo sollevai per la prima volta era soffice e freddo, come
un gelato. Pareva sciogliersi. Poi si riscald del tutto.
Liesel Meminger aveva ancora le membra pesanti e i suoi
pensieri avanzarono barcollando. Es stimmt nicht. Non sta succedendo.
Non sta succedendo.
Poi, lo scossone.
Perch li scuotono sempre?
S, lo so, suppongo che sia l'istinto, per fermare l'irrompere
della verit. A quel punto il cuore della ragazzina era scivoloso,
caldo e pesante, tanto pesante.
Stupidamente, rimasi l a guardare.
Poi, la madre.
Liesel la svegli con il medesimo scossone angosciato che
aveva riservato al fratellino.
Se non riesci a immaginare la scena, pensa un silenzio sospeso.
Pensa a pezzi e frammenti di disperazione fluttuante. Che
affogano in un treno.
Scendeva molta neve, e il treno per Monaco dovette fermarsi
a causa degli scambi difettosi. Una donna piangeva. Una ragazzina
attonita le stava accanto.
In preda al panico, la madre spalanc lo sportello.
Scese nella neve, reggendo fra le braccia il corpicino.
Che altro poteva fare la ragazza, se non seguirla?
Come gi sapete, dal treno scesero anche due macchinisti.
Discussero e studiarono il da farsi. La situazione era, a dir poco,
spiacevole. Alla fine si stabil che i tre passeggeri sarebbero stati
portati fino alla citt pi vicina e lasciati l a risolvere la
faccenda.
Una volta ripartito, il treno attravers sobbalzando la campagna
coperta di neve.
Poi si arrest.
I tre passeggeri scesero sotto la pensilina, la madre stringeva
fra le braccia il cadavere.
Rimasero l.
Il ragazzino incominciava a pesare.
Liesel non aveva idea di dove si trovassero. Era tutto bianco,
e finch rimasero in stazione non pot vedere altro che le lettere
scolorite sul cartello di fronte a lei. Fu in quel luogo senza nome
che suo fratello Werner fu sepolto, due giorni dopo. Al funerale
parteciparono un prete e due becchini, che rabbrividivano
infreddoliti.

. . . UN'OSSERVAZIONE . . .

Due macchinisti.
Due necrofori.
Quando  il momento, uno d gli ordini. L'altro esegue.
Il problema : che cosa succede se l'altro
sono molti pi d'uno?
Errori, errori, a volte sembra che riesca a fare solo questo.

Per due giorni badai soltanto al mio lavoro. Girai il mondo
come sempre, caricando le anime sul nastro trasportatore
dell'eternit. Le osservavo scorrere passive. Mi dissi pi volte
che mi sarei dovuta tenere alla larga dalla tomba del fratello
di Liesel Meminger. Ma non diedi retta al mio consiglio.
Gi da diversi chilometri di distanza riuscivo a scorgere
uno sparuto gruppetto di esseri umani in piedi, attoniti, in
mezzo a un deserto di neve. Il cimitero mi salut come un
amico, e ben presto fui anch'io con loro. Chinai il capo.
Alla sinistra di Liesel i becchini si sfregavano le mani,
brontolando senza sosta per la neve e le condizioni in cui
erano costretti a lavorare. Com' difficile scavare nel terreno
gelato, e via di sguito. Uno di loro non avr avuto pi di
quattordici anni: un apprendista. Quando si allontan, non
si accorse che un libro nero gli era caduto dalla tasca del
cappotto.
Qualche minuto dopo, la madre di Liesel accenn ad andarsene
in compagnia del prete. Lo ringrazi per avere celebrato
la funzione.
La ragazza tuttavia rimase davanti alla tomba.
Le sue ginocchia affondarono nel terreno. Il suo momento
era giunto.
Ancora incredula, si mise a scavare. Non poteva essere
morto. Non poteva essere morto. Non poteva...
Dopo pochi secondi la neve le era penetrata nella pelle.
Il sangue gelato le si rompeva fra le mani.
Da qualche parte, nella neve, vedeva il proprio cuore spezzato
in due. Le due met erano luminose, e battevano sotto tutto
quel biancore. Si accorse che sua madre era tornata da lei solo
quando sent una mano ossuta sulla spalla. La stava trascinando
via. Un grido caldo le riemp la gola.

. . . UNA MINUSCOLA VISIONE, . . .
A CIRCA VENTI METRI DI DISTANZA.

Quando il trascinamento fin, madre e figlia si fermarono
a riprendere fiato.
Sulla neve c'era qualcosa di nero e rettangolare.
Soltanto la ragazza lo vide.
Si chin a raccoglierlo, stringendolo forte tra le mani.
Sulla copertina c'era una scritta d'argento.
I partecipanti al funerale si strinsero la mano.
Si concessero un ultimo, fradicio addio, poi lasciarono il cimitero,
volgendosi a guardare quel luogo pi volte.
Io mi trattenni ancora per qualche minuto.
Salutai con la mano.
Nessuno mi rispose.
Madre e figlia lasciarono il cimitero e andarono a prendere il
primo treno per Monaco.
Entrambe erano magre e pallide.
Entrambe avevano piaghe sulle labbra.
Liesel lo not guardando nel finestrino sporco e appannato
del treno, quando vi salirono, un po' prima di mezzogiorno.
Come scriver la stessa ladra di libri, il viaggio prosegu come se
fosse accaduto tutto.
Quando il treno giunse a Monaco, i passeggeri si riversarono
fuori come da un imballaggio sfondato.
C'era gente d'ogni statura, e tuttavia in mezzo a quella confusione
i poveri erano pi facili da individuare. I miserabili
cercano sempre di tenersi in movimento, come se ci li possa
aiutare. Ma l'ineluttabilit dei loro problemi finisce sempre
con il trovarli, come una malattia. Li aspetta alla fine del viaggio...
come un parente che ci si china a salutare dal treno.
Credo che la madre lo sapesse benissimo. Sapeva che non
avrebbe affidato i figli agli ambienti altolocati di Monaco, ma
pareva che si fosse trovata una famiglia adottiva che, se non altro,
avrebbe nutrito un po' meglio i due ragazzini, e li avrebbe
educati come si deve.
Il bambino.
Liesel era certa che sua madre ne portasse il ricordo appeso
a una spalla. La donna lo lasci cadere. Vide i suoi piedi, le sue
gambe ed il suo corpo abbattersi sul marciapiede.
Come poteva camminare?
Come poteva muoversi?
Sono queste le cose che non sapr mai, n mai comprender:
di che cosa sono capaci gli esseri umani.
La madre raccolse il ricordo del figlio e continu a camminare,
con la ragazzina stretta al fianco.
Incontrarono le autorit, e le domande sul ritardo e sul
bambino fecero sollevare le teste fragili delle due donne. Liesel
rimase in un angolo del piccolo ufficio polveroso, mentre
sua madre sedeva con i pensieri aggrovigliati su una sedia
durissima.
Ci fu la confusione degli addii.
Un addio bagnato di lacrime, con la testa della ragazzina
affondata nella lana scadente e logora del cappotto della madre.
Dovettero di nuovo trascinarla.
A una certa distanza dai sobborghi di Monaco c'era una citt
chiamata Molching, meglio conosciuta come Molking. Fu l
che Liesel venne condotta, in una via di nome Himmelstrasse.

. . . TRADUZIONE . . .
Himmel = Paradiso.

Chiunque avesse dato quel nome alla via aveva senza dubbio
uno spiccato senso dell'umorismo. Non che fosse un inferno.
Ma di sicuro non era nemmeno il paradiso.
I coniugi che avevano avuto in affidamento Liesel erano in
attesa.
Gli Hubermann.
Si aspettavano l'arrivo di una ragazzina e di un bambino, e
per accudirli avrebbero ricevuto una piccola indennit. Nessuno
aveva voglia di dire a Rosa Hubermann che il bambino non
era sopravvissuto al viaggio. In effetti, nessuno aveva mai voglia
di dirle nulla. Il suo temperamento non era proprio invidiabile,
sebbene in passato avesse ottenuto un giudizio positivo per i
bambini avuti in affidamento. Pareva che ne avesse raddrizzati
pi d'uno.
Liesel sal per la prima volta su un'automobile.
Per tutto il viaggio il suo stomaco sobbalz, e la ragazzina
sper che cambiassero idea o sbagliassero strada. Inoltre, non
pot impedire ai suoi pensieri di tornare alla madre, rimasta
alla stazione, in attesa di ripartire. La vide rabbrividire, infagottata
nella miseria di quel suo cappotto. Si sarebbe mangiata
le unghie in attesa del treno, sul marciapiede lungo e inospitale,
come una fetta di cemento freddo. Durante il viaggio di
ritorno avrebbe guardato fuori del finestrino, verso il luogo di
sepoltura di suo figlio? O il suo sonno sarebbe stato troppo
pesante?
L'automobile proseguiva, e Liesel temeva che arrivasse l'ultima,
fatale curva.
La giornata era grigia, il colore dell'Europa.
Cortine di pioggia sembravano essere appese intorno alla
vettura.
Siamo quasi arrivati, disse Frau Heinrich sorridente. Dein
neues Heim. La tua nuova casa.
Liesel pul il vetro gocciolante del finestrino con una mano e
guard fuori.

. . . FOTOGRAFIA DELLA HIMMELSTRASSE . . .

Gli edifici paiono incollati gli uni agli altri, le case,
perlopi piccole, e gli isolati paiono nervosi.
La neve sporca si stende sulle strade come un tappeto.
Cemento, alberi spogli come attaccapanni, e atmosfera grigia.
Sull'auto c'era anche un uomo, che rimase con la ragazzina
mentre Frau Heinrich scompariva all'interno della casa. Non
disse mai una parola. Liesel pens che avesse il compito di impedirle
di fuggire, o di costringerla ad entrare se avesse piantato
grane. Pi tardi, tuttavia, quando le grane ci furono davvero,
se ne rest seduto in auto a guardare. Forse il suo intervento
era considerato l'ultima risorsa, la soluzione finale.
Qualche minuto dopo il loro arrivo usc dalla casa un uomo
altissimo: Hans Hubermann, il padre affidatario di Liesel.
Accanto a lui, da un lato c'era Frau Heinrich, dalla statura
decisamente pi bassa; dall'altro la tozza Rosa Hubermann.
Il modo migliore per descrivere quest'ultima  dire che aveva
l'aspetto di un piccolo armadio con il cappotto. Avanzava
ondeggiando vistosamente. Non sarebbe stata tanto brutta, se
non fosse per il viso rugoso come cartone e per l'aria scocciata.
Il marito camminava diritto, con una sigaretta che gli si
consumava tra le dita. Le arrotolava lui stesso.
C'era un problema:
Liesel non scendeva dall'auto.
Was ist los mit diesem Kind? domand Rosa Hubermann.
Poi ripet: Che problema c' con la bambina? Cacci il viso
nell'auto e disse: Na, komm. Komm.
Il sedile di fronte a Liesel era stato piegato in avanti. Un
corridoio di luce fredda la invitava ad uscire. Ma lei non si mosse
affatto.
Guardando fuori del finestrino, vedeva le dita dell'uomo
alto stringere ancora la sigaretta, la cui cenere cadeva
dall'estremit e roteava e risaliva pi volte prima di toccare il
suolo. Ci volle circa un quarto d'ora per convincerla a scendere
dall'auto.
Ci riusc l'uomo alto, con calma.
Poi Liesel si aggrapp con forza al cancello.
Un fiotto di lacrime le sgorg dagli occhi, mentre teneva salda
la presa e rifiutava di entrare in casa. La gente incominci a
raccogliersi in strada, per vedere ci che stava accadendo, finch
Rosa Hubermann url qualcosa e tutti tornarono da dove
erano venuti.

. . . TRADUZIONE DELL'ESTERNAZIONE . . .
DI ROSA HUBERMANN.

Che cos'avete da guardare, stronzi?
Alla fine Liesel Meminger si persuase a entrare cautamente
in casa. Hans Hubermann la teneva per una mano. Con l'altra
la bambina portava la valigia. L dentro, sepolto tra gli strati di
abiti ripiegati, c'era un libriccino nero, che, per quanto ne sappiamo,
era stato cercato a lungo da un becchino quattordicenne
in una citt senza nome. Le assicuro, immagino che avesse
detto al suo superiore, che non ho proprio idea di dove possa
essere finito. Ho cercato dappertutto. Dappertutto! Sono certa
che non avrebbe mai sospettato della ragazzina; eppure era
proprio l, un libro nero con le seguenti lettere argentate rivolte
contro il soffitto di abiti:

. . . MANUALE DEL NECROFORO . . .
Guida in dodici lezioni per il perfetto necroforo.
Pubblicato a cura dall'Associazione Cimiteriale Bavarese.

La ladra di libri aveva colpito per la prima volta... l'inizio di
una brillante carriera.

Allevare una Saumensch.

S, una brillante carriera.
Tuttavia devo subito puntualizzare che trascorse un notevole
lasso di tempo tra il primo libro che rub e il secondo. Un altro
elemento degno di nota  il fatto che il primo venne sottratto
alla neve, il secondo al fuoco. Senza trascurare che ricevette
anche altri libri. In tutto ne possedeva forse quindici o sedici,
ma riteneva che la sua storia si basasse prevalentemente su una
decina. Di quei dieci, sei erano rubati, uno lo trov sul tavolo
della cucina, due furono scritti per lei da un ebreo nascosto e
uno lo port un pomeriggio morbido, vestito di giallo.
Quando si dedic a scrivere la propria storia, si domand
quando esattamente i libri e le parole avessero incominciato
a significare non solamente qualcosa, ma tutto. Forse accadde
quando vide per la prima volta la stanza con gli scaffali ricolmi
di libri? Oppure quando arriv nella Himmelstrasse Max Vandenburg,
portando con s infinite sofferenze ed il Mein Kampf
di Hitler? Fu quando dovette leggere nei rifugi antiaerei? O
fu l'ultima marcia verso Dachau? Fu La scuotitrice di parole?
Forse non ci sarebbe mai stata una risposta precisa a quella domanda.
E, in ogni caso, andrebbe al di l delle mie competenze.
Per il momento dobbiamo tornare all'inizio della permanenza
di Liesel Meminger in Himmelstrasse, e all'arte di essere una
Saumensch.
Al suo arrivo, erano ancora evidenti i tagli provocati dal freddo
sulle mani e il sangue congelato sulle dita. Era palesemente
denutrita. Le gambe come stecchi. Le braccia due appendiabiti.
Non sorrideva molto, ma quando lo faceva il suo era il sorriso
di chi muore di fame.
Aveva i capelli biondastri tipici dei tedeschi, ma i suoi occhi
erano pericolosi: castano scuro. In Germania, a quei tempi, non
avreste voluto avere occhi scuri. Forse erano un'eredit di suo
padre, ma non poteva esserne certa, dal momento che non riusciva
a ricordarselo. Di lui sapeva soltanto una cosa: una parola
che non capiva.

. . . UNA STRANA PAROLA . . .
Kommunist.
Negli ultimi anni l'aveva udita molte volte.

C'erano pensioni stipate di gente, camere stracolme di domande.
E quella parola. Quella parola strana era sempre l da
qualche parte, in un angolo, a spiare dal buio. Indossava abiti,
uniformi. Ovunque andassero era l, ogni volta che si nominava
loro padre. Liesel la poteva quasi annusare, sentirne il sapore.
Non sapeva n scriverla, n capirla. Quando chiese a sua madre
che cosa volesse dire, lei le rispose che non aveva importanza,
di non badare a certe cose. In una pensione c'era una donna che
prov a insegnare a scrivere ai bambini scarabocchiando con
un carboncino sul muro. Liesel ebbe la tentazione di chiedere a
lei il significato di quella strana parola, ma non si risolse mai a
farlo. Un giorno la donna fu portata via per essere interrogata.
Non fece pi ritorno.
Quando Liesel giunse a Molching, intu che la madre stava
tentando di salvarla, ma per lei non era un conforto. Se le
voleva bene, perch la abbandonava in casa d'altri? Perch?
Perch?
La ragazzina conosceva la risposta - sia pure in modo vago
- ma sembrava non esserne soddisfatta. La madre era sempre
malata e non avevano mai abbastanza denaro per le cure. Lo sapeva,
ma non significava che lo accettasse. Non importa quante
volte le avesse detto che le voleva bene: non aveva certo motivo
di credere che l'abbandono ne fosse la prova. Nulla cambiava il
fatto d'essere una bimba pelle ed ossa, sperduta in un posto a lei
estraneo, fra persone estranee. Sola.
Gli Hubermann abitavano in una delle casette della Himmelstrasse.
Poche stanze, una cucina e un gabinetto esterno in
comune con i vicini. Il tetto dell'abitazione era piatto e c'era
una cantina che fungeva da magazzino. Non aveva, tuttavia, una
profondit adeguata. Nel 1939 non era un problema; pi tardi,
nel '42 e '43, lo divenne. Quando ebbero inizio le incursioni
aeree, a qualunque ora dovevano precipitarsi in strada, in cerca
di un rifugio migliore.
Quando Liesel giunse in quella casa, l'impressione immediata
fu di grossolanit brutale e prolifica. Una parola s e una
no erano Saumensch, o Saukerl, o Arschloch. Spiegher, per chi
non ha dimestichezza con siffatti termini: Sau, naturalmente, si
riferisce ai maiali. Saumensch  un termine che serve ad apostrofare
ed umiliare una femmina. Saukerl  il corrispettivo maschile.
Arschloch pu essere tradotto con stronzo. Quest'ultimo
termine, tuttavia, non si differenzia a seconda del sesso.  cos,
semplicemente.
Saumensch, du dreckiges! sbrait la prima sera la madre
affidataria di Liesel, quando rifiut di fare il bagno. Lurida
porcella! Perch non ti spogli? Perdeva le staffe con estrema
facilit. Si potrebbe dire che il volto di Rosa Hubermann era
adornato da un perpetuo furore. Motivo per cui innumerevoli
grinze solcavano il suo incarnato di cartone.
Liesel, naturalmente, era terrorizzata. Non aveva alcuna intenzione
di entrare in una vasca, o in un letto, in quella casa.
Stretta in un angolo di una stanza da bagno simile a uno sgabuzzino,
tent di aggrapparsi al muro in cerca di qualche sostegno.
Non trov nulla, se non intonaco secco, difficolt a respirare e
la valanga di insulti di Rosa.
Lasciala in pace, disse Hans Hubermann alla moglie. La
gentilezza della sua voce si fece strada verso Liesel come sgattaiolando
in mezzo a una folla. Ci penso io.
Si avvicin e si sedette sul pavimento, appoggiandosi alla parete.
Le piastrelle erano fredde e dure.
Sai come si fa ad arrotolare una sigaretta? le chiese, e la
bambina rimase a lungo, nell'oscurit crescente, a giocare con il
tabacco e le cartine, mentre Hans Hubermann fumava.
Dopo circa un'ora Liesel sapeva arrotolare discretamente
una sigaretta. E non aveva ancora fatto il bagno.

. . . ALCUNE INFORMAZIONI . . .
SU HANS HUBERMANN.
Amava fumare.
La sola cosa che gli piaceva di pi del fumo
era arrotolare le sigarette.
Era un imbianchino e suonava la fisarmonica.
Quest'ultima attivit era utile soprattutto d'inverno,
quando poteva guadagnare un po' di denaro suonando
nelle osterie di Molching, come la Knoller.
Mi aveva gi fregata in una guerra mondiale,
e pi tardi sarebbe incappato in un'altra
(una sorta di risarcimento perverso) in cui avrebbe cercato
di sfuggirmi di nuovo.

La maggior parte della gente non notava Hans Hubermann.
Lo considerava una persona insignificante. Certo, la sua abilit
di decoratore era eccellente. Il suo talento musicale era superiore
alla media. In qualche modo, per, e senza dubbio avrai
incontrato altri individui come lui, aveva la capacit di restare
sullo sfondo persino se era il primo di una fila. Era l. Ma non lo
si notava. Non era considerato importante, n particolarmente
apprezzabile.
Tuttavia il suo aspetto insignificante induceva in errore. In lui
c'era indiscutibilmente del valore, che non sfugg a Liesel Meminger
(talvolta, nella specie umana, il bambino  decisamente
pi acuto dell'adulto). Lei lo vide subito.
I suoi modi.
La serenit che lo circondava.
Quando, la prima sera, Hans accese la luce nella squallida
stanzetta da bagno, Liesel not la singolarit degli occhi del suo
padre adottivo. Erano fatti di bont e d'argento. Di un argento
soffice, liquido. Osservando quegli occhi Liesel comprese che
Hans Hubermann valeva molto.

. . . ALCUNE INFORMAZIONI . . .
SU ROSA HUBERMANN.

Era alta un metro e cinquantacinque, e portava raccolti
in una crocchia i capelli grigio-bruni.
Per arrotondare le entrate degli Hubermann lavava
e stirava per conto di cinque tra le pi facoltose
famiglie di Molching.
La sua cucina era pessima.
Possedeva la singolare abilit di esasperare
quasi tutti coloro in cui s'imbatteva.
Eppure voleva bene a Liesel Meminger.
A dire la verit il suo modo di dimostrarlo era un po'
strano: la aggrediva verbalmente, o con un cucchiaio
di legno pi volte al giorno.

Quando Liesel si lasci finalmente convincere a fare il bagno,
dopo due settimane che viveva nella Himmelstrasse, Rosa
la gratific con un enorme, squassante abbraccio. Quasi soffocandola,
la donna disse: Saumensch du dreckiges... era ora!
Dopo qualche mese i suoi ospiti non furono pi il signore e la
signora Hubermann. Senza troppi preamboli, Rosa sentenzi:
Ascolta bene, Liesel... d'ora in poi mi chiamerai mamma. Poi
riflett un momento. Come chiamavi la tua vera madre?
Liesel rispose: Auch Mama... Anche lei mamma.
Bene, allora io sono la mamma numero due. Guard suo
marito. E lui, da adesso, e parve raccogliere in una mano le
parole, pressarle insieme e gettarle sul tavolo, quel Saukerl,
quel lurido porco... lo chiami pap, verstehst! Capito?
S, accett subito Liesel. In quella casa si apprezzavano le
risposte pronte.
S, mamma, la corresse Mamma. Saumensch. Di' "mamma"
quando ti rivolgi a me.
Hans Hubermann stava finendo di arrotolarsi una sigaretta, e
leccava la cartina per incollarla. Guard Liesel e ammicc. Non
le sarebbe stato difficile chiamarlo pap.

La donna dal pugno di ferro.

I primi mesi furono decisamente i pi duri.
Ogni notte Liesel aveva un incubo.
Vedeva il volto di suo fratello.
Con gli occhi fissi sul pavimento.
Si svegliava nuotando nel letto, gridando e affogando tra i
flutti delle lenzuola. Sul lato opposto della stanza, il letto destinato
a suo fratello galleggiava nelle tenebre come una barca.
Lentamente, a mano a mano che riprendeva coscienza, lo vedeva
colare a picco nel pavimento. Una visione che la turbava,
e di solito passava un po' di tempo prima che smettesse di
gridare.
Forse l'unico aspetto positivo di quegli incubi era che richiamavano
nella stanza Hans Hubermann, il suo nuovo pap,
a consolarla, a coccolarla.
Veniva tutte le notti e si sedeva accanto a lei. Le prime due
volte si limit a starsene l per non farla sentire sola. Qualche
notte dopo le sussurr: Sst, ci sono io, va tutto bene. Dopo
tre settimane la prese in braccio. La fiducia di Liesel nei suoi
confronti cresceva ogni giorno, grazie in primo luogo alla dolcezza
di quell'uomo, alla sua presenza. Fin dal principio la ragazzina
aveva saputo che Hans Hubermann sarebbe apparso
mentre gridava, e non l'avrebbe lasciata sola.

. . . UNA DEFINIZIONE NON TROVATA . . .
SUL VOCABOLARIO.

Non-abbandono: atto di fiducia e di affetto,
spesso compreso dai bambini.

Hans Hubermann sedeva sul letto con occhi assonnati, e
Liesel piangeva sulle sue maniche e lo respirava. Ogni mattina,
poco dopo le due, ripiombava nel sonno grazie al suo odore:
un misto di sigarette spente, vernice vecchia e pelle. Prima
lo inspirava tutto, poi lo espirava, fino ad andare alla deriva.
Al risveglio trovava Hans poco lontano da lei, accartocciato,
quasi piegato in due, sulla sedia. Non si sdraiava mai sull'altro
letto. Liesel, allora, si avvicinava all'uomo con circospezione
e gli dava un bacio sulla guancia; e lui si svegliava con un
sorriso.
Certi giorni Pap le diceva di rimettersi a letto e di aspettare
un momento, e tornava con la fisarmonica a suonare per
lei. Liesel si sedeva sulle coperte e canticchiava, le fredde dita
dei piedi strette come pugni per l'emozione. Prima di allora
nessuno aveva mai suonato per lei. Rideva scompostamente,
osservando le rughe che si disegnavano sul viso di Pap, e il
metallo morbido dei suoi occhi... finch dalla cucina non arrivava
l'ordine:
BASTA CON QUESTO FRACASSO, SAUKERL!
Pap suonava ancora un po'.
Ammiccava alla ragazza, e lei strizzava goffamente l'occhio,
di rimando.
Qualche volta, solo per rabbonire un po' Mamma, portava lo
strumento anche in cucina e suonava durante la colazione.
Il pane con la marmellata di Pap rimaneva nel piatto, mangiato
a met, con le impronte dei morsi, mentre la musica guardava
in viso Liesel. So che sembrer strano, ma  cos che lei
lo sentiva. La mano destra di Pap correva sui tasti, la sinistra
premeva i bottoni (a Liesel piaceva soprattutto vederlo premere
il pulsante argenteo e lucente del do maggiore). Le viscere nere
ed un po' scrostate, ma ancora lustre, della fisarmonica andavano
avanti e indietro mentre le braccia dell'uomo azionavano
il mantice polveroso, risucchiando l'aria e spremendola fuori.
Quelle mattine in cucina Pap faceva vivere la fisarmonica. Se
ci pensi bene ha senso dire cos.
Come si fa, infatti, a capire se una cosa  viva?
Si controlla se respira.
Il suono della fisarmonica per Liesel era anche l'annuncio
della salvezza: era giorno. Di giorno era impossibile sognare
suo fratello. La bambina ne sentiva la mancanza, e anche se
spesso si nascondeva a piangere nel minuscolo bagno, pi piano
che poteva, era comunque lieta di essere sveglia. Durante la
prima notte dagli Hubermann aveva nascosto sotto il materasso
il Manuale del necroforo, e di tanto in tanto lo tirava fuori e
lo stringeva a s, perch era il suo ultimo legame con il fratello.
Osservava le lettere sulla copertina e sfiorava la stampa al suo
interno, ma non aveva idea di che cosa dicesse. Non era importante
l'argomento di quel libro; la cosa fondamentale era
il suo significato.

. . . SIGNIFICATO DEL LIBRO . . .

1. L'ultima volta che aveva visto suo fratello.
2. L'ultima volta che aveva visto sua madre.

Spesso sussurrava la parola mamma, e in un solo pomeriggio
le capitava di rivedere il volto di sua madre anche un
centinaio di volte. Questo non era niente, per, a paragone con
il terrore dei suoi sogni. Nella sconfinata immensit del sonno
non si era mai sentita cos totalmente sola.
Come avrai intuito, in quella casa non c'erano altri bambini.
Gli Hubermann avevano due figli, ma erano adulti e non
vivevano pi con loro, il che era una vera fortuna: entrambi,
infatti, si disinteressarono del tutto al nuovo acquisto della famiglia.
Hans Junior lavorava a Monaco, in centro, e Trudy faceva
la domestica e la bambinaia. Presto sarebbero andati tutti
e due in guerra: una a fabbricare pallottole, l'altro a spararle.
Anche l'impatto con la scuola, come potrai immaginare, fu
un disastro.
Gli Hubermann la iscrissero in un istituto statale, che tuttavia
subiva un forte influsso cattolico. Liesel era luterana. Un
inizio non dei pi promettenti. Inoltre si scopr che la bambina
non sapeva n leggere n scrivere.
Sub l'umiliazione di essere ammessa nella classe dei pi
piccoli, che avevano appena iniziato a imparare l'alfabeto. Per
gracile che fosse, in mezzo a quei piccini si sentiva un gigante,
e spesso sper di diventare tanto pallida da scomparire del
tutto.
Persino a casa non c'era granch da imparare.
Non chiedere aiuto a lui, sentenzi Mamma. A quel Saukerl.
Pap guardava dalla finestra, com'era spesso sua abitudine.
Ha piantato la scuola in quarta elementare.
Senza neppure voltarsi, Pap rispose con calma, ma velenoso:
Be', non chiedere neppure a lei. Scosse un po' di cenere
dalla sigaretta. Ha piantato la scuola in terza.
In casa non c'erano libri (eccetto quello che la bambina aveva
nascosto sotto il materasso), e il meglio che Liesel potesse
fare era ripetere sottovoce l'alfabeto finch non le intimavano
di starsene zitta. Fino a qualche tempo pi tardi, quando a
met di un incubo ebbe l'incidente del letto bagnato, non inizi
un'ulteriore istruzione alla lettura. Poi si istitu quella che
venne chiamata la lezione di mezzanotte, anche se di solito
incominciava verso le due del mattino, spesso pi tardi.
Verso la fine di febbraio, quando comp dieci anni, a Liesel fu
regalata una logora bambola dai capelli gialli, che aveva perso
una gamba.
 il meglio che possiamo fare, si scus Pap.
Ma che cosa dici?  gi fortunata ad avere tanto, lo rimbecc
Mamma.
Hans si mise a osservare quanto rimaneva della gamba superstite
della bambola, mentre Liesel provava l'uniforme nuova. Il
decimo compleanno significava Giovent hitleriana. Giovent
hitleriana voleva dire una piccola uniforme marrone. Essendo
femmina, Liesel fu arruolata nel BDM.

. . . TRADUZIONE DELLA SIGLA . . .
Bund Deutscher Mdchen: Lega delle Ragazze Tedesche.

La prima cosa che facevano era accertarsi che l'Heil Hitler
fosse pronunciato a dovere. Poi insegnavano alle ragazze a
marciare in riga, arrotolare bende e cucire abiti. Le portavano
anche a fare escursioni e a svolgere altre attivit. Mercoled e
sabato erano i giorni delle adunate, dalle tre alle cinque del
pomeriggio.
Ogni mercoled e sabato Pap vi portava Liesel e tornava a
riprenderla due ore dopo. Non ne parlavano mai molto: si tenevano
semplicemente per mano e ascoltavano il rumore dei loro
passi; Pap fumava una sigaretta o due.
Pap era sempre il suo preferito, anche se si faceva scrupolo
di stare in casa il meno possibile. Certi giorni, sul fare della
sera, tirava fuori la fisarmonica dal grande armadio in salotto
(stanza che aveva anche la funzione di camera da letto degli
Hubermann), poi se ne andava, attraversando la cucina.
Mamma, allora, apriva la finestra e gli gridava, mentre si
allontanava lungo la Himmelstrasse: Non tornare troppo
tardi!
Non gridare cos forte, le rispondeva lui, voltandosi.
Baciami il culo, Saukerl! Grido forte finch voglio!
L'eco degli improperi lo seguiva lungo la via. Non si voltava
pi, perlomeno finch non era sicuro che la moglie fosse rientrata
in casa. Poi, giunto in fondo alla strada, subito prima del
negozio d'angolo di Frau Diller, si voltava ad osservare la figura
che aveva preso il posto di sua moglie alla finestra. Prima di
allontanarsi lentamente, levava la lunga, diafana mano per salutarla.
Liesel l'avrebbe rivisto alle due del mattino, quando
l'avrebbe trascinata con dolcezza fuori dal suo incubo.
Nell'angusta cucina le serate erano senza dubbio tetre. Rosa
Hubermann parlava di continuo, e sempre in forma di schimpfen.
Ovvero, non faceva che arrabbiarsi e lamentarsi. In realt
non c'era nessuno con cui litigare, ma Mamma sapeva sfruttare
abilmente ogni occasione che le si offrisse. Sarebbe stata
in grado di prendersela con il mondo intero in quella cucina,
e quasi ogni sera lo faceva. Dopo cena, quando Pap se ne andava,
Liesel e Rosa di solito rimanevano in casa, e Rosa stirava.
Ogni tanto Liesel tornava a casa da scuola e accompagnava
Mamma per le vie di Molching a ritirare e consegnare panni da
lavare e stirare nella zona pi agiata della citt. Knauptstrasse,
Heidestrasse, e poche altre vie. Mamma consegnava gli abiti
stirati o riceveva la biancheria da lavare con un sorriso deferente,
ma non appena la porta si chiudeva e loro si allontanavano,
incominciava ad insultare quei ricchi, con tutti i loro soldi
e la loro pigrizia.
Troppo g'schtinkerdt per lavarsi da soli la roba, diceva, a
dispetto del bisogno che aveva di loro.
Quello l, diceva di Herr Vogel della Heidestrasse, ha
ereditato tutti i quattrini del padre, e li butta dalla finestra per le
donne e per l'alcol. E anche facendosi lavare e stirare i panni.
Pareva facesse l'appello delle persone disprezzabili.
Herr Vogel, il signore e la signora Pfaffelhrver, Helena Schmidt,
i Weingartner. Tutti colpevoli di qualcosa.
Oltre a disprezzarlo per l'alcolismo e la dispendiosa lussuria,
Rosa sosteneva anche che Herr Vogel avesse l'abitudine di grattarsi
di continuo i capelli pidocchiosi e di leccarsi le dita prima
di darle i soldi. Farei meglio a lavarli, prima di tornare a casa,
concludeva.
I Pfaffelhrver, invece, passavano in rassegna ogni volta il suo
lavoro. Niente grinze su queste camicie, per favore, li imitava
Rosa. "Niente pieghe su quest'abito". Poi si mettono a ispezionare
tutto, proprio davanti a me. Sotto il mio naso! Che G'sindel...
Che schifezza!
Dei Weingartner diceva che erano degli stupidi, con un Saumensch
di gatto che perdeva il pelo di continuo. Ma lo sai
quanto tempo mi porta via togliere tutto quel pelo? Ce n'
dappertutto!
Helena Schmidt era una ricca vedova. Una vecchia deficiente...
sempre seduta a fare niente. Mai che abbia dovuto lavorare
un solo giorno in vita sua.
Il disprezzo pi aspro, tuttavia, Rosa lo riservava al numero
8 della Grandestrasse. Un grande edificio in cima ad una collina,
nella parte alta di Molching.
Quella, disse, indicandola a Liesel la prima volta che si recarono
l,  la casa del sindaco. Quel farabutto. Sua moglie se
ne sta seduta in casa tutto il giorno, troppo pigra per accendere
il camino... si gela sempre, l dentro.  matta. Scandiva le
parole. Completamente matta. Giunta al cancello, fece un
cenno alla ragazzina. Vacci tu.
Liesel aveva paura. In cima ad una breve scalinata c'era un
grande portone marrone, con un batacchio d'ottone. Come?
Mamma la spinse avanti. Non mi chiedere "Come", Saumensch.
Muoviti.
Liesel avanz. Percorse esitante il vialetto, sal i gradini e
buss.
Una vestaglia apr la porta.
Avvolta in quell'indumento, le stava di fronte una donna
dagli occhi spiritati, i capelli simili a stoppie e l'aria disperata.
Vide Mamma al cancello e porse alla bambina una borsa di
biancheria da lavare. Grazie, disse Liesel, ma non ricevette
risposta. La porta si chiuse.
Visto? disse Mamma. Che cosa mi tocca sopportare!
Quei ricchi bastardi, quei porci pelandroni...
Allontanandosi con la borsa di biancheria sporca, Liesel si
volt a guardare la casa del sindaco. Il batacchio di ottone
oscillava ancora.
Quando finiva di inveire contro la gente per la quale lavorava,
di solito Rosa Hubermann passava al suo oggetto di
scherno prediletto: il marito. Se tuo padre valesse qualcosa,
informava Liesel ogni volta che attraversavano Molching,
non dovrei abbassarmi a fare certi lavori. Sbuffava. Un
imbianchino! Perch sono andata a sposare quel buono a nulla?
Perch mi hanno costretta... la mia famiglia. I suoi passi
scricchiolavano sul selciato. Ed eccomi qui, ad andare su e
gi per le strade e sudare come una bestia in cucina perch
quel Saukerl non ha mai un lavoro. Un lavoro vero, insomma.
Solo, ogni sera, la sua patetica fisarmonica in quelle pattumiere
di osterie.
S, Mamma.
Tutto qui quello che hai da dire? Gli occhi di Mamma
parevano due ritagli azzurro pallido, appiccicati sul viso.
Continuavano a camminare.
Liesel portava il sacco.
A casa, il bucato veniva fatto in un calderone accanto alla
stufa, steso sul caminetto in salotto, poi stirato in cucina. Era
in cucina che si lavorava.
Hai sentito? le chiedeva quasi ogni sera Mamma, scaldando
il ferro da stiro sulla stufa. In tutta la casa la luce era
fioca, e Liesel, seduta al tavolo della cucina, fissava le fessure
di fuoco davanti a lei.
Che cosa? rispondeva.
 la Holtzapfel. Mamma balzava in piedi. Quella Saumensch
ci ha di nuovo sputato sulla porta.
Era un'abitudine per Frau Holtzapfel, una vicina degli Hubermann,
sputare contro la loro porta ogni volta che ci passava
davanti. La porta d'ingresso era soltanto a pochi metri dal
cancello, ma bisogna riconoscere che Frau Holtzapfel aveva
una discreta potenza... e buona mira.
Da anni ormai lei e Rosa Hubermann erano impegnate in
una sorta di guerra verbale. Nessuna delle due sapeva dire
quale fosse il motivo che l'aveva scatenata: probabilmente
l'avevano dimenticato entrambe.
Frau Holtzapfel era una donnina minuta e astiosa. Non si
era mai sposata, ma aveva due figli, un po' pi grandi di quelli
degli Hubermann, entrambi sotto le armi. Vi garantisco gi
da ora che faranno una rapida comparsa al termine di queste
pagine.
Nella guerra degli sputi, Frau Holtzapfel era molto scrupolosa.
Non dimenticava mai di spucken sulla porta del numero
33 e di esclamare: Schweine! Maiali! ogni volta che ci passava
davanti.
Ho notato che i tedeschi sembrano avere un debole per i
maiali.

. . . UNA DOMANDA E LA SUA RISPOSTA . . .
Chi pensi che dovesse pulire ogni sera lo sputo sulla porta?
S... hai indovinato.
Quando una donna dal pugno di ferro vi intima di uscire e
pulire lo sputo sulla porta, lo fate. Specialmente se il ferro 
caldo.
Per Liesel faceva parte delle occupazioni quotidiane.

Ogni sera usciva di casa, puliva la porta e guardava il cielo.
Di solito aveva lo stesso colore dello sputo, freddo e pesante,
viscido e grigio, ma ogni tanto qualche stella aveva il coraggio di
spuntare e galleggiare, anche solo per qualche minuto. Quelle
sere, rimaneva fuori un po' pi a lungo, ad aspettare.
Ciao, stelle.
Ad aspettare la voce che la richiamava dalla cucina.
O finch le stelle non sparivano nell'acquoso cielo tedesco.

Il bacio (Un momento decisivo dell'infanzia).

Come spesso accade nelle piccole citt, Molching era piena
di personaggi caratteristici. Alcuni di loro abitavano nella Himmelstrasse.
Frau Holtzapfel, per esempio.
Tra gli altri c'erano:
 Rudy Steiner, il ragazzo della porta accanto, che in passato era
stato ossessionato dall'atleta nero americano Jesse Owens.
 Frau Diller, l'irriducibile ariana, proprietaria della bottega
all'angolo.
 Tommy Mller, un bambino la cui infezione cronica alle
orecchie aveva reso necessarie svariate operazioni. Aveva un
rivolo di pelle rosacea che gli attraversava il viso e la tendenza
a fare smorfie.
 Un uomo noto soprattutto come Pfiffikus... la cui volgarit
faceva sembrare Rosa Hubermann una santa dall'eloquio
raffinato.
La via era abitata in prevalenza da gente povera, a dispetto
dell'apparente prosperit dell'economia tedesca sotto Hitler. Il
lato miserabile della citt esisteva ancora.
Come gi sapete, una famiglia di nome Steiner affittava la
casa accanto a quella degli Hubermann. Gli Steiner avevano
sei figli. Uno di loro, Rudy, divenne ben presto il migliore
amico di Liesel, e pi tardi il suo complice, nonch talvolta
l'istigatore dei suoi crimini. La bambina lo incontr per
strada.
Qualche giorno dopo il suo primo bagno, Mamma permise
a Liesel di uscire a giocare con gli altri bambini. Nella Himmelstrasse
le amicizie si stringevano all'aperto, in qualunque
stagione. Di rado i ragazzi si facevano visita nelle case, troppo
anguste per ospitare i loro giochi. Perci le loro attivit si svolgevano
sempre, come anche il lavoro, sulla strada. Il calcio era
quella principale. Erano maniaci del calcio: usavano i bidoni
della spazzatura per contrassegnare le porte.
Essendo la nuova arrivata, Liesel fu immediatamente sbattuta
fra un paio di quei bidoni. (Tommy Mller venne finalmente
liberato dal ruolo di portiere, pur essendo il peggior giocatore
che la Himmelstrasse avesse mai conosciuto).
Il gioco prosegu tranquillo fino a quando Rudy Steiner venne
mandato a gambe all'aria nella neve da un frustratissimo
Tommy Mller.
Che cosa? cerc di giustificarsi quest'ultimo, atteggiando il
viso alla disperazione. Che cosa ho fatto?
Tutti concordarono nell'assegnare un calcio di rigore alla
squadra di Rudy, e Rudy Steiner si prepar ad affrontare la nuova
arrivata, Liesel Meminger.
Sistem il pallone su un mucchietto di neve sporca, certo del
consueto risultato. Dopo tutto, Rudy non aveva sbagliato un
solo rigore in diciotto tiri, neppure quando gli avversari avevano
cacciato a pedate Tommy Mller dalla porta. Chiunque
fosse stato il portiere, Rudy l'avrebbe battuto.
I ragazzi tentarono di convincere Liesel a lasciare il posto a
qualcun altro. Come puoi immaginare, lei protest, e Rudy non
fece obiezioni.
No, no, disse sorridendo, lasciatela stare l. E si fregava
le mani.
La neve aveva smesso di cadere sulla strada sporca, e a separare
i due avversari c'erano molte impronte fangose. Rudy
fece una finta, poi tir. Liesel si tuff e in qualche modo riusc
a deviare la palla con un gomito. Si rialz con un sogghigno, ma
la prima cosa che vide fu una palla di neve che le arriv dritta in
faccia. Per met era fango, e le fece un male cane.
Ti  piaciuta? sghighazz il ragazzo, e corse via, inseguendo
il pallone.
Saukerl, mormor Liesel. Il frasario adottato nella sua nuova
casa si affermava con rapidit.

. . . ALCUNE INFORMAZIONI . . .
SU RUDY STEINER.

Di otto mesi pi grande di Liesel, aveva gambe ossute,
denti aguzzi, occhi azzurri da ribelle e capelli color limone.
Era uno dei sei figli degli Steiner, e aveva costantemente
fame. Nella Himmelstrasse lo ritenevano un po' svitato,
per via di un fatto menzionato di rado, ma noto a tutti
come l'incidente di Jesse Owens: una sera si era dipinto
di nero con il carbone ed aveva corso i cento metri
nel campo sportivo locale.

Svitato o no, Rudy era in ogni caso destinato a diventare il
migliore amico di Liesel. E una palla di neve in faccia  senza
dubbio l'inizio perfetto di un'amicizia duratura.
Qualche giorno dopo avere iniziato la scuola, Liesel fece la
strada fino all'istituto con i fratelli Steiner. La madre di Rudy,
Barbara, aveva fatto promettere al figlio di accompagnare la
nuova arrivata, soprattutto dopo essere stata messa al corrente
della faccenda della palla di neve. Da parte sua, Rudy era piuttosto
felice di quell'incombenza. Non era per nulla quel tipo
di ragazzino che non sopporta le femmine: anzi, le ragazze gli
piacevano molto, e gli piaceva Liesel (la palla di neve ne era la
prova). In effetti, Rudy Steiner era uno di quegli audaci piccoli
bastardi che desiderano la compagnia delle signore. Pare
che tra le nebbie dell'infanzia debba esserci in ogni gruppo
di ragazzini un personaggio simile.  il ragazzo che rifiuta di
avere paura dell'altro sesso, se non altro perch tutti gli altri si
abbandonano a quella paura, e lui non  certo il tipo che teme
di prendere posizione. Nel caso specifico, infatti, Rudy aveva
gi fatto un pensierino su Liesel Meminger.
Nel tragitto verso la scuola decise di indicare alla bambina
alcuni luoghi interessanti della citt, o perlomeno tent di passarli
in rassegna, mentre diceva ai fratelli minori di chiudere il
becco e mentre quelli maggiori gli dicevano di chiudere il suo.
Il primo luogo notevole era una finestrella al secondo piano
di un caseggiato.
L abita Tommy Mller. Intu che Liesel non ricordava
chi fosse. Quello che fa le smorfie. Quando aveva cinque
anni si perse al mercato in uno dei giorni pi freddi dell'anno.
Quando lo trovarono, tre ore pi tardi, era rigido come un
blocco di ghiaccio e aveva un terribile mal d'orecchi. Dopo un
po' di tempo le sue orecchie si erano tutte infettate ed hanno
dovuto operarlo tre o quattro volte. I dottori gli hanno rovinato
i nervi. Perci adesso fa le smorfie.
E gioca male a calcio, disse meccanicamente Liesel.
 il peggiore.
Il punto d'interesse successivo fu il negozio d'angolo in fondo
alla Himmelstrasse, quello di Frau Diller.

. . . UNA NOTA IMPORTANTE A PROPOSITO . . .
DI FRAU DILLER.

Aveva un'unica regola d'oro.

Frau Diller era una donna asciutta, con gli occhiali dalle
lenti spesse e lo sguardo minaccioso. L'aria malvagia le serviva
a scoraggiare anche soltanto il pensiero di un furto nel suo
negozio. Difendeva la sua propriet come un soldato, accogliendo
i clienti con voce raggelante ed addirittura il respiro
che sapeva di Heil Hitler. La bottega era bianca e fredda.
Accanto c'era una casetta che rabbrividiva appena un po' pi
degli altri edifici della Himmelstrasse. Frau Diller amministrava
quella sensazione, distribuendola come fosse l'unico
articolo gratito nel suo esercizio. Viveva per il suo negozio,
e il suo negozio viveva per il Terzo Reich. Anche quando,
qualche mese pi tardi, ebbe inizio il razionamento dei generi
alimentari, tutti sapevano che vendeva sotto banco alcuni
articoli difficili da reperire e donava i guadagni al Partito
Nazista. Alla parete dietro il bancone era appesa una cornice
con la foto del Fhrer. Se si entrava senza dire Heil Hitler,
non si veniva serviti. Quando passarono davanti al negozio,
Rudy richiam l'attenzione di Liesel sugli occhi micidiali che
spiavano dalla vetrina.
Di' sempre Heil quando entri l, l'ammon. Se vuoi evitare
di dover andare a fare acquisti altrove. Quando ebbero
oltrepassato da un bel pezzo il negozio, Liesel si volt, e trov
quegli occhi ingigantiti ancora l, incollati dietro la vetrina.
Svoltato l'angolo, si ritrovarono nella Mnchenstrasse (la
via principale per entrare ed uscire da Molching), coperta di
fango.
Come spesso accadeva, incrociarono alcune compagnie di
reclute che marciavano. Le loro uniformi procedevano diritte
e gli stivali neri insozzavano ancor di pi la neve. Avevano lo
sguardo fisso davanti a loro, concentrato.
Superati i soldati, gli Steiner e Liesel passarono davanti alle
vetrine di alcuni negozi e all'imponente municipio, che qualche
anno dopo sarebbe stato raso al suolo e dato alle fiamme.
Certe botteghe erano abbandonate ed ancora contrassegnate
con stelle gialle ed insulti contro gli ebrei. Pi lontano c'era
la chiesa, con il tetto coperto da un elaborato incastro di tegole
che puntava verso il cielo. Quella strada, nel complesso,
assomigliava ad un lungo tubo grigio, un corridoio di umidit
pieno di gente infreddolita e rimbombante dei passi nelle
pozzanghere.
A un tratto Rudy si mise a correre, trascinando Liesel con s.
Buss alla vetrina della bottega di un sarto.
Se Liesel avesse saputo leggere l'insegna, avrebbe capito
che il negozio apparteneva al padre di Rudy. Non era ancora
aperto, ma all'interno c'era un uomo che sistemava i tessuti
dietro il bancone. Alz gli occhi e fece un cenno di saluto.
Mio pap la inform Rudy, e un attimo dopo si ritrovarono
travolti da una turba di Steiner di varie et, ognuno dei
quali agitava le mani, mandava baci al padre, oppure accennava
semplicemente un saluto (i pi grandi) prima di rimettersi
in marcia verso l'ultimo punto d'interesse prima di arrivare a
scuola.

. . . L'ULTIMA TAPPA . . .
La strada delle stelle gialle.

C'era un luogo che nessuno aveva voglia di soffermarsi a
guardare, anche se poi tutti lo facevano. Era una strada simile
a un lungo braccio spezzato, con case dalle finestre in frantumi
e muri scrostati. Su ogni porta era dipinta la stella di Davide.
Quegli edifici erano considerati quasi come dei lebbrosi. Alla
fine addirittura come piaghe purulente che infettavano la terra
tedesca.
Schillerstrasse, annunci Rudy. La strada delle stelle
gialle.
Alla fine della via scorsero alcune sagome in movimento. La
pioggerella le faceva sembrare fantasmi. Non uomini, ma vaghe
forme vaganti sotto il cielo plumbeo.
Tornate qui, voi due, li richiam Kurt Steiner (il maggiore
dei fratelli), e Rudy e Liesel si allontanarono in fretta da
Schillerstrasse.
A scuola, Rudy cercava Liesel durante tutti gli intevalli. Non
gli importava se gli altri ragazzi dicevano che era stupida. Su di
lui avrebbe sempre potuto contare, fin dal principio, e lo dimostr
pi tardi, quando la frustrazione di Liesel trabocc. Ma la
sua presenza aveva un prezzo.

. . . L'UNICA COSA PEGGIORE . . .
DI UN RAGAZZO CHE TI ODIA.
Un ragazzo che ti ama.

Verso la fine di aprile, tornando da scuola, Rudy e Liesel si
fermarono nella Himmelstrasse per la consueta partita di calcio.
Pioveva a tratti, e nessun altro bambino si era presentato. L'unica
persona che videro fu quella boccaccia di Pfiffikus.
Guarda laggi, indic Rudy.

. . . RITRATTO DI PFIFFIKUS . . .
Era di corporatura fragile ed aveva i capelli bianchi.
Aveva un impermeabile nero, pantaloni scuri, scarpe sfondate,
e una bocca... e che razza di bocca.

Ehi, Pfiffikus!
Il vecchio si volt e Rudy incominci a fischiettare.
Pfiffikus s'irrigid, poi incominci a bestemmiare con una
furia che si potrebbe definire un'arte. Sembrava che nessuno
conoscesse il suo vero nome, o per lo meno nessuno mai lo
usava. Lo chiamavano Pfiffikus, il nomignolo che si attribuisce
a uno cui piace fischiettare, e a Pfiffikus piaceva moltissimo.
Fischiettava di continuo la Marcia di Radetzky, e tutti i
bambini della citt si divertivano a gridargli dietro e a fargli
il verso. Allora Pfiffikus abbandonava la sua abituale camminata
(schiena china, lunghe falcate, braccia allacciate dietro la
schiena sopra l'impermeabile), e si drizzava per insultarli. In
quei momenti il suo aspetto bonario veniva spazzato via dalla
voce carica di furore.
Liesel imit quasi di riflesso gli scherni di Rudy.
Pfiffikus! gli fece eco, con quella crudelt innocente che
sembra prerogativa dell'infanzia. Fischiava malissimo, ma non
aveva mai avuto il tempo di perfezionarsi.
Pfiffikus corse loro incontro sbraitando. Incominci con
Geh' scheissen! e via di sguito, sempre peggio. Sulle prime
riserv i suoi improperi solo al ragazzo, ma presto decise di
dedicarsi anche a Liesel.
Puttanella! rugg, inseguendola. Le parole la colpirono
alla schiena. Non ti ho mai vista prima! Davvero carino
chiamare puttanella una bambina di dieci anni. Pfiffikus era
fatto cos. Era opinione comune che lui e Frau Holtzapfel
avrebbero formato una bella coppia. Tornate qui! furono le
ultime parole che Liesel e Rudy udirono, mentre si allontanavano
di corsa. Fuggirono fino alla Mnchenstrasse.
Vieni, disse Rudy, una volta ripreso fiato. Seguimi un
momento.
Port Liesel all'Ovale Hubert, teatro dell'incidente di Jesse
Owens, dove sostarono qualche minuto con le mani in tasca.
La pista si allungava di fronte a loro. Non poteva che accadere
una cosa, e fu Rudy a parlare per primo.
Cento metri, la stuzzic. Scommetto che non riesci a
battermi.
Scommetto che ci riesco, rispose Liesel.
Ma che cosa vuoi scommettere, piccola Saumensch? Hai del
denaro?
Certo che no. E tu?
No. Rudy ebbe un'idea. Il rubacuori in erba faceva capolino
in lui. Se ti batto, ti bacio. Si accovacci per arrotolare il
fondo dei calzoni.
Liesel si allarm non poco. Per quale motivo vuoi baciarmi?
Sono tutta sporca.
Anch'io. Era chiaro che Rudy non vedeva motivo per cui
un po' di sporcizia dovesse interferire con la scommessa. Entrambi
non facevano il bagno da un bel po' di tempo.
Liesel ci pens su mentre studiava le gambe pallide del suo
avversario. Erano press'a poco uguali alle sue. Impossibile che
mi batta, pens. Allora annu, seria: gli affari erano affari. Puoi
baciarmi se vinci tu. Ma se vinco io, smetto di fare il portiere
quando giochiamo a calcio.
Rudy esamin la proposta. D'accordo, decise, e si strinsero
la mano.
Lo stadio era avvolto dalla foschia. Dal cielo plumbeo aveva
ricominciato a cadere una pioggia sottile.
La pista era pi fangosa di quanto sembrasse.
I concorrenti si misero in posizione.
Rudy lanci un sasso in aria per dare il segnale di partenza:
quando avrebbe toccato terra sarebbero partiti.
Non riesco nemmeno a vedere la linea del traguardo, si
lagn Liesel.
E io s?
Il sasso si conficc nel suolo.
Corsero l'uno accanto all'altra, sgomitandosi e cercando di
passare in testa. Finch il terreno scivoloso risucchi loro i piedi,
facendoli cadere a circa venti metri dalla meta.
Ges, Giuseppe e Maria! esclam Rudy. Sono pieno di
merda!
Non  merda, lo corressse Liesel,  fango, anche se aveva
i suoi dubbi. Scivolarono per altri cinque metri in direzione del
traguardo. Allora, diciamo che siamo pari?
Rudy lev lo sguardo: era tutto denti aguzzi e occhi azzurri
da ribelle. Met faccia era impiastricciata di fango. Se siamo
pari, posso baciarti lo stesso?
Neanche tra un milione di anni, Liesel si rialz, e cerc di
togliere un po' di melma dalla giacca.
Non ti far pi fare il portiere.
Voglio rimanere il vostro portiere.
Mentre facevano ritorno alla Himmelstrasse, Rudy l'avvert:
Un giorno, Liesel, disse, morirai dalla voglia di baciarmi.
Ma Liesel lo sapeva.
Fece un voto: finch lei e Rudy Steiner fossero vissuti, mai
avrebbe baciato quel miserabile, lurido Saukerl, soprattutto
non quel giorno. C'erano cose pi importanti alle quali dedicarsi.
Gett un'occhiata al suo nuovo vestito di fango, e dedusse
una logica conseguenza: Quella mi ammazza.
Quella, ovviamente, era Rosa Hubermann, nota anche
come Mamma, ed effettivamente arriv vicinissima ad ammazzarla.
La parola Saumensch fu pronunciata svariate volte al momento
della punizione. Fece polpette di Liesel.

L'incidente di Jesse Owens.

Come sappiamo, Liesel non abitava nella Himmelstrasse
quando Rudy comp il suo folle gesto infantile. Ma le pareva di
essere stata presente: nella sua memoria era in qualche modo diventata
un membro dell'immaginario pubblico di Rudy. Nessun
altro le aveva raccontato quella vicenda, ma l'amico l'aveva descritta
cos bene che quando Liesel, anni dopo, cerc di mettere
insieme la propria storia, l'incidente di Jesse Owens era entrato
a farne parte, assieme a tutti i fatti cui aveva assistito di persona.
Era il 1936. I Giochi Olimpici di Hitler.
Jesse Owens aveva appena concluso la staffetta 4 x 100 e vinto
la quarta medaglia d'oro. Si diceva che fosse un essere inferiore,
in quanto nero, e che Hitler si fosse rifiutato di stringergli
la mano. Ma persino i tedeschi pi razzisti erano rimasti sbalorditi
dalle imprese di Owens, e la sua fama aveva incominciato
a farsi strada. Nessuno, per, ne era impressionato pi di Rudy
Steiner.
Tutta la famiglia era in salotto, quando lui era sgusciato via,
intrufolandosi in cucina. Aveva tratto fuori della stufa qualche
pezzo di carbone, stringendolo nelle manine. E adesso... sorrise.
Era pronto.
Si spalm il carbone addosso, uno strato bello spesso, finch
non fu tutto nero. Lo pass persino sui capelli.
Specchiandosi in una finestra, il bambino rise come un matto
vedendo la propria immagine riflessa. In canottiera e calzoncini
s'impossess della bicicletta del fratello maggiore, pedal su
per la via diretto all'Ovale Hubert. In una tasca aveva nascosto
un altro pezzetto di carbone, casomai pi tardi fosse sbiadito
un po'.
Nella fantasia di Liesel quella sera la luna era cucita sul firmamento,
con le nuvole tutte intorno.
La bicicletta arrugginita croll accanto al recinto dell'Ovale
Hubert e Rudy vi si arrampic. Atterr dall'altra parte, trotterellando
dinoccolato verso la partenza dei cento metri. Diede
freneticamente inizio a una goffa serie di esercizi di riscaldamento.
Incise nel terreno le tacche della linea di partenza. In
attesa del via, cammin su e gi, concentrandosi sotto il cielo
scuro, con la luna e le nubi a osservarlo, strette strette.
Owens  in grande forma, comment. Questa potrebbe
essere la sua pi grande vittoria...
Strinse mani immaginarie di avversari, augurando loro buona
fortuna, pur sapendo che non avevano alcuna possibilit di
batterlo.
Il giudice fece cenno di avvicinarsi. Una folla si materializz
in ogni metro quadrato dell'Ovale Hubert. Tutti scandivano il
nome di Rudy Steiner... e il suo nome era Jesse Owens.
I piedi nudi del bambino artigliavano il terreno. Poteva sentirlo
fra le dita.
Si mise in posizione, e la pistola del giudice fece un buco
nella notte.
Il primo terzo della corsa fu tutto in parit, ma era solo questione
di tempo prima che l'Owens di carbone staccasse gli avversari
e sfrecciasse via.
Owens  in testa, strill la voce acuta del bambino, mentre
correva lungo la pista vuota, dritto verso il fragoroso applauso
e la gloria olimpica. Riusc persino a percepire il filo di lana che
si spezzava in due contro il suo petto quando vi vol contro,
giungendo primo. In quel momento era l'uomo pi veloce del
mondo.
Fu durante il giro d'onore che le cose si misero male. Tra
la folla c'era suo padre, che lo aspettava al traguardo come
un vero spauracchio. O perlomeno uno spauracchio in giacca
e calzoni. (Come detto prima, il padre di Rudy faceva il sarto.
Raramente lo si vedeva fuori casa senza giacca e cravatta.
Quella volta per aveva solo la giacca, e una camicia
stropicciata).
Was ist los? domand al figlio, quando quest'ultimo
compar in tutta la sua gloria di carbone. Che diavolo succede?
La folla svan. Si lev una brezza. Dormivo in poltrona,
quando Kurt si  accorto che eri sparito. Sono tutti in giro a
cercarti.
In circostanze normali il signor Steiner era un uomo di apprezzabile
cortesia. Scoprire una sera d'estate uno dei suoi figli
impiastricciato di carbone non era per una circostanza normale.
Questo ragazzo  matto, bofonchi, pur riconoscendo
che, con sei figli, qualcosa del genere poteva capitare: uno di
loro doveva essere per forza la mela marcia. Fiss il bambino in
attesa di una spiegazione.
E allora?
Rudy ansimava piegato in due, con le mani sulle ginocchia.
Ero Jesse Owens, rispose, come se fosse la cosa pi normale
di questo mondo. Nella sua voce c'era persino un qualcosa
di implicito, del tipo Non vedi? Quella sfumatura, tuttavia,
scomparve quando si avvide delle occhiaie da sonno interrotto
sotto gli occhi del padre.
Jesse Owens? Il signor Steiner era un uomo piuttosto rigido.
Aveva una voce secca e precisa, il corpo alto e massiccio
come una quercia, i capelli che erano simili a schegge. E chi
?
Sai, Pap, la Magia Nera.
Te la do io la magia nera. Strinse un orecchio del figlio tra
il pollice e l'indice.
Rudy sussult. Ahi, mi fai male!
Davvero? Suo padre si preoccupava pi del carbone untuoso
che gli sporcava le dita. Si  sporcato tutto di carbone, pens:
santo Dio, ne ha persino dentro le orecchie. Andiamo.
Sulla via di casa, il signor Steiner decise di parlare di politica
con il ragazzo, come meglio sapeva. Rudy avrebbe compreso
tutto solo anni dopo... quando era troppo tardi, ormai, per preoccuparsi
di capirci qualcosa.

. . . LA POLITICA CONTRADDITTORIA . . .
DI ALEX STEINER.

Punto primo: era iscritto al Partito Nazista,
ma non odiava gli ebrei, n nessun altro.
Punto secondo: in segreto, non pot fare a meno di provare un
certo sollievo (o peggio, contentezza!) quando
agli esercenti ebrei fu impedito di lavorare: la propaganda
lo inform che sarebbe stata solo questione di tempo
prima che quella piaga che erano i sarti ebrei
gli portasse via la clientela.
Punto terzo: ma dovevano essere cacciati via tutti?
Punto quarto: indubbiamente, per il bene della famiglia doveva
fare tutto ci che era in suo potere. Se bisognava iscriversi
al Partito, bisognava iscriversi al Partito.
Punto quinto: da qualche parte, in fondo in fondo,
aveva un certo prurito nel cuore, ma si guardava bene
dal grattarlo. Aveva paura di ci che poteva
sgusciarne fuori.

Fecero ritorno nella Himmelstrasse, e Alex disse: Figliolo,
non puoi andartene in giro dipinto di nero. Hai capito?
Rudy era incuriosito e confuso. La luna era uscita da dietro le
nuvole, libera di muoversi, levarsi e calare e specchiarsi sul viso
del ragazzo, rendendolo bello e sporco, come i suoi pensieri.
Perch no, Pap?
Perch ti porteranno via.
Perch?
Perch non dovrebbe piacerti essere nero od ebreo o chiunque
non sia... noi.
Chi sono gli ebrei?
Ricordi quel mio cliente, il signor Kaufmann? Da cui compravamo
le scarpe?
S.
Be', lui  un ebreo.
Non lo sapevo. Bisogna pagare per essere ebrei? Serve un
permesso?
No, Rudy. Il signor Steiner conduceva la bicicletta con una
mano e Rudy con l'altra. Quella conversazione gli stava creando
qualche difficolt. Non aveva ancora lasciato l'orecchio di suo
figlio: se n'era dimenticato.  come essere tedesco, o
cattolico.
Ah. Jesse Owens  cattolico?
Non lo so! Incespic in un pedale della bicicletta e lasci
andare l'orecchio del bambino.
Per un po' camminarono in silenzio, finch Rudy disse: Io
volevo solo essere come Jesse Owens, Pap.
Il signor Steiner pos una mano sul capo di Rudy, spiegando:
Lo so, figliolo... ma tu hai bei capelli biondi e grandi, sicuri
occhi azzurri. Dovresti esserne contento, chiaro?
Non era chiaro per niente.
Rudy non capiva le parole del padre, e quella sera non fu
che il preludio di altri, incomprensibili avvenimenti futuri. Due
anni e mezzo dopo, la Calzoleria Kaufmann fu ridotta ad un cumulo
di schegge di vetro, e tutte le scarpe vennero scaraventate
su un camion ancora nelle loro scatole.

Il rovescio della cartavetrata.

Ogni persona ha i suoi momenti particolari, credo, specie
quando si  bambini. Per alcuni  l'incidente di Jesse Owens.
Per altri, bagnare il letto.
Era la fine del maggio 1939, e la serata era stata come quasi
tutte le altre. Mamma aveva agitato il pugno di ferro. Pap era
uscito. Liesel aveva ripulito la porta d'ingresso e guardava il
cielo della Himmelstrasse.
Prima, c'era stata una sfilata.
Gli estremisti in camicia bruna dello NSDAP (altrimenti
noto come Partito Nazista) avevano marciato lungo la Mnchenstrasse
levando orgogliosi le loro bandiere, le teste ben
alte, come in punta ad un bastone. Avevano intonato canti, terminando
con una tonante esecuzione di Deutschland ber Alles,
La Germania al di sopra di tutto.
Come sempre, li avevano applauditi.
Si affrettavano, marciando verso chiss dove.
Per la strada la gente li stava a guardare, alcuni salutando
con il braccio teso, altri con le mani rosse a forza di applaudire.
Qualche volto traboccava d'orgoglio, come quello di Frau
Diller. Poi c'era, qua e l, qualcuno fuori posto come Alex
Steiner, che pareva un pezzo di legno di forma umana e applaudiva
piano, ma scrupolosamente. Sottomesso.
Liesel era sul marciapiede con Pap e Rudy. Hans Hubermann
era scuro in volto.

. . . QUALCHE DATO SIGNIFICATIVO . . .

Nel 1933, il 90% dei tedeschi espresse un sostegno
incondizionato ad Adolf Hitler.
Il 10% non lo fece.
Hans Hubermann faceva parte di quel 10%.
E c'era una ragione.

Quella notte Liesel sogn, come sempre. Vide le camicie
brune in marcia, ma quasi subito quegli uomini la caricarono
su un treno, dove l'attendeva la consueta scoperta: suo fratello
che la fissava.
Quando si svegli urlando, Liesel si accorse immediatamente
che, quella volta, qualcosa era cambiato. Da sotto le coperte
saliva un odore caldo e nauseabondo. La sua prima reazione
fu cercare di convincersi che non era accaduto nulla, ma quando
Pap si avvicin e la prese in braccio scoppi a piangere.
Pap, bisbigli. Pap, e fu tutto. Probabilmente anche
lui sent l'odore.
La sollev dolcemente dal letto, portandola in bagno. Qualche
minuto dopo accadde un fatto importante.
Togliamo le lenzuola, disse Pap, e quando infil la mano
sotto il materasso per tirarle via, qualcosa cadde al suolo con
un tonfo. Un libro nero, con sopra una scritta argentata, piomb
rumorosamente sul pavimento, tra i piedi dell'uomo.
Hans abbass lo sguardo.
Poi guard la ragazza, che alz timidamente le spalle.
Lesse il titolo ad alta voce: Il Manuale del necroforo.
Si chiamava dunque cos, pens Liesel.
Fra i due ci fu silenzio. L'uomo, la ragazza, il libro. Pap lo
raccolse e domand, con voce morbida come cotone.

. . . UNA CONVERSAZIONE ALLE 2 . . .
DEL MATTINO.

 tuo?
S, Pap.
Vuoi leggerlo?
Di nuovo S, Pap.
Un sorriso stanco.
Occhi di metallo liquido.
Be', allora faremo meglio a leggerlo.
Quattro anni dopo, quando Liesel si mise a scrivere in cantina,
due pensieri affiorarono circa il trauma di avere bagnato
il letto. In primo luogo, fu fortunata che fosse stato Pap
a scoprire il libro, (Per fortuna, quando le lenzuola erano
state lavate in precedenza, Rosa aveva fatto disfare e rifare il
letto a Liesel. E sbrgati, Saumensch! Mica abbiamo tutto il
giorno!) In secondo luogo, era orgogliosa della parte svolta
nella sua istruzione da Hans Hubermann. Non ci crederesti,
scrisse, ma non fu tanto la scuola ad insegnarmi a leggere: fu
piuttosto Pap. La gente crede che non sia tanto in gamba, ma
ho scoperto che una volta parole e scrittura gli hanno salvato
sul serio la vita. O, almeno, le parole ed un uomo che suonava
la fisarmonica...

Prima le cose importanti, disse quella notte Hans Hubermann.
Lav le lenzuola e le stese ad asciugare. E adesso, disse
al suo ritorno, incominciamo la lezione di mezzanotte.
La lampada gialla era coperta di polvere.
Liesel sedette sulle lenzuola pulite, piena di vergogna ma eccitata.
Il pensiero di avere bagnato il letto l'angustiava, ma stava
finalmente per leggere. Stava per leggere il libro.
La sua mente correva. Presero vita le immagini di una geniale
lettrice di dieci anni.
Se solo fosse stato cos facile.
A dire il vero, incominci Pap, neanch'io sono molto
bravo a leggere.
Ma a Liesel non importava che leggesse lentamente. Anzi,
poteva essere utile che la sua lettura fosse pi lenta della media:
sarebbe forse stato meno frustrante. All'inizio Hans sembrava
un po' a disagio a tenere in mano il libro e guardarvi dentro.
Quando si sedette sul letto accanto a lei, si pieg indietro per
appoggiare la schiena, lasciando penzolare le gambe fuori della
sponda. Scrut il libro ancora un po', poi lo pos sul letto. Ma
perch una ragazza carina come te vuole leggere un libro come
questo?
Ancora una volta Liesel fece spallucce. Non era importante
che quel libro contenesse l'opera completa di Goethe o altri
capolavori del genere, era importante che fosse l. Cerc di spiegare
il suo pensiero: Io... quando... era nella neve, e... Pronunciate
in un soffio, le sue parole rotolavano gi dalla sponda
del letto, spargendosi sul pavimento come polvere.
Ma Pap sapeva che cosa dire. Sapeva sempre che cosa dire.
Hans pass una mano fra i capelli assonnati e disse: D'accordo,
ma fammi una promessa, Liesel. Quando morir accertati
che mi seppelliscano bene.
Lei annu, seria.
Non saltare il Capitolo Sei, n il punto quattro del Capitolo
Nove, rise Pap, subito imitato da colei che aveva bagnato
il letto. Tutto chiaro? Bene, possiamo andare avanti.
Si aggiust meglio, e le ossa gli crocchiarono come assi di
legno. Comincia lo spasso.
Il libro si apr producendo come una piccola folata di vento,
amplificata dalla quiete notturna.
Ripensandoci, Liesel avrebbe saputo dire esattamente che
cosa pensava Pap mentre scorreva la prima pagina del Manuale
del necroforo. Rendendosi conto della difficolt del testo,
era ben consapevole che, per Liesel, un libro siffatto era
tutt'altro che l'ideale. C'erano parole che creavano problemi
anche a lui, per non parlare poi dell'argomento macabro. La
ragazza, dal canto suo, aveva un cos impellente desiderio di
leggere che non provava neppure a capire. In un certo senso,
forse voleva essere sicura che suo fratello fosse stato sepolto a
dovere. Qualunque ne fosse il motivo, la sua fame di leggere
era intensa quanto pu conoscerla qualunque essere umano
di dieci anni.
Il Capitolo Uno era intitolato Il primo passo: scelta dell'attrezzatura
adatta. In una breve introduzione, si delineava il
genere di materiale di cui si sarebbe discusso nelle venti pagine
successive. Si passavano in rassegna i vari tipi di pale,
picconi, guanti e cos via, e se ne illustrava la corretta manutenzione.
Scavare fosse era un lavoro serio.
Mentre Pap lo scorreva, sentiva gli occhi di Liesel fissi su
di lui. Si erano come aggrappati a lui in attesa di qualcosa,
qualsiasi cosa che uscisse dalle sue labbra.
Qui. Si spost di nuovo, porgendole il volume. Guarda
questa pagina e dimmi quante parole sai leggere.
Lei la osserv... e ment.
All'incirca la met.
Leggimene qualcuna. Lei, naturalmente, non ne fu capace.
Quando le fece indicare ogni parola che sapeva leggere e
gliele fece pronunciare, scopr che erano soltanto tre i termini
che conosceva: i tre articoli tedeschi. In tutta la pagina dovevano
esserci circa trecento parole.
Sarebbe stato pi difficile del previsto, pens Hans.
Liesel lo sorprese a pensarlo, ma solo per un istante.
Pap usc dalla stanza.
Quando fece ritorno disse: Mi  venuta in mente un'idea
migliore. Aveva in mano un pesante pennello da imbianchino
e un fascio di carta vetrata. Cominciamo dagli scarabocchi.
Liesel non fece obiezioni.
Nell'angolo sinistro del rovescio di un foglio di carta vetrata
Pap disegn un quadrato di circa tre centimetri di lato, poi
vi scrisse all'interno una A maiuscola. Nell'angolo opposto ne
scrisse un'altra pi piccola. Fino a quel punto, tutto bene.
A, disse Liesel.
A come che cosa?
Liesel sorrise. Apfel.
Lui scrisse la parola a grosse lettere, disegnandovi sotto uno
sgorbio di mela: era un imbianchino, mica un artista. Poi alz
gli occhi e disse: Adesso la B.
A mano a mano che procedevano con l'alfabeto, gli occhi
di Liesel si rasserenarono. Lo aveva gi studiato a scuola, nella
classe dei pi piccoli, ma in questo modo era molto meglio.
Qui lei era l'unica, e non si sentiva un gigante. Era bello osservare
la mano di Pap che scriveva le parole e tracciava lentamente
i suoi schizzi rudimentali.
Coraggio, Liesel, la incoraggi, quando pi tardi la bambina
incominci a incontrare qualche difficolt. Il nome di
qualcosa che incominci con la S.  facile. Non mi deludere.
A Liesel non veniva in mente niente.
Forza! insistette, poi bisbigli complice: Pensa a Mamma.
Fu allora che la parola la colp in viso come uno schiaffo. Liesel
fece una smorfia, per riflesso istintivo. SAUMENSCH!
esclam, e Pap scoppi a ridere forte; poi si ricompose.
Sst, dobbiamo fare piano. Tuttavia continu a ridacchiare,
e scrisse quella parola, corredandola con uno dei suoi disegnini.

. . . UN'OPERA DI . . .
HANS HUBERMANN.

Pap! sussurr Liesel. Non ho gli occhi!
Lui le accarezz i capelli: era caduta nella sua trappola. Con
un sorriso cos, disse Hans Hubermann, non hai bisogno di
occhi. L'abbracci, poi osserv di nuovo il disegno con gli occhi
simili ad argento liquido. Adesso la T.

Completato l'alfabeto e ripetuto una dozzina di volte, Pap si
chin sul letto e disse: Abbiamo finito per stanotte?
Ancora qualche parola.
Lui fu risoluto. Basta cos. Quando ti sveglierai, suoner la
fisarmonica per te.
Grazie, Pap.
Buona notte. Rise: Buona notte, Saumensch.
Buona notte, Pap.
Hans spense la luce e torn a sistemarsi sulla sedia. Liesel
tenne gli occhi aperti nel buio ancora un po'. Vedeva le parole.

L'odore dell'amicizia.

L'insegnamento prosegu.
Nelle settimane successive e durante l'estate, la lezione di
mezzanotte ebbe inizio al termine di ogni incubo. Liesel bagn
il letto altre due volte, ma Hans Hubermann fu pronto a
ripetere il bucato improvvisato, per poi dedicarsi alla lettura e
agli schizzi. Nelle prime ore del mattino le loro voci tranquille
risuonavano nella casa silenziosa.
Un gioved, poco dopo le tre del pomeriggio, Mamma disse a
Liesel di prepararsi a uscire con lei per consegnare abiti stirati.
Pap, tuttavia, aveva altre idee.
Entr in cucina e disse: Mi dispiace, Mamma, ma oggi Liesel
non verr con te.
Mamma non si prese neppure la briga di alzare gli occhi dalla
borsa. Chi ti ha chiesto niente, Arschloch? Andiamo, Liesel.
Deve leggere, ribatt lui, ammiccando a Liesel. Con me.
Le insegno io. Andremo sull'Amper... dove di solito mi esercito
a suonare la fisarmonica.
Mamma lo degn della sua attenzione.
Pos il bucato sul tavolo, assumendo prontamente un adeguato
grado di scetticismo. Che cosa hai detto?
Mi pare che tu mi abbia sentito, Rosa.
Mamma scoppi a ridere. Che cosa diavolo potresti insegnarle,
tu? Un sogghigno di cartone. Parole taglienti. Come
se sapessi leggere bene, Saukerl.
Pap pass al contrattacco. Consegneremo noi la tua roba
stirata.
Sporco... Mamma s'interruppe. Le parole le indugiarono
in bocca mentre ci pensava su. Tornate prima di sera.
Non possiamo leggere al buio, Mamma.
Che cos'hai detto, Saumensch?
Niente, Mamma.
Pap sorrise e fece cenno alla ragazza. Libro, carta vetrata
e pennello, le ordin, e fisarmonica! Poco dopo uscirono
sulla Himmelstrasse, portando con s le parole, la musica e il
bucato.
Mentre camminavano verso la bottega di Frau Diller, si volsero
pi volte per controllare se Mamma fosse al cancello, a tenerli
d'occhio. C'era sempre. E a un certo punto grid: Liesel,
tieni bene quella biancheria stirata! Non spiegazzarla!
S, Mamma!
E dopo qualche passo: Liesel, sei abbastanza vestita?
Che cosa hai detto?
Saumensch, du dreckiges, non senti mai niente! Ti sei coperta
abbastanza? Potrebbe fare freddo, pi tardi!
Dietro l'angolo, Pap si chin ad allacciarsi una scarpa. Liesel,
chiese, mi arrotoleresti una sigaretta?
Nulla le avrebbe procurato una soddisfazione pi grande.
Una volta consegnata la biancheria stirata, ritornarono verso
il fiume Amper, che scorreva ai margini della citt per poi
proseguire in direzione di Dachau, il campo di
concentramento.
C'era un ponte di assi di legno.
Si sedettero una trentina di metri a valle del ponte, sull'erba,
a scrivere le parole ed a leggerle ad alta voce, e quando
incominci a farsi buio Hans tir fuori la fisarmonica. Liesel
lo guardava e ascoltava con attenzione, eppure le sfugg
l'espressione perplessa dipinta quella sera sul volto di Pap,
mentre suonava.

. . . IL VOLTO DI PAP . . .

Viaggiava e si interrogava, ma non trovava risposte.
Non ancora.
In lui c'era stato un cambiamento. Quasi impercettibile.

Liesel lo not, ma pi tardi, quando tutte le parti della storia
si completarono. Non lo vide guardare mentre suonava, non
avendo idea che la fisarmonica di Hans Hubermann fosse una
storia. Una storia che sarebbe arrivata al numero 33 della Himmelstrasse,
nelle prime ore del mattino, con una giacca spiegazzata
sulle spalle intirizzite. Avrebbe avuto con s una valigia, un
libro e due domande. Una storia. Storia dopo storia. Una storia
dentro la storia.
Per ora, per quanto riguardava Liesel, di storie ce n'era una
sola, e lei se la godeva.
Si accomod tra le lunghe braccia dell'erba, sdraiandosi sul
dorso. Chiuse gli occhi, e le sue orecchie colsero le note.
Certo, qualche problema c'era. A volte Pap quasi la sgridava.
Su, Liesel, diceva, questa parola la sai! Allentava la pressione
solo quando la bambina aveva fatto abbastanza progressi.
Quando il tempo era bello, trascorrevano il pomeriggio
sull'Amper. Se era brutto, rimanevano nel seminterrato, anche
a causa di Mamma. Sulle prime avevano provato a sistemarsi in
cucina, ma non ci fu verso.
Rosa, le disse una volta Hans. Le sue parole tagliarono in
due una sua frase, con calma. Mi faresti un favore?
Lei alz gli occhi dal fornello. Quale favore?
Ti prego, potresti chiudere il becco solo per cinque minuti?
Puoi immaginarti la reazione.
Dovettero spostarsi in cantina.
L sotto non c'era luce, perci portarono una lampada a kerosene,
e pian piano, tra scuola e casa, tra il fiume e la cantina,
tra i giorni di bel tempo e quelli di pioggia, Liesel impar a
leggere e scrivere.
Presto, promise Pap, sarai capace di leggere quel libraccio
sulle tombe a occhi chiusi.
E potr lasciare la prima elementare.
Pronunci quelle parole con un'espressione torva.
In una delle loro lezioni nel seminterrato, Pap fece a meno
della cartavetrata (si consumava in fretta) e tir fuori un pennello.
In casa Hubermann non c'era molto da mangiare, ma
c'era una gran quantit di vernice, che divenne pi che utile ai
fini dell'istruzione di Liesel. Pap pronunciava una parola, e la
ragazzina doveva sillabarla a voce alta, poi tracciarla sul muro
finch non la scriveva giusta. Dopo un mese il muro venne ridipinto:
una nuova pagina di intonaco.
Certe notti, dopo avere studiato in cantina, Liesel si accovacciava
nel bagno e ascoltava le solite lamentele provenire dalla
cucina.
Puzzi di sigarette e kerosene, diceva Mamma ad Hans.
Seduta nell'acqua, Liesel immaginava quell'odore sugli abiti
di Pap. Amava quell'odore. Per lei era l'odore dell'amicizia, e
poteva fiutarlo anche su di s. Si annusava un braccio e sorrideva,
mentre l'acqua del bagno diventava fredda.

La campionessa dei pesi massimi del cortile della scuola.

L'estate del 1939 sembrava avere fretta, o forse era Liesel che
ne aveva. Trascorreva le giornate a giocare a calcio con Rudy e
gli altri ragazzi della Himmelstrasse (passatempo preferito tutto
l'anno), prelevava in citt la biancheria da stirare con Mamma,
e imparava parole. Sembrava che, pochi giorni appena dopo
essere incominciata, l'estate fosse gi finita.
Nell'ultima parte dell'anno accaddero due cose.

. . . TRA SETTEMBRE E NOVEMBRE 1939 . . .

1. Incomincia la Seconda guerra mondiale.
2. Liesel Meminger diventa campionessa dei pesi massimi
del cortile della scuola.

A Molching era una giornata fredda quando incominci la
guerra e il mio lavoro aument.
Il mondo ne discuteva.
I titoli dei giornali ci andavano a nozze.
La voce del Fhrer echeggiava nelle radio tedesche. Non ci
arrenderemo. Non daremo tregua al nemico. Vinceremo. La
nostra ora  scoccata.
L'invasione tedesca della Polonia era incominciata e la gente
si radunava ad ascoltare le notizie. La Mnchenstrasse, come
ogni altra strada principale in Germania, era satura di guerra:
l'odore, la voce della guerra. Qualche giorno prima era iniziato
il razionamento - le scritte sui muri - e adesso era ufficiale.
Inghilterra e Francia avevano dichiarato guerra alla Germania.
Tanto per rubare una frase ad Hans Huberman:
Cominciava lo spasso.
Il giorno in cui fu data la notizia, Pap aveva avuto la fortuna
di trovare un po' di lavoro. Tornando a casa raccolse un
giornale gettato via, e anzich cacciarlo fra le latte di pittura
sul suo carretto, lo pieg e se lo fece scivolare sotto la camicia.
Quando arriv a casa e lo tir fuori, il sudore gli aveva stampato
l'inchiostro sulla pelle. Il giornale fin sul tavolo, ma la notizia
gli era rimasta sul petto, come un tatuaggio. Tenendo aperta la
camicia, Hans si rimirava nella fievole luce della cucina.
Che cosa dice? gli chiese Liesel guardando su e gi, dalle
impronte nere sulla pelle di Pap al giornale.
HITLER INVADE LA POLONIA, rispose lui, e si lasci
cadere su una sedia. Deutschland ber Alles, mormor, con
una voce neanche lontanamente patriottica.
Aveva di nuovo quell'espressione... quella della fisarmonica.
Cos incominci una guerra.
E Liesel si trov presto coinvolta in un'altra, pi piccola.
Circa un mese dopo la ripresa della scuola, Liesel fu promossa
nella classe giusta per la sua et. Penserai che fosse grazie
ai suoi progressi nella lettura, ma non era cos. Era migliorata
molto, certo, ma leggeva ancora con grande difficolt. Le frasi si
sparpagliavano ovunque. Le parole si prendevano gioco di lei.
Il motivo per cui fu ammessa nella nuova classe dipese piuttosto
dal fatto che la sua presenza in quella inferiore era divenuta un
problema. Rispondeva alle domande rivolte agli altri bambini e
disturbava le lezioni di continuo. Le venne inflitto anche qualche
Watschen in corridoio.

. . . DEFINIZIONE . . .
Watschen = una buona dose di botte.

Veniva fatta alzare, sedere su una sedia di lato e l'insegnante,
che per caso era una suora, le diceva di tenere la bocca chiusa.
All'estremit opposta dell'aula, Rudy la guardava e le faceva
ciao con la mano. Liesel rispondeva, cercando di non sorridere;
ma non ci riusciva.
A casa era a buon punto della lettura del Manuale del necroforo
con Pap. Tracciavano un cerchio intorno alle parole
che lei non capiva e, il giorno dopo, le trascrivevano in cantina.
Pensava che bastasse, ma non era sufficiente.
Verso la fine di novembre a scuola ci furono alcune prove per
verificare i progressi degli alunni. Una consisteva nella lettura
di un brano. Ogni bambino fu fatto alzare in piedi davanti alla
classe e leggere un passo datogli dalla maestra. Era una giornata
gelida, ma splendeva il sole. I bambini si sfregarono gli occhi.
Un alone circondava la sinistra monaca mietitrice, Suor Maria.
(A proposito... mi piace quest'idea umana della sinistra mietitrice.
Mi piace la falce. Mi diverte).
Nell'aula assolata i nomi schizzavano fuori a caso.
Waidenheim, Lehmann, Steiner.
Si alzarono in piedi e fecero la loro lettura. Rudy fu sorprendentemente
in gamba.
Per tutta la durata dell'esame Liesel sedette in preda ad un
misto di fervida attesa e paura. Desiderava disperatamente mettersi
alla prova, verificare una volta per tutte quanti progressi
avesse fatto nell'apprendere. Avrebbe saputo leggere come
Rudy e il resto della classe?
Ogni volta che Suor Maria abbassava gli occhi sulla lista dei
nomi, un fascio di nervi si tendeva nei fianchi di Liesel. Le cominciava
nel ventre, ma si faceva strada verso l'alto. Ben presto
le si stringeva intorno al collo, come una corda.
Quando Tommy Mller termin la sua mediocre prova, la
maestra gett uno sguardo alla classe. Avevano letto tutti. Mancava
soltanto Liesel.
Bene, bene, annu Suor Maria, esaminando attentamente
l'elenco dei nomi. Abbiamo finito.
Come?
No!
Una voce si lev dal lato opposto dell'aula. Apparteneva ad
un ragazzo dai capelli color limone, le cui gambe ossute picchiavano
sotto il banco. Il ragazzo alz una mano e disse: Suor
Maria, credo che abbia dimenticato Liesel.
Suor Maria guard la ragazzina.
Non si fece impressionare.
Lasci cadere di peso la cartella sul tavolo che aveva davanti,
scrutando Rudy con un sospiro di disapprovazione, quasi
malinconicamente. Perch mai, si chiedeva, doveva sopportare
Rudy Steiner? Non sapeva proprio tenere il becco chiuso.
Perch, santo Dio, perch?
No, disse, in tono definitivo. La sua minuscola pancia si
pieg in avanti con il resto di lei. Temo che Liesel non sia capace
di farlo, Rudy. La maestra si gett un'occhiata attorno,
in cerca di una conferma. Legger tra un po' di tempo.
La ragazzina si schiar la voce e disse, in un tranquillo tono
di sfida: Posso leggere adesso, Suor Maria. La maggior parte
degli altri bambini osservava in silenzio; alcuni si cimentavano
nell'apprezzabile arte infantile di ridere sotto i baffi.
La suora ne aveva abbastanza. No, non sei capace!... Che
cosa fai?
Liesel, infatti, si era alzata dal suo posto e avanzava piano,
a passo rigido, verso la cattedra. Prese il libro e lo apr a una
pagina a caso.
E va bene, allora, disse Suor Maria. Vuoi leggere?
Leggi.
S, Suor Maria. Dopo una rapida occhiata a Rudy, Liesel
abbass lo sguardo, scrutando la pagina.
Quando lo risollev, l'aula venne prima fatta a pezzi, poi
ricomposta. I bambini erano tutti colmi di ammirazione, proprio
l, sotto i suoi occhi, e in un momento di gloria Liesel
immagin di leggere trionfalmente l'intera pagina, con facilit
e senza un solo errore.

. . . UNA PAROLA CHIAVE . . .
Immagin.

Coraggio, Liesel.
Fu Rudy a rompere il silenzio.
La ladra di libri torn a guardare le parole.
Coraggio. Stavolta Rudy si limit a muovere le labbra. Forza,
Liesel.

Il sangue le si fece pesante. Le frasi le si confusero davanti
agli occhi.
D'un tratto la pagina bianca le sembr scritta in un'altra lingua,
e la ragazza non pot impedire che gli occhi le si riempissero
di lacrime. Non riusciva nemmeno pi a vedere le parole.
 il sole. Quel maledetto sole. Irrompeva dalla finestra -
c'era vetro dappertutto - splendendo direttamente sulla ragazza
impotente. Le urlava in faccia: Sei capace di rubare un
libro ma non sai nemmeno leggerne uno!
Le venne in mente una soluzione.
Ansimando, ansimando, incominci a leggere, ma non il libro
che aveva davanti. Era qualcosa dal Manuale del necroforo.
Capitolo Tre: In caso di neve. L'aveva imparata a memoria
dalla voce di Pap.
In caso di neve, disse, occorre adoperare una buona pala.
Bisogna scavare in profondit, non essere pigri. Non potrete tagliare
gli spigoli. Inspir di nuovo profondamente. Naturalmente,
 pi comodo attendere le ore pi calde della giornata,
quando...
Fin.
Il libro le venne strappato di mano e le fu detto: Liesel... in
corridoio.
Mentre le veniva somministrato un piccolo Watschen da Suor
Maria, udiva tutti sghignazzare in classe. Se li immaginava, quei
bambini, ridere di lei. In pieno sole. Ridevano tutti, eccetto
Rudy.
Nell'intervallo presero in giro Liesel. Un ragazzo di nome
Ludwig Schmeikl le si avvicin con un libro in mano. Ehi, Liesel,
le chiese, non capisco questa parola. Potresti leggermela?
E scoppi a ridere, una risata soddisfatta. Dummkopf...
Razza di idiota.
Le nubi si accumulavano, grevi, e altri bambini accorsero a
farsi beffe di lei, per farla arrabbiare.
Non starli a sentire, le consigli Rudy.
Facile dirlo, per te. Non sei tu lo stupido.
Alla fine dell'intervallo le battute erano arrivate a diciannove.
Alla ventesima, Liesel scoppi. Era di nuovo il turno di
Schmeikl. Allora, Liesel, insistette, cacciandole il libro sotto
il naso. Non mi aiuti?
Liesel lo aiut.
Si alz, gli prese il libro dalle mani e, mentre lui voltava la
testa per ridacchiare con gli altri, glielo picchi addosso, colpendolo
pi forte che pot dalle parti dell'inguine.
Come puoi immaginare, Ludwig Schmeikl si pieg in due, e
mentre si abbassava venne abbattuto da un pugno all'orecchio.
Quando si accasci al suolo Liesel gli mont sopra, e inizi a
schiaffeggiarlo e a graffiarlo. La pelle del ragazzo era calda e soffice,
e per quanto piccole, le nocche e le unghie della bambina
erano terribilmente forti. Brutto Saukerl! Persino con la voce
riusciva a graffiarlo. Arschloch! Sei capace di sillabare la parola
Arschloch?
Le nubi barcollavano, e affollavano lente il cielo.
Grosse nubi obese. Scure e panciute.
Si spingevano l'una con l'altra, scusandosi.
I ragazzi, svelti, si erano radunati a osservare la zuffa. Un
turbine di braccia e di gambe, di grida e di incitamenti si era
raccolto intorno ai contendenti, a vedere Liesel Meminger infliggere
a Ludwig Schmeikl il pestaggio peggiore della sua vita.
Ges, Giuseppe e Maria, comment con uno strillo una ragazza,
ma quella lo ammazza!
Liesel non lo ammazz.
Per ci arriv vicina.
L'unica cosa che probabilmente la trattenne fu la faccia di
Tommy Mller. Ancora carica di adrenalina, Liesel lo scorse
sorridere in un modo tanto grottesco da indurla a trascinare a
terra e picchiare anche lui.
Che cosa fai? gemette Tommy, e solo allora, dopo il terzo o
quarto ceffone, quando vide una goccia di vivido sangue scendere
dal naso del ragazzo, Liesel si ferm.
In ginocchio, inspir forte ed osserv il tunnel di volti che si
era creato intorno a lei, a destra e a sinistra. Annunci: Non
sono stupida.
Nessuno fece obiezioni.
Solo quando tutti rientrarono in classe e Suor Maria vide in
che stato era ridotto Ludwig Schmeikl si riparl della zuffa.
Rudy e qualche altro compagno furono i primi a essere sospettati.
Si picchiavano sempre. Fa' vedere le mani, fu ordinato a
ogni ragazzo, ma avevano tutti le mani pulite.
Non ci credo, bofonchi la suora. Non pu essere. Quando
Liesel avanz per mostrare le sue mani, Ludwig Schmeikl si
fece largo tra i compagni, smanioso di assistere alla punizione.
In corridoio, ordin la suora, per la seconda volta in quella
giornata. Per la precisione, per la seconda volta nel giro di
un'ora.
Stavolta non ci fu un piccolo Watschen. Stavolta ci fu la madre
di tutti i Watschen in corridoio, una bastonata dopo l'altra,
tanto che per una settimana Liesel fu a malapena in grado di
sedersi. Stavolta in classe non ci furono risate: piuttosto, la silenziosa
paura dei bambini.
Al termine di quel giorno di scuola, Liesel and a casa con
Rudy e gli altri fratelli Steiner. Nei pressi della Himmelstrasse,
una tempesta di pensieri si scaten nella sua testa: il fiasco della
recitazione del Manuale del necroforo, la distruzione della sua
famiglia, l'umiliazione di quella giornata... Si accucci nel rigagnolo,
scoppiando in lacrime. Tutto riconduceva sempre al
punto di partenza.
Rudy le rimase accanto, a occhi bassi.
Si mise a piovere forte.
Kurt Steiner li chiam, ma nessuno dei due si mosse. Una
sedeva disperata sotto la pioggia, l'altro, in piedi al suo fianco,
aspettava.
Perch doveva morire? domand Liesel, ma ancora una
volta Rudy non fece nulla, non disse nulla.
Quando finalmente la bambina si rialz, lui la cinse con un
braccio, come il migliore degli amici, e ripresero la via di casa.
Non ci fu nessuna richiesta di baci, questa volta. Questo, magari,
ti far apprezzare molto Rudy.
Basta che non prendi me a calci nelle palle.
Ecco ci che pensava lui, ma non lo disse a Liesel. Glielo
confid solo quattro anni dopo.
Per il momento, Rudy e Liesel percorrevano la Himmelstrasse
sotto la pioggia, in silenzio.
Lui era lo svitato che si era dipinto di nero per battere tutto
il mondo.
Lei, la ladra di libri senza parole.
Le parole, per, erano gi per strada, e presto Liesel le avrebbe
strette fra le mani come nuvole, e strizzate come pioggia.
...
PARTE SECONDA. L'alzata di spalle.

Contenente:
la ragazza di tenebra - la gioia delle sigarette -
camminare per la citt - lettere morte - il compleanno
di Hitler - puro sudore tedesco al 100% - le porte
del furto - e un libro di fuoco.

La ragazza di tenebra.

. . . ALCUNI DATI . . .
Furto del primo libro: 13 gennaio 1939.
Furto del secondo libro: 20 aprile 1940.
Intervallo fra i suddetti furti: 463 giorni.

Se avessi fatto dello spirito, magari avresti detto che richiedeva
solo un po' di fuoco, proprio cos, con l'accompagnamento
di qualche grido umano. Avresti detto che era tutto ci
che serv a Liesel Meminger per arraffare il secondo libro da
lei rubato, anche se le fumava tra le mani. Anche se le bruci
le costole.
Il problema, tuttavia,  il seguente.
Non  il momento di fare dello spirito.
Non  il momento di distrarsi, voltandosi o controllando il
fornello, perch quando la ladra di libri rub il suo secondo
libro, al suo impulso a farlo non soltanto concorrevano svariati
fattori, ma rubandolo diede inizio al futuro martirio. Le
avrebbe fornito un'inclinazione al furto continuato di libri.
Avrebbe ispirato ad Hans Hubermann un piano per aiutare
il pugile ebreo. E avrebbe mostrato a me, ancora una volta,
che un'opportunit conduce direttamente a un'altra, come un
pericolo conduce a un pericolo maggiore, la vita a pi vita, e
la morte a pi morte.
In un certo senso, era destino.
Vedi, possono anche venirvi a dire che la Germania nazista
si fondava sull'antisemitismo, che aveva un capo fanatico e
un popolo di bigotti gonfi di odio, ma tutto ci non avrebbe
condotto a nulla se i tedeschi non avessero amato un'attivit
tutta particolare: bruciare.
Ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe,
Reichstag, case, effetti personali, persone assassinate, e, naturalmente,
libri. Si godevano proprio un bel fal di libri,
che offriva a chi ne era interessato la possibilit di mettere le
mani su certe pubblicazioni che altrimenti non avrebbe potuto
avere. Una persona che possedeva quel genere, di interesse,
come ben sappiamo, era una ragazzina smilza di nome Liesel
Meminger. Aspett quattrocento e sessantatr giorni, ma ne
valse la pena. Al termine di un pomeriggio ricco di grande
eccitazione, belle malefatte, una caviglia insanguinata e uno
schiaffo da una mano fidata, Liesel Meminger colse il suo
secondo successo. Un'alzata di spalle. Era un libro azzurro
con una scritta rossa impressa sulla copertina, e sotto il titolo
c'era la figurina di un cuculo, sempre in rosso. Quando ci
ripensava, Liesel non si vergognava affatto di averlo rubato.
Al contrario, il suo era un orgoglio che assomigliava pi alla
sensazione di avere qualcosa nel ventre. E furono rabbia e un
odio cupo ad alimentare in lei il desiderio di rubarlo. In pratica,
il 20 aprile - compleanno del Fhrer - quando sottrasse
quel libro da sotto un cumulo di ceneri fumanti, Liesel era
una ragazza fatta di tenebre.
La domanda, ovviamente, sarebbe: perch?
Che motivo c'era per essere tanto in collera?
Che cosa era accaduto, nei precedenti quattro o cinque
mesi, che culminasse in una sensazione del genere?
In breve, la risposta andava dalla Himmelstrasse al Fhrer
all'impossibilit di scoprire dove si trovasse la sua vera madre,
e ritorno.
Come gran parte delle disgrazie, ebbe inizio in un modo
apparentemente felice.

La gioia delle sigarette.

Verso la fine del 1939, Liesel si era adattata abbastanza bene
a vivere a Molching. Aveva ancora incubi per suo fratello e sentiva
la mancanza di sua madre; per adesso aveva anche le sue
consolazioni.
Voleva bene al suo pap, Hans Hubermann, e persino alla
mamma adottiva, nonostante le botte, gli insulti e le sfuriate.
Amava e odiava il suo migliore amico, Rudy Steiner, cosa perfettamente
normale. Ed era lieta che, nonostante il suo fiasco
in classe, avesse fatto progressi decisivi nel leggere e scrivere, e
presto avrebbe avuto a portata di mano qualcosa di notevole.
Tutto ci produceva in lei quanto meno una certa soddisfazione,
che in breve tempo sarebbe cresciuta fino a sfiorare il concetto
di essere felice.

. . . IL SEGRETO DELLA FELICIT . . .

1. Finire il Manuale del necroforo.
2. Sfuggire alle ire di Suor Maria.
3. Ricevere due libri come regalo di Natale.

17 dicembre.
Ricordava assai bene quella data, essendo una settimana esatta
prima di Natale.
Come sempre, l'incubo notturno infranse il suo sonno e venne
destata da Hans Hubermann. La sua mano le stringeva la
stoffa del pigiama, umida di sudore. Il treno? sussurr.
Il treno, conferm Liesel.
Ingoi aria finch non fu pronta, poi incominci a leggere
l'undicesimo capitolo del Manuale del necroforo. Poco dopo le
tre del mattino, quando lo finirono, non restava che l'ultimo
capitolo, Rispetto del Cimitero. Pap, con gli occhi d'argento
gonfi di stanchezza e la faccia irta di barba lunga, chiuse il libro,
in attesa di quanto gli rimaneva del sonno. Rimase deluso.
La luce era spenta da poco quando Liesel gli parl nel buio.
Pap?
Lui rispose solo con un rumore in fondo alla gola.
Sei sveglio, Pap?
Ja.
Liesel si sollev su un gomito. Possiamo finire il libro, per
favore?
Un lungo sospiro, lo sfrigolio di una mano sulla barba lunga,
poi la luce. Apr il libro e cominci: Capitolo Dodici: Rispetto
del Cimitero.
Lessero fino alle prime ore del mattino, circolettando e scrivendo
le parole che Liesel non capiva, e voltando le pagine verso
la luce del giorno. Qualche volta Pap quasi si addormentava,
cedendo al peso della stanchezza sugli occhi e al ciondolio della
testa. Liesel lo sorprendeva ogni volta, ma non aveva la premura
di lasciarlo dormire, n di celare quanto ci la offendesse. Era
una ragazza con una montagna da scalare.
Infine, mentre fuori l'oscurit incominciava a schiarirsi un
poco, giunsero al termine. L'ultima frase diceva cos:
Noi dell'Associazione dei Cimiteri Bavaresi auspichiamo di
avervi istruiti e informati sul conto dei lavori, delle misure di sicurezza
e dei doveri della professione del necroforo. Vi auguriamo di
avere pieno successo nella vostra carriera nelle arti funerarie, e che
questo volume vi sia stato in qualche misura utile.
Quando il libro si chiuse, si scambiarono uno sguardo sottecchi.
Pap disse: Finito, eh?
Avvolta nella coperta, Liesel scrutava il libro nero che teneva
in mano, e il suo titolo argentato. Annu, con la bocca asciutta
e l'appetito della prima mattina. Era uno di quei momenti di
stanchezza perfetta, nei quali si  venuti a capo non solo del
lavoro intrapreso, ma anche della notte che aveva sbarrato la
strada.
Pap si stiracchi a pugni chiusi e occhi incollati dal sonno, e
quel mattino non avrebbe osato piovere. Si alzarono entrambi
e andarono in cucina, e attraverso la finestra appannata e gelata
videro strisce di luce rosea sui cumuli di neve dei tetti della
Himmelstrasse.
Guarda che colori, disse Pap. Difficile non amare un
uomo che non soltanto nota i colori, ma ne parla.
Liesel teneva ancora in mano il libro. Lo strinse pi forte,
mentre la neve diventava d'una tinta arancio. Vide un ragazzino
guardare il cielo, seduto su un tetto. Si chiamava Werner,
mormor. Le parole le sgorgarono involontariamente dalle
labbra.
Pap disse: S.
In quel periodo a scuola non ci furono altri esami di lettura,
ma pian piano Liesel acquist confidenza, e un mattino prima
delle lezioni prese un libro dimenticato da qualcuno, per vedere
se riusciva a leggerlo senza difficolt. Riusc a leggerne ogni
parola, ma cap che leggeva molto pi lentamente degli altri
ragazzi della sua classe. Si rese conto che molto pi facile era
essere a un passo da qualcosa, che essere veramente quella cosa.
Ci sarebbe ancora voluto del tempo.
Un pomeriggio ebbe la tentazione di rubare un volume dallo
scaffale dei libri della sua classe, ma, in tutta sincerit, la prospettiva
di un altro Watschen in corridoio nelle mani di Suor
Maria era un deterrente di potenza pi che sufficiente. Inoltre
non c'era in lei nessun autentico desiderio di leggere i libri della
scuola. Magari era il peso del suo insuccesso a novembre a ispirarle
quella duratura mancanza di interesse, ma Liesel non ne
era certa. Sapeva solo che era cos.
In classe non parlava.
Quando venne l'inverno non fu pi una vittima delle frustrazioni
di Suor Maria, preferendo osservare mentre altri venivano
fatti uscire in corridoio per ricevere la giusta ricompensa. Il
rumore di un altro scolaro che le pigliava in corridoio non era
particolarmente gradevole, ma il fatto che fosse qualcun altro
era, se non proprio un conforto, almeno un sollievo.
Quando la scuola s'interruppe brevemente per Weihnachten,
Liesel offr persino un Buon Natale a Suor Maria prima di
andarsene. Sapendo che gli Hubermann erano in pratica degli
squattrinati, che pagavano i debiti e l'affitto pi in fretta di
quanto entrassero i soldi, non si aspettava regali di sorta. Forse
soltanto un cibo un po' migliore. Con sua sorpresa, la vigilia di
Natale, dopo essere stata in chiesa con Mamma, Pap, Hans
Junior e Trudy, and a casa e sotto l'albero di Natale trov un
regalo avvolto in carta di giornale.
Da parte di Babbo Natale, disse Pap, ma la ragazzina non
la bevve. Abbracci entrambi i genitori adottivi, con le spalle
ancora cosparse di neve.
Scart il pacco, ed estrasse dalla carta due minuscoli libri. Il
primo, Il cane di nome Faust, era di un uomo di nome Mattheus
Ottleberg. Complessivamente avrebbe letto quel libro tredici
volte. La vigilia di Natale ne lesse le prime venti pagine al tavolo
della cucina, mentre Pap e Hans Junior discutevano di cose
che non capiva. Una roba chiamata politica.
Pi tardi ne lessero ancora un po' a letto, continuando la
consuetudine di circolettare le parole che Liesel non capiva,
poi trascrivendole. Il cane di nome Faust aveva anche delle figure,
begli svolazzi e orecchie e vignette di un pastore tedesco
affetto dallo sconveniente difetto di sbavare, ma capace di
parlare.
Il secondo libro era intitolato Il faro ed era di una donna,
Ingrid Rippinstein. Quel volume era un po' pi lungo, perci
Liesel riusc a rileggerlo solo nove volte, dato che i suoi progressi
erano lenti anche dopo tante letture.
Fu qualche giorno dopo Natale che fece a suo pap una domanda
riguardante i libri. Stavano tutti mangiando in cucina.
Guardando le cucchiaiate di minestra di piselli entrare nella
bocca di Mamma, Liesel si rivolse a Pap. C' una cosa che ho
bisogno di chiederti.
Sulle prime, nulla.
E allora?
Era Mamma, a bocca ancora mezza piena.
Volevo solo sapere come hai trovato i soldi per comprare i
miei libri.
Un breve sogghigno nel cucchiaio di Pap. Vuoi proprio
saperlo?
Sicuro.
Pap tir fuori di tasca quanto rimaneva della sua razione
di tabacco e prese ad arrotolarsi una sigaretta. Liesel si faceva
impaziente.
Me lo dici s o no?
Pap rise. Ma te lo sto dicendo, bimba. Complet la sigaretta,
la gett sul tavolo e ne incominci un'altra. In questo
modo.
Fu allora che Mamma fin la sua minestra con un rumore secco,
soffoc un rutto e rispose per lui: Quel Saukerl, disse, sai
che cosa ha fatto? Ha arrotolato tutte le sue luride sigarette, 
andato al mercato, quando era il giorno giusto, e le ha scambiate
con un certo zingaro.
Otto sigarette per un libro. Pap se ne cacci in bocca una,
trionfante. L'accese e ne aspir il fumo. Ringraziamo Iddio per
le sigarette, eh, Mamma?
Mamma si limit a gettargli una delle sue pi tipiche occhiate
di disgusto, seguita dalla parola pi comune del suo vocabolario:
Saukerl.
Liesel scambi una strizzatina d'occhio con Pap e fin di
mangiare la minestra. Come sempre, aveva accanto uno dei suoi
libri. Non poteva negare che la risposta alla sua domanda fosse
stata pi che esauriente. Non erano molti a poter dire che la
loro istruzione era stata pagata in sigarette.
Dal canto suo Mamma disse che, se fosse stato furbo, Hans
Hubermann avrebbe barattato il tabacco in cambio del vestito
nuovo di cui lei aveva un bisogno disperato, o di scarpe migliori.
E invece no... Vers le sue parole nel lavandino. Quando
si tratta di me, piuttosto ti fumeresti tutta la razione, eh? E in
pi anche quella dei vicini.
Qualche sera dopo, tuttavia, Hans Hubermann torn a casa
con una confezione di uova. Mi dispiace, Mamma. Pos le
uova sul tavolo. Avevano finito le scarpe.
Mamma non se ne lagn.
Canticchi persino fra s e s mentre faceva cuocere le uova
fin quasi a bruciarle. Sembrava che le sigarette divertissero molto,
e in casa Hubermann si stava allegri.
Tutto fin qualche settimana dopo.

Camminare per la citt.

Il brutto ebbe inizio con il bucato, e crebbe in fretta.
Quando Liesel accompagn Rosa Hubermann a fare le consegne
in giro per Molching, uno dei suoi clienti, Ernst Vogel,
le inform che non poteva pi permettersi di farsi lavare e
stirare gli abiti. Saranno i tempi, si giustific, che posso
dire? Diventano pi duri. La guerra rende tutto pi difficile.
Guard la ragazza. Lei certo riceve un'indennit per mantenere
in casa sua la piccola, vero?
Non senza sconcerto di Liesel, Mamma rimase in silenzio.
Aveva accanto una borsa vuota.
Andiamo, Liesel.
Non fu detto. Venne tirata bruscamente via.
Vogel le chiam dal primo scalino. Era alto forse un metro e
settantacinque, e ciocche di capelli unti gli pendevano flaccide
sulla fronte. Mi dispiace, Frau Hubermann.
Liesel lo salut con la mano.
Mamma la sgrid.
Non salutare quell'Arschloch, disse. Adesso
sbrighiamoci.
Quella sera, mentre Liesel faceva il bagno, Mamma la strigli
con particolare durezza, bofonchiando tutto il tempo contro
quel Saukerl di Vogel e facendone l'imitazione a intervalli di
due minuti. Lei deve ricevere un'indennit per la ragazza...
Malmenava il petto nudo di Liesel a furia di strofinarglielo.
Non vali mica tanto, Saumensch. Non mi fai arricchire, tu.
Liesel sedeva nel bagno, e cap.
Non pi di una settimana dopo quello specifico incidente,
Rosa la trascin in cucina. Bene, Liesel. La fece sedere
al tavolo. Dal momento che sprechi met del tuo tempo in
strada a giocare al pallone, puoi renderti utile fuori. Mamma
ci pens su un momento, come chi ha dimenticato che cosa
doveva dire. Poi se ne ricord. Uno scambio.
Liesel si fissava le mani. Che cos', Mamma?
D'ora in poi andrai tu a raccogliere e consegnare la roba
da lavare al posto mio. I ricchi ci faranno fuori meno facilmente
se vedranno solo te. Se ti chiedono perch non ci sono
anch'io, digli che sono malata. E cerca di sembrare triste mentre
glielo dici. Sei magra e pallida quanto basta per fargli
compassione.
Herr Vogel non ha avuto compassione di me.
Be'... Il suo nervosismo era palese. Gli altri magari potrebbero
averne. Perci non discutere.
S, Mamma.
Per un attimo parve che la madre adottiva stesse per darle
una pacca affettuosa sulla spalla.
Non lo fece.
Rosa Hubermann si alz, scelse un cucchiaio di legno e lo
tenne sotto il naso di Liesel. Quando vai in giro, porta sempre
con te la borsa del bucato e riportala dritta a casa, con i
soldi, anche se sono pochi. Non andare da Pap, se una volta
tanto lavora sul serio. Non andare in giro a sporcarti con quel
piccolo Saukerl di Rudy Steiner. Torna dritta a casa.
S, Mamma.
E quando porti quella borsa, reggila come si deve. Non farla
ballonzolare, non lasciarla cadere, e non portarla in spalla.
S, Mamma.
S, Mamma. Rosa Hubermann era una grande imitatrice,
e si divertiva un mondo. Sar meglio che tu non lo faccia, Saumensch.
Se lo fai ti scoprir: lo sai, vero?
S, Mamma.
S, Mamma. S, Mamma.
Pronunciare quelle due parole era spesso il modo migliore
per sopravvivere, come lo era fare quanto le veniva detto, perci
Liesel girava per le vie di Molching, da quelle povere a quelle
ricche, raccogliendo e consegnando il bucato. Le prime volte
fu un lavoro solitario, cosa di cui Liesel non si lagn mai. Dopo
tutto, la primissima volta che port il sacco per la citt svolt
l'angolo nella Mnchenstrasse, guard in entrambe le direzioni,
lo fece ballare enormemente (un giro intero!), poi ne controll
il contenuto: n pieghe n grinze, per fortuna. Solo un sorriso,
ripromettendosi di non farlo pi ballare.
Tutto sommato quel lavoro a Liesel piaceva. Non era pagata,
ma stava fuori casa, e andare in giro senza Mamma era gi di
per s un paradiso. Niente dita minacciose o insulti. Nessuno a
guardare mentre veniva sgridata perch portava male la borsa.
Nient'altro che serenit.
Fin con il piacerle anche la gente:
 I Pfaffelhrver, che controllavano gli abiti e dicevano: Ja, ja,
sehr gut, sehr gut. Liesel immaginava che facessero tutto due
volte.
 La gentile Helena Schmidt, che le porgeva il denaro con la
mano contorta dall'artrite.
 I Weingartner, il cui gatto dai lunghi baffi si presentava sempre
alla porta assieme a loro: Piccolo Goebbels, cos lo chiamavano,
in onore del braccio destro di Hitler.
 E Frau Hermann, la moglie del sindaco, che compariva scarmigliata
e tremante sull'enorme uscio, esposto costantemente
a una corrente d'aria fredda. Sempre in silenzio. Sempre sola.
Non disse mai una parola, neppure una volta.
Qualche volta Rudy veniva con lei.
Quanti soldi ti hanno dato? le domand un pomeriggio.
Era quasi buio, e camminavano lungo la Himmelstrasse, oltre
il negozio d'angolo. Hai sentito di Frau Diller? Dicono che
abbia caramelle nascoste dappertutto, e che a poco prezzo...
Non pensarci neanche. Come sempre Liesel stringeva forte
il denaro. Tu non rischi quanto me... non devi vedertela con
mia mamma.
Rudy alz le spalle. Valeva la pena provarci.
A met gennaio, a scuola impararono a scrivere una lettera.
Dopo avere appreso gli elementi di base, ogni alunno doveva
scriverne due, la prima ad un amico e l'altra ad un compagno di
un'altra classe.
La lettera che Rudy scrisse a Liesel diceva cos:

Cara Saumensch,
a calcio sei sempre una schiappa come l'ultima volta che abbiamo
giocato? Spero di s. Vuol dire che posso di nuovo batterti
nella corsa come Jesse Owens alle Olimpiadi...

Quando Suor Maria la lesse gli pose una domanda, con molta
cortesia.

. . . DOMANDA DI SUOR MARIA . . .
Ha voglia di fare un giro in corridoio, signor Steiner?

Inutile dire che Rudy rispose di no, il suo foglio venne stracciato
e dovette ricominciare da capo. Questa volta scrisse a una
persona di nome Liesel per sapere quali fossero i suoi passatempi
preferiti.
A casa, mentre per compito finiva una lettera, Liesel stabil
che scrivere a Rudy o a qualche altro Saukerl era ridicolo. Non
significava nulla. Dato che faceva i compiti in cantina, si rivolse
a Pap, che stava ritinteggiando la parete.
La sua risposta arriv assieme ai vapori della vernice: Was
wuistz? In tedesco, era un modo assai poco cortese di esprimersi,
ma Hans pronunci quella frase con un tono estremamente
cordiale. Che cosa c'?
Posso scrivere una lettera alla mamma?
Silenzio.
Perch vuoi scriverle una lettera? Devi gi sopportarla
tutti i giorni. Il sorrisetto di Pap era malizioso... Non ti
basta?
Non a quella mamma. Liesel deglut, imbarazzata.
Ah. Pap si volse verso il muro, continuando a verniciare.
Be', direi di s. Potresti spedirla alla persona che ti ha portata
qui lo scorso anno, la signora... come si chiama?
Frau Heinrich.
Giusto. Mandala a lei. Forse potr farla arrivare a tua madre.
Non sembrava molto convinto, e la bambina ebbe l'impressione
che le stesse nascondendo qualcosa. Nelle sue brevi
visite Frau Heinrich aveva sempre evitato di fare accenno alla
madre di Liesel.
Liesel decise di ignorare il cattivo presentimento che si faceva
strada dentro di lei, e prese a scrivere subito la lettera. Le
occorsero tre ore e sei brutte copie per arrivare a un risultato
soddisfacente. Raccont a sua madre tutto su Molching: di
Pap e della sua fisarmonica, dei modi bislacchi, ma sinceri
di Rudy Steiner e delle gesta di Rosa Hubermann. Le scrisse
anche quanto fosse orgogliosa di avere imparato a leggere e
scrivere abbastanza bene. Il giorno seguente imbuc la lettera
nel negozio di Frau Diller, con un francobollo preso da un
cassetto in cucina. E aspett.
La sera stessa origli una conversazione fra Hans e Rosa.
Ha scritto a sua madre? chiedeva Mamma. La sua voce,
stranamente, era tranquilla e premurosa. Come potete immaginare,
quel tono preoccup non poco la ragazza, che avrebbe
preferito sentirli litigare. Gli adulti che bisbigliano non nascondono
nulla di buono.
Mi ha domandato il permesso, rispose Pap. Come potevo
dirle di no?
Ges, Giuseppe e Maria! Ancora sussurri. Dovrebbe dimenticarla.
Chiss dov' finita. Chiss che cosa le hanno fatto,
quelli l.
A letto, Liesel si raggomitol, abbracciandosi le ginocchia
strette strette.
Continuava a pensare a sua madre ed alle parole di Rosa
Hubermann.
Dov'era?
Che cosa le avevano fatto quelli l?
E, una volta per tutte, chi erano quelli l?

Lettere morte.

Facciamo un salto avanti, nel settembre 1943, nello
scantinato.
Una ragazza di quattordici anni scrive su un libriccino dalla
copertina nera.  pallida ma forte, e ha visto tante cose. Pap
siede con la fisarmonica ai piedi.
Dice: Sai, Liesel? Quasi quasi t'avrei scritta io la risposta,
firmandola con il nome di tua madre. Si gratta una gamba,
dove di solito c'era il gesso. Ma non ci riuscii. Non mi seppi
decidere.
Parecchie volte, nel restante mese di gennaio e per tutto
febbraio, quando Liesel frugava nella cassetta delle lettere in
cerca di una risposta alla sua, al padre adottivo si spezzava
il cuore. Mi dispiace, le diceva. Oggi niente, eh? Con il
senno di poi, Liesel si avvide che l'intera faccenda era priva di
senso. Se sua madre fosse stata in grado di farlo, si sarebbe gi
messa in contatto con la famiglia affidataria, o direttamente
con la ragazzina. Invece, niente.
Per aggiungere il danno alla beffa, a met febbraio venne
consegnata a Liesel una lettera da parte di altri clienti che si
facevano stirare la biancheria, i Pfaffelhrver della Heidestrasse.
La coppia stava sull'uscio tutta rigida, guardandola
con aria maliconica. Per tua mamma, disse l'uomo, porgendole
la busta. Dille che siamo spiacenti. Dille che siamo
spiacenti.
Non fu una bella serata in casa Hubermann.
Quando Liesel scese nello scantinato a scrivere la settima
lettera a sua madre (ce n'erano ancora quattro da spedire),
ud Rosa Hubermann imprecare contro quegli Arschloch dei
Pfaffelhiirver e quel pidocchioso di Ernst Vogel.
Feuer soll'n's hrunzen fr einen Monat! sbraitava.
Traduzione: Possano pisciare fuoco per un mese!
Liesel continuava a scrivere.
Quando venne il suo compleanno, non ci furono regali.
Non ce ne furono perch non c'erano soldi, e in quel periodo
Pap era rimasto senza tabacco.
Te l'avevo detto io, urlava Mamma puntandogli contro
un dito, te l'avevo detto di non regalarle tutti e due i libri a
Natale. Ma tu no. Mi hai ascoltato? Certo che no!
Lo so! Hans si volse con calma verso la ragazza. Mi dispiace,
Liesel. Non possiamo permetterci un altro regalo.
A Liesel non importava. Non piagnucol, n pest i piedi. Si
limit a inghiottire la delusione e decise di correre un rischio
calcolato: fare un regalo a se stessa. Mise insieme tutte le lettere
a sua madre che si erano accumulate, le ficc dentro un'unica
busta, e per spedirla impieg una piccola parte dei soldi
guadagnati con il bucato. Poi si sarebbe presa il Watschen che
meritava, probabilmente in cucina, ma non avrebbe fiatato.
Accadde tre giorni dopo.
Qui manca qualcosa. Mamma cont per la quarta volta
il denaro, mentre Liesel se ne stava in silenzio presso la stufa.
C'era un bel tepore, che le riscaldava le membra. Che cos'
successo, Liesel?
Devono avermi dato meno denaro del solito.
Hai contato bene?
Non pot continuare a mentire. Li ho spesi, Mamma.
Mamma si avvicin, e non era un buon segno. Era vicinissima
ai cucchiai di legno. Che cosa ne hai fatto?
Prima che potesse rispondere, il cucchiaio di legno si abbatt
sul corpo di Liesel Meminger. Segni rossi simili a orme
brucianti comparvero sulla pelle. Dal pavimento, quando
Mamma fin di picchiarla, la ragazzina guard finalmente in
su e confess.
Ho spedito le mie lettere.
Dopo ci fu la polvere del pavimento, la sensazione che gli
abiti fossero pi vicini a lei che indosso a lei, e l'improvvisa
intuizione che tutto ci non era servito a nulla, che sua madre
non le avrebbe mai risposto e non l'avrebbe rivista mai pi.
La realt fu come un secondo Watschen, che la colp a lungo.
Sopra di lei Rosa sembrava sfocata, ma la sua immagine presto
si schiar, quando il volto di cartone incombette minaccioso.
Mamma, tuttavia, rimaneva immobile, con il cucchiaio di
legno in mano. La donna allung un braccio, mormorando:
Mi dispiace, Liesel.
Liesel la conosceva abbastanza bene per capire che non era
per ci che le aveva tenuto nascosto.
I segni rossi si allargarono sulla pelle, a chiazze, mentre giaceva
fra polvere e sporcizia, sotto la luce fioca. Il suo respiro
si calm, mentre una lacrima giallastra, smarrita, le rigava il
viso. Sentiva se stessa contro il pavimento. Un avambraccio,
un ginocchio. Una guancia. Il muscolo di un polpaccio.
Il pavimento era freddo, specialmente contro la guancia, ma
era incapace di muoversi.
Non avrebbe mai pi rivisto sua madre.
Per quasi un'ora rimase stesa sotto il tavolo della cucina,
finch Pap non torn a casa e suon la fisarmonica. Soltanto
allora Liesel si rialz e incominci a riprendersi.
Quando scrisse di quella sera, non serb alcun rancore a
Rosa Hubermann, o a sua madre. Per lei, non erano altro che
vittime degli eventi. L'unico pensiero che le tornava di continuo
alla mente era la lacrima gialla. Se fosse stato buio, riflett,
la lacrima sarebbe stata nera.
Ma era buio, si disse.
Per quante volte cercasse di immaginarsi la scena con la
luce che sapeva esserci stata, doveva fare uno sforzo per visualizzarla.
Era stata picchiata al buio, e nel buio era rimasta, su
un freddo, scuro pavimento della cucina. Persino la musica di
Pap aveva il colore delle tenebre.
Persino la musica di Pap.
La cosa strana era che quel pensiero vagamente la confortava,
pi che rattristarla.
Il buio, la luce.
Qual era la differenza?
Gli incubi si erano rafforzati l'uno con l'altro, mentre la
ladra di libri incominciava a comprendere come andavano
le cose nella realt, e come sarebbero sempre andate. Se non
altro, poteva prepararsi. Forse fu quello il motivo per cui il
giorno del compleanno del Fhrer, quando giunse la risposta
alla domanda sulle sofferenze di sua madre, seppe reagire,
nonostante lo stupore e la rabbia.
Liesel Meminger era pronta.
Tanti auguri, Herr Hitler.
Cento di questi giorni.

Compleanno di Hitler, 1940.

Rifiutando di lasciarsi scoraggiare, Liesel continu a controllare
ogni pomeriggio la cassetta delle lettere per tutto il
mese di marzo e per un bel pezzo di aprile, bench Hans avesse
richiesto una visita di Frau Heinrich, la quale spieg agli
Hubermann che l'ufficio responsabile degli affidamenti aveva
perso ogni contatto con Paula Meminger. Eppure la ragazza
persever, anche se, come immaginerai, quando Liesel ispezionava
ogni giorno la posta, non trov mai una lettera.
Come nel resto della Germania, a Molching fervevano i preparativi
per festeggiare il compleanno di Hitler. Quello specifico
anno, con gli sviluppi della guerra e Hitler per il momento
vittorioso, i nazisti di Molching volevano che la celebrazione
fosse particolarmente significativa. Ci sarebbe stata una parata,
con marce, musica, canti. E si sarebbe fatto un fal.
Mentre Liesel andava per le vie di Molching a ritirare e
consegnare il bucato da lavare e stirare, i membri del Partito
Nazista accumulavano combustibile. Un paio di volte Liesel
vide uomini e donne bussare alle porte, chiedendo alla gente
se avesse materiale da consegnare o distruggere. La copia del
Molching Express di Pap annunci che tutti i reparti della locale
Giovent hitleriana avrebbero acceso un rogo celebrativo
nella piazza principale, per festeggiare non solo il compleanno
del Fhrer, ma anche la vittoria sui suoi nemici e sulle restrizioni
inflitte alla Germania dopo la fine della Prima guerra
mondiale. Qualunque cosa, si richiedeva, risalente a quel
periodo, giornali, manifesti, libri, bandiere, nonch ogni disponibile
forma di propaganda nemica andrebbe portata alla
sede del Partito Nazista in Mnchenstrasse.
Persino la Schillerstrasse - la strada delle stelle gialle - che
attendeva ancora di essere rinnovata, venne frugata un'ultima
volta per cercare qualcosa, una cosa qualsiasi, da bruciare in
nome della gloria del Fhrer. Non sarebbe stata una sorpresa
se certi membri del Partito avessero fatto stampare un migliaio
di libri o manifesti di contenuto moralmente infetto, solo
per poi bruciarli.
A qualunque costo il 20 aprile sarebbe stato un giorno di
gloria, pieno di roghi e di acclamazioni.
E di furti di libri.
Quel mattino, in casa Hubermann ogni cosa era tipica.
Quel Saukerl guarda di nuovo dalla finestra, imprecava
Rosa Hubermann. Ogni giorno, prosegu. Che stai a guardare,
stavolta?
Oh, bofonchi Pap, soddisfatto. Dalla finestra, la bandiera
gli ammantava la schiena. Dovresti dare un'occhiata
alla donna che vedo. Si gett uno sguardo al di sopra della
spalla, ghignando verso Liesel. Potrei davvero correrle dietro:
ti fa sparire, Mamma.
Schwein! Agit il cucchiaio di legno contro di lui.
Pap continu a guardare dalla finestra, verso una donna
immaginaria e un realissimo corridoio di bandiere tedesche.
Quel giorno, nelle strade di Molching ogni finestra era stata
adornata in onore del Fhrer. In certi posti, come da Frau Diller,
le finestre erano rigorosamente pulite, la bandiera nuova
di zecca e la svastica sembrava un gioiello su un drappo rosso
e bianco; in altri, la bandiera veniva fatta scorrere dal davanzale
della finestra come biancheria stesa ad asciugare. Per c'era.
In precedenza era successo un piccolo guaio: gli Hubermann
non riuscivano a trovare la loro bandiera.
Verranno da noi, Mamma ammoniva il marito. Quelli
verranno qui e ci porteranno via. Quelli. Dobbiamo trovarla!
A un certo punto era sembrato che Pap dovesse scendere
in cantina a dipingere una bandiera su un telone. Per
fortuna il drappo salt fuori, seppellito nell'armadio dietro la
fisarmonica.
Quella fisarmonica della malora mi copriva la vista!
Mamma gir su se stessa. Liesel!
La ragazza ebbe l'onore di appendere la bandiera alla
finestra.
Pi tardi, Hans Junior e Trudy arrivarono a pranzo a casa,
come facevano a Natale ed a Pasqua. Sembrerebbe ora il momento
adatto per presentarli in maniera un po' pi completa.
Trudy, o Trudel, com'era spesso conosciuta, era alta solo
qualche centimetro pi di Mamma. Duplicava l'infelice, traballante
modo di camminare di Rosa Hubermann, ma il resto
di lei era molto pi dolce. Facendo la domestica in un quartiere-bene
di Monaco, era abbastanza stufa di bambini, ma
perlomeno sapeva sempre rivolgere a Liesel qualche parola
sorridente. Aveva labbra morbide ed una voce tranquilla.
Hans Junior aveva gli occhi e la statura di suo padre. L'argento
delle sue pupille, per, non era caldo come in quelle
di Pap: non aveva occhi che per il Fhrer. Aveva anche pi
carne sulle ossa, capelli biondi e irti e pelle simile a vernice
biancastra.
I due arrivarono insieme sul treno da Monaco, e non ci volle
molto perch vecchie tensioni si ridestassero.

. . . LA BREVE STORIA DI HANS HUBERMANN . . .
CONTRO SUO FIGLIO.

Secondo il parere di Hans Junior, suo padre faceva parte
di una vecchia, decrepita Germania, quella che aveva
consentito a tutti di farsi beffe di lei mentre il suo popolo
soffriva. Crescendo, aveva appreso che suo padre era stato
chiamato der jude Maler, l'imbianchino ebreo, per avere
dipinto le case di ebrei. Poi avvenne un incidente del quale
presto ti fornir una completa descrizione: il giorno in cui
Hans esplose. Lo sapevano tutti che non si poteva
coprire con la vernice gli insulti scritti
su un negozio di ebrei. In Germania una cosa
del genere non si sarebbe dovuta mai fare.

E ti fanno ancora entrare? Hans Junior riprese il discorso
dove l'avevano interrotto a Natale.
Entrare dove?
Indovina... nel Partito.
No, credo che si siano dimenticati di me.
Ci hai almeno riprovato? Non puoi startene qui seduto ad
aspettare il mondo nuovo: devi uscire a farne parte... nonostante
i tuoi errori passati.
Pap alz gli occhi. Errori? In vita mia ho commesso molti
errori, ma non essermi mai iscritto al Partito Nazista non  tra
quelli. Hanno ancora la mia domanda (lo sai) ma non sono potuto
tornare a chiedere notizie. Ho solo...
Fu allora che arriv il grande brivido.
Irruppe attraverso la finestra con la corrente d'aria. Forse
era il vento del Terzo Reich, che guadagnava sempre pi forza.
Oppure era di nuovo il respiro dell'Europa. In entrambi i casi,
cadde fra loro mentre i loro occhi di metallo sbatacchiavano
come barattoli di latta in cucina.
Non te n' mai importato niente di questo Paese, disse
Hans Junior. Non abbastanza, comunque.
Gli occhi di Pap si oscurarono. Non interruppe Hans Junior.
Per qualche motivo guard la bambina. Con i suoi tre libri
tenuti in piedi sulla tavola, come se facessero conversazione,
Liesel sillabava senza suono le parole che leggeva su uno di essi.
E che schifezze legge questa ragazza? Dovrebbe leggere Mein
Kampf.
Liesel alz gli occhi.
Non ti preoccupare, Liesel, disse Pap. Continua pure a
leggere. Non sa quello che dice.
Hans Junior, per, non aveva finito. Si accost e disse: Tu
devi essere o per il Fhrer o contro di lui... e vedo che sei contro
di lui. Lo sei sempre stato. Liesel guard in viso Hans Junior,
fissando le sue labbra sottili, la linea dura dei denti. Fa
pena come un uomo se ne stia qui senza fare nulla mentre la
nazione intera si sbarazza delle porcherie e diventa grande.
Trudy e Mamma sedevano in silenzio, spaventate al pari di
Liesel. Nell'aria c'era odore di minestra di piselli, di bruciato e
di litigio.
Aspettavano tutti le parole successive.
Arrivarono dal figlio: tre parole sole.
Sei un vigliacco. Le gett in faccia a suo padre, e senza
esitare usc dalla cucina e dalla casa.
Ignorando le convenienze, Pap usc a gridargli dietro: Vigliacco?
Io sarei il vigliacco? Poi si precipit al cancello e lo
rincorse, supplicandolo. Mamma si affrett alla finestra, strapp
via la bandiera e l'apr. Lei, Trudy e Liesel si strinsero l'una
all'altra, a guardare un padre raggiungere ed afferrare il figlio,
pregandolo di fermarsi. Non potevano udire nulla, ma il modo
in cui Hans Junior si liber con uno strattone fu abbastanza
eloquente. Lo sguardo ferito di Pap che lo fissava allontanarsi
echeggi verso di loro fin dalla strada.
Hansie! grid infine Mamma. Trudy e Liesel si ritrassero
dalla sua voce. Torna indietro!
Ma il ragazzo se n'era andato.
S, il ragazzo se n'era andato, e vorrei poterti dire che con
Hans Hubermann il giovane le cose si sistemarono; ma non fu
cos.
Quel giorno, quando scomparve dalla Himmelstrasse in
nome del Fhrer, precipit negli eventi di un'altra storia, di cui
ogni passo conduceva tragicamente in Russia.
Fino a Stalingrado.

. . . A PROPOSITO DI STALINGRADO . . .

1. Nel 1942 e durante i primi giorni del '43, in quella citt
ogni giorno il cielo veniva lavato come un lenzuolo.
2. Per tutto il giorno, mentre trasportavo le anime,
quel lenzuolo si imbrattava di sangue, finch non ne era
zuppo e s'incurvava verso terra.
3. Alla sera veniva lavato e strizzato, pronto per l'alba
successiva.
4. Questo accadeva quando si combatteva solo di giorno.

Quando suo figlio se ne fu andato, Hans Hubermann indugi
per qualche momento. Sembrava cos grossa, la strada.
Al suo rientro in casa Mamma lo fiss, ma non vi fu alcuno
scambio di parole. Non lo rimprover affatto, cosa oltremodo
inconsueta, come sai bene. Forse pensava che fosse gi abbastanza
avvilito, essendosi sentito dare del vigliacco dal suo unico
figlio maschio.
Per un po' Hans rimase a tavola in silenzio, dopo la fine del
pasto. Era davvero un vile, come l'aveva brutalmente accusato il
figlio? Certo, nella Prima guerra mondiale si era giudicato tale.
Attribuiva alla propria vigliaccheria l'essere sopravvissuto. Ma
allora,  da vigliacchi riconoscere la propria paura? Rallegrarsi
di essere vivi significa essere codardi?
I suoi pensieri s'incrociavano sul tavolo, mentre lo fissava.
Pap? chiese Liesel, ma lui non la guard. Di che cosa
parlava? Che voleva dire quando...
Niente, rispose Pap. Parl piano e con calma, rivolto al
tavolo. Niente. Scordatelo, Liesel. Gli occorse forse un minuto
per riuscire a parlare di nuovo. Non dovresti esserti preparata?
Stavolta la guard. Non devi andare a un fal?
S, Pap.
La ladra di libri and a indossare l'uniforme della Giovent
hitleriana, e mezz'ora dopo uscirono, diretti verso la sede della
BDM. Da l i bambini furono portati a gruppi nella piazza
principale.
Si tennero dei discorsi.
Venne acceso un fuoco.
Fu rubato un libro.

Puro sudore tedesco al 100%.

La gente si assiepava lungo le strade mentre la giovent della
Germania marciava verso il municipio e la piazza. In poche
occasioni Liesel scordava sua madre ed ogni altro problema che
di solito l'affliggeva: quando la gente li applaudiva, sentiva
qualcosa crescerle nel petto. Alcuni bambini salutavano i genitori,
ma solo con un breve cenno: c'era un ordine ben preciso
di marciare diritti senza guardare o fare gesti verso la folla.
Quando il gruppo di Rudy entr nella piazza e gli venne
dato l'alt, vi fu una nota stonata: Tommy Mller. Il resto del
reparto si arrest, ma Tommy and a sbattere dritto contro il
ragazzo davanti a lui.
Dummkopf! sbott quest'ultimo, prima di girarsi.
Mi dispiace, disse Tommy, alzando le braccia in atto di
scusa. Il suo viso s'inciampava in se stesso. Non ho sentito.
Fu solo un breve attimo, ma anche una premonizione di guai
futuri. Per Tommy e per Rudy.
Al termine della marcia, ai reparti della Giovent hitleriana
fu consentito di rompere le righe. Sarebbe stato pressoch
impossibile tenerli tutti uniti mentre il fal ardeva davanti ai
loro occhi, eccitandoli. Gridarono tutti insieme Heil Hitler
e furono lasciati liberi di andare a zonzo. Liesel cerc Rudy,
ma, una volta dispersasi la folla dei ragazzi, non rimase che un
caos di uniformi e di parole strillate. Bambini che chiamavano
altri bambini.
Alle quattro e mezzo l'aria si era fatta sensibilmente pi
fresca.
La gente scherzava che aveva bisogno di riscaldarsi: Andrebbero
bene tutte quelle schifezze.
Per trasportarle tutte furono impiegati carrelli; le accatastarono
al centro della piazza, bagnandole con qualcosa di dolce.
Pezzetti di stoffa o di carta ne scivolavano o rotolavano via,
ma solo per essere ributtati sul mucchio. Da distante sembrava
vagamente un vulcano, oppure qualcosa di grottesco e alieno
prodigiosamente atterrato nel bel mezzo della citt, che
bisognasse spazzare via, e alla svelta.
L'odore si diffondeva sulla calca, tenuta bene indietro.
C'era pi di un migliaio di persone, nella piazza, sui gradini
del municipio, sui tetti circostanti.
Quando Liesel tent di farsi strada, un crepitio le sugger
che il fuoco fosse gi stato appiccato, ma non era cos: era un
rumore di umanit in movimento, che affluiva, si incalzava.
S'incomincia senza di me!
Sebbene qualcosa dentro di lei le dicesse che era un delitto
(dopo tutto, tre libri erano la sua propriet pi preziosa), era
costretta a guardarli andare a fuoco. Non poteva farci nulla.
Suppongo che gli uomini amino assistere a un po' di distruzione:
castelli di sabbia, castelli di carte, si comincia cos. La loro
grande dote  la capacit di progredire.
Il timore di perdersi il rogo si plac quando trov un varco
fra i corpi, e pot vedere un cumulo di perversit ancora intatto.
Veniva sospinto e innaffiato; gli si sputava persino sopra.
Le ramment un bambino detestato, abbandonato e atterrito,
incapace di sfuggire alla propria sorte. Non piaceva a nessuno.
A testa bassa, con le mani in tasca. Per sempre. Amen.
Pezzi e frammenti continuavano a cadere dai lati, e Liesel
cercava ancora Rudy. Dove s' cacciato quel Saukerl?
Quando alz gli occhi, il cielo si stava rannicchiando.
Si lev una schiera di bandiere e di uniformi naziste, che le
impediva la vista ogni volta che tentava di guardare al di sopra
della testa di un bambino pi piccolo. Era inutile. La folla era
immobile: non c'era pi modo di sgusciare fra le persone. Si
doveva respirare con la folla, cantare i suoi inni. Aspettare il
suo fuoco.
Un uomo su un podio chiese che si facesse silenzio. La sua
uniforme era di un marrone brillante. Cadde il silenzio.
Le sue prime parole furono: Heil Hitler!
Il suo primo gesto: il saluto al Fhrer.
Oggi  un bel giorno, incominci. Non solo  il compleanno
del nostro grande capo... ma noi fermiamo un'altra
volta i nostri nemici. Gli impediamo di raggiungere le nostre
menti...
Liesel lottava ancora per aprirsi un passaggio.
Noi metteremo fine al contagio diffusosi in Germania negli
ultimi vent'anni, se non di pi! Adesso si produceva in
ci che veniva detta una Schreierei, cio un abile sfoggio di
oratoria appassionata e tonante, ammonendo la folla a stare
in guardia, a essere vigile, a scoprire e reprimere i perfidi
complotti tramati per infettare la madrepatria con strumenti
detestabili. L'immoralit! I Kommunisten! Di nuovo quella
parola, quella vecchia parola. Stanze buie. Uomini in borghese.
Die Juden!... Gli ebrei!
A met discorso Liesel ci rinunci. Quando fu raggiunta dalla
parola comunista, il rimanente dell'arriga nazista fu spazzato
via, perduto da qualche parte tra i piedi tedeschi tutto intorno
a lei. Cascate di parole. Una ragazza che si teneva a galla. Ci
ripens: Kommunisten.
Fino ad allora, alla BDM, era stato detto che la Germania era
la razza superiore, senza per citare in particolare nessun altro.
Certo, tutti sapevano degli ebrei, i principali colpevoli della
violazione dell'ideale tedesco. Tuttavia non una sola volta, fino
a quel giorno, erano stati nominati i comunisti, indipendentemente
dal fatto che anche chi aveva quella convinzione politica
andava punito.
Bisognava che ne venisse a capo.
Davanti a lei, una testa con capelli biondi spartiti in due e
treccine assolutamente immobili sulle spalle. Guardandole,
Liesel rivide quelle stanze buie del suo passato, e sua madre che
rispondeva a domande di una parola sola.
Lo vide benissimo.
Sua madre che moriva di stenti, suo padre scomparso.
Kommunisten.
Suo fratello morto.
E adesso diciamo addio a questa spazzatura, a questo
veleno.
Subito prima che Liesel, nauseata, si voltasse per uscire dalla
ressa, il personaggio rilucente, in camicia bruna, scese dal podio.
Ricevette una torcia da un complice e diede fuoco alla catasta
che, con tutta la mole della sua infamia, lo faceva sembrare
un nano. Heil Hitler!
E il pubblico: Heil Hitler!
Una serie di uomini scese da una piattaforma e circond il
cumulo, appiccandovi fuoco, con grande soddisfazione di tutti.
Le voci salivano al di sopra delle spalle, e un odore di puro sudore
tedesco dapprima lott per sprigionarsi, poi eruppe. Svolt
un angolo dopo l'altro finch tutti vi nuotarono dentro. Le
parole, il sudore. E il sorriso. Mai dimenticare il sorriso.
Seguirono svariati motteggi, come pure un'altra bordata di
Heil Hitler. Sai, mi meraviglia davvero che in quella baraonda
nessuno perdesse un occhio, si ferisse una mano od un polso.
Sarebbe bastato fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato,
o essere troppo vicini a qualcun altro. Forse qualcuno si fece
male; personalmente posso soltanto dirvi che non ci fu nessun
morto, perlomeno non in senso fisico. Ovviamente c'era la questione
di quei quaranta milioni di persone da me colte prima
che tutto finisse, ma ci rende tutto una metafora. Permettimi
di tornare al fal.
Fiamme arancioni salutavano la folla mentre carta e stampa
si dissolvevano al loro interno. Parole che bruciavano venivano
strappate via dalle loro frasi.
Sul lato opposto, al di l del calore ardente, si potevano scorgere
camicie brune e svastiche unire le mani. Non si vedevano
persone: solo uniformi ed emblemi.
Al di sopra, roteavano gli uccelli.
Roteavano, forse attratti dalla vampa, finch non si spingevano
troppo vicino al calore. O erano uomini? Certo il calore
non era nulla.
Quando cerc di fuggire, una voce la scopr.
Liesel!
La voce si apr una strada, e lei la riconobbe. Non era Rudy,
ma Liesel quella voce la conosceva.
Si contorse e la segu, per trovare la faccia collegata alla voce.
Oh, no: Ludwig Schmeikl. Contrariamente a quanto si aspettava
Liesel, non sogghign n la schern n le parl affatto: tutto
ci che seppe fare fu tirarla verso di s, indicando la propria
caviglia. Nel parapiglia era stata schiacciata, e attraverso la calza
sgorgava sangue, scuro e di cattivo augurio. Il viso di Ludwig
era privo di espressione sotto i capelli biondi e arruffati. Una
bestia. Non un capriolo sorpreso dai fari. Nulla di cos tipico o
particolare: nient'altro che una bestia feritasi nella calca nei suoi
simili, che presto sarebbe stata da loro calpestata.
In qualche modo Liesel cerc di aiutarlo, trascinandolo indietro.
Aria fresca.
Barcollarono verso i gradini laterali della chiesa. C'era un po'
di posto e si sedettero a riposare, entrambi con sollievo.
Il fiato sfugg dalla bocca di Schmeikl. Gli riscivol in gola.
Si sforz di parlare.
Sedendosi, si stringeva la caviglia, e trov la faccia di Liesel
Meminger.
Grazie, disse, pi alla sua bocca che ai suoi occhi. Altre
bave di respiro. E... Rividero entrambi certi scherzi nel cortile
della scuola, seguiti da un certo pestaggio. Mi dispiace...
per... sai che cosa.
Liesel ud nuovamente quella parola.
Kommunisten.
Decise tuttavia di dedicarsi a Ludwig Schmeikl. Anche a
me.
Pensarono tutt'e due a riprendere fiato, non essendoci
nient'altro da fare o da dire. Il loro contenzioso era terminato.
Il sangue si allargava sulla caviglia di Ludwig Schmeikl.
Una sola parola occupava la mente della ragazza.
Alla loro sinistra, fiamme e libri che bruciavano venivano acclamati
come eroi.

Le porte del furto.

Liesel rimase sui gradini, in attesa di Pap, osservando la
cenere dispersa e i cadaveri dei libri. Ogni cosa era triste. Braci
rosse ed arancione parevano lecca-lecca gettati via, e gran
parte della folla si era dispersa. Aveva visto andarsene Frau
Diller (soddisfattissima) e Pfiffikus (capelli bianchi, uniforme
nazista, le medesime scarpe sfondate; fischiettava trionfante).
Ora non rimaneva pi nulla da fare se non ripulire, e presto
nessuno avrebbe neppure immaginato che cosa era successo.
Per potevi sentirne l'odore.
Che cosa stai facendo?
Hans Hubermann giunse ai gradini della chiesa.
Ciao, Pap.
Si credeva che fossi davanti al municipio.
Scusa, Pap.
Hans sedette accanto a lei, piegando la sua statura sul cemento
e prendendo fra le dita un ciuffo di capelli di Liesel. Glieli
accomod con garbo dietro un orecchio. Liesel, che c' che
non va?
Per un po' lei non disse nulla. Tirava qualche somma, bench
gi sapesse.

. . . UNA PICCOLA SOMMA . . .

La parola comunista + un grande fal + una serie di lettere
senza risposta + le sofferenze di sua madre
+ la morte di suo fratello = il Fhrer.

Il Fhrer.
Era lui quello di cui parlavano Hans e Rosa Hubermann la
sera che scrisse per la prima volta a sua madre. Lo sapeva gi,
ma lo domand ugualmente.
Mia madre  una comunista? Guardava fsso davanti a s.
Glielo chiedevano sempre, prima che venissi qua.
Hans si pieg un poco in avanti, dando forma all'inizio di
una bugia. Non ne ho idea... Non l'ho mai incontrata.
 stato il Fhrer a portarla via?
La domanda sorprese entrambi, e costrinse Pap ad alzarsi.
Osserv gli uomini in camicia bruna che attaccavano con
le pale il cumulo di ceneri. Li udiva scavare. Un'altra bugia
gli cresceva in bocca, ma trov impossibile farla uscire. Disse:
S, credo che l'abbia fatto.
Lo sapevo. Le sue parole furono sbattute sui gradini, e
Liesel avvert l'onda della collera rimescolarsi cocente nello
stomaco. Odio il Fhrer, disse. Lo odio.
E Hans Hubermann?
Che cosa fece, lui? Che cosa disse?
Abbracci la figlia adottiva, come avrebbe desiderato fare?
Le disse che gli dispiaceva per ci che era accaduto a lei, a sua
madre, per ci che era avvenuto a suo fratello?
Non proprio.
Chiuse gli occhi un momento, poi li riapr. E le diede un
ceffone. Uno schiaffo a Liesel Meminger, in pieno viso.
Non dirlo mai pi! La sua voce era calma, ma tagliente.
Mentre la bambina si accasciava sui gradini, Hans sedette
accanto a lei prendendosi il viso fra le mani. Sarebbe stato
facile dire che era un uomo alto, seduto scompostamente,
accartocciato, sui gradini di una chiesa; ma non era cos. A quel
tempo Liesel non immaginava che suo padre adottivo, Hans
Hubermann, si trovasse di fronte al dilemma pi rischioso che
un cittadino tedesco doveva affrontare. Non solo, ma l'aveva
dovuto affrontare per quasi un anno.
Pap?
Lo stupore nella sua voce l'aggred, ma la rese anche impotente.
Voleva scappare via, ma non poteva. Adesso le mani
non coprivano pi il volto di Pap, che trov la forza di parlare
ancora.
Puoi dirlo in casa nostra, disse, fissando con gravit la
guancia di Liesel, ma non devi mai dirlo in strada, a scuola,
n alla BDM, mai! Si alz davanti a lei, tirandola in piedi per
un braccio. La scroll. Mi hai sentito?
Liesel annu, con gli occhi sbarrati.
Fu, all'atto pratico, la prova di una lezione futura, quando,
pi tardi quell'anno, nelle prime ore di un mattino di novembre,
tutti i peggiori timori di Hans Hubermann si abbatterono
sulla Himmelstrasse.
Bene. La fece nuovamente sedere. Ora, proviamo a...
In fondo ai gradini, Pap si raddrizz e sollev a quarantacinque
gradi il braccio teso. Heil Hitler.
Liesel si alz in piedi, sollevando anche lei il braccio. Heil
Hitler, ripet, nella pi assoluta infelicit. Fu quasi un singhiozzo,
una ragazza di undici anni che lottava per non piangere
sui gradini di una chiesa, salutando il Fhrer mentre
le voci alle spalle di Pap demolivano la sagoma scura sullo
sfondo.
Siamo ancora amici?
Forse un quarto d'ora dopo, a mo' di rametto d'ulivo Pap
le porse sul palmo della mano una sigaretta: cartina e tabacco.
Senza una parola, triste, Liesel prese ad arrotolarla.
Per un po' rimasero seduti insieme.
Il fumo saliva su per la spalla di Pap.
Dopo altri dieci minuti, le porte del furto dischiusero una
fessura, Liesel Meminger le allarg un po' di pi e vi sgusci
dentro.

. . . DUE DOMANDE . . .

Le porte si richiusero alle sue spalle? Oppure ebbero
la cortesia di lasciarla uscire?

Come Liesel avrebbe scoperto, un buon ladro ha bisogno di
varie qualit.
Segretezza. Nervi saldi. Rapidit.
Pi importante ancora, tuttavia, un ultimo requisito.
La fortuna.
Dimentichiamo i dieci minuti.
Le porte si aprono adesso.

Il libro di fuoco.

L'oscurit arriv a pezzi, e, con la sigaretta quasi finita, Liesel
e Hans Hubermann si avviarono verso casa. Per uscire dalla
piazza dovevano passare accanto al fal e, per una viuzza laterale,
in Mnchenstrasse. Non fecero tanta strada.
Li chiam un falegname di mezz'et, di nome Wolfgang Edel.
Aveva costruito lui i palchi sui quali gli alti papaveri nazisti avevano
preso posto durante il fal, e adesso li stava smontando.
Hans Hubermann? Aveva lunghe basette che gli scendevano
verso la bocca, e una voce cavernosa. Hansie!
Ehi, Wolfal, rispose Hans. Ci furono una presentazione
della bambina e un Heil Hitler. Bene, Liesel.
Per i primi minuti Liesel si tenne in un raggio di cinque metri
dalla conversazione. Alcuni frammenti le passavano accanto,
ma non vi dedicava molta attenzione.
Molto lavoro?
No, sono tempi magri, adesso. Sai com', specie quando
non hai una tessera...
Mi avevi detto di esserti iscritto, Hansie.
Ci ho provato, ma ho fatto un errore... Credo che stiano
ancora pensando se...
Liesel gironzol fino al cumulo di ceneri consumate dal fuoco.
Era come una calamita, un qualcosa di strano che attraeva
irresistibilmente lo sguardo, al pari della via delle stelle gialle.
Come prima era stata impaziente di veder appiccare fuoco
alla catasta, ora Liesel non poteva distoglierne gli occhi. Sola
com'era, non ebbe la forza di tenersi a distanza di sicurezza.
Quel mucchio la chiamava a s, e prese a girargli intorno.
Sopra di lei il cielo portava a termine il suo compito di oscurarsi,
ma lontano lontano, oltre le montagne, rimaneva una debole
traccia di luminosit.
Pass auf, Kind, le disse d'un tratto un'uniforme: Sta' attenta,
bambina, mentre gettava su un carro un'altra palata di
cenere.
Pi vicino al municipio, sotto un lampione, c'erano alcune
ombre che parlavano, probabilmente rallegrandosi per il successo
del rogo. Da dove si trovava Liesel, le loro voci non erano
che suoni, anzich parole.
Per qualche minuto rimase a osservare gli uomini che spalavano
via il cumulo, riducendolo dapprima sui lati, per fare
s che ne crollasse di pi. Andavano avanti e indietro da un
autocarro, e dopo tre andate e ritorni, quando il mucchio si era
ormai ridotto a quasi nulla, un po' di materiale non carbonizzato
scivol fuori tra le ceneri.

. . . IL MATERIALE . . .

Mezza bandiera rossa, due manifesti
di un poeta ebreo e un'insegna di legno con scritto
sopra qualcosa in ebraico.

Forse era roba bagnata. Forse il fuoco non era durato abbastanza
a lungo per raggiungere il livello in cui si trovava. Qualunque
fosse il motivo, era ammucchiata alla rinfusa con le ceneri,
sottosopra. Superstite.
Tre libri. Liesel parl a voce bassa, guardando le schiene
degli uomini.
Forza, disse uno di loro, sbrigatevi, che muoio di fame.
Andarono verso l'autocarro.
I tre libri facevano capolino.
Liesel si avvicin.
Il calore era ancora abbastanza forte da riscaldarla quando
fu ai piedi del mucchio di cenere. Si scott la mano quando
la allung, ma, a un secondo tentativo, fece in modo di essere
abbastanza svelta. Le sue dita si chiusero di scatto sul libro pi
vicino. Era soltanto un po' bruciacchiato ai margini.
Era azzurro.
La copertina pareva intessuta con centinaia di spaghi stretti
stretti; sulle fibre erano impresse lettere rosse. L'unica parola
che Liesel ebbe il tempo di leggere fu spalle. Non ci fu tempo
per il resto, e c'era un problema: il fumo.
Il fumo si levava dalla copertina mentre si passava il libro
da una mano all'altra e si affrettava a scappare. Andava a testa
bassa, e la torbida attrattiva del nervosismo si faceva ad ogni
passo pi paurosa. Quattordici passi di distanza dalla voce.
Si lev dietro di lei.
Ehi!
Fu allora che per poco non corse indietro a ributtare il libro
sulla catasta, ma non ci riusc. L'unico movimento che le riusc
fu voltarsi.
Qui c' roba che non  bruciata! Era uno degli spazzini.
Non si era rivolto alla ragazza, ma alle persone davanti al
municipio.
Allora diamole fuoco di nuovo! fu la risposta. E sta'
bene attento che bruci!
Credo che fosse umida!
Ges, Giuseppe e Maria, ma devo fare tutto io? Rumore
di passi. Era il sindaco, con un cappotto nero sull'uniforme nazista.
Non fece caso alla bambina, assolutamente immobile solo
a brevissima distanza da lui.

. . . UN'INTUIZIONE . . .

In cortile c'era una statua della ladra di libri...
rarissimo, non ti pare, che una statua faccia
la sua comparsa prima che la persona da lei rappresentata
diventi famosa?

Liesel si rilass.
Il brivido di essere ignorati!
Adesso il libro era abbastanza freddo da scivolarle sotto l'uniforme.
Sulle prime fu gradevolmente tiepido contro il suo petto.
Quando prese a camminare, per, ricominci a scaldarsi.
Al suo ritorno da Pap e Wolfgang Edel il libro la bruciava:
sembrava che andasse a fuoco.
I due uomini la guardarono.
Liesel sorrise.
Appena spentosi il sorriso sulle labbra, subito avvert qualcos'altro.
O, pi esattamente, qualcun altro. Una sensazione che
non poteva ingannarla: era tutta su di lei, e ne trov conferma
quando ard voltarsi verso le ombre davanti al municipio. Accanto
al gruppo di sagome scure ce n'era un'altra, a pochi metri
di distanza, e Liesel si rese conto di due cose.

. . . QUALCHE FRAMMENTO DI INTUIZIONE . . .

1. L'identit dell'ombra;
2. Il fatto che aveva visto tutto.

L'ombra aveva le mani nelle tasche del cappotto.
Aveva i capelli arruffati.
Se avesse avuto un volto, la sua espressione sarebbe stata di
dolore.
Gott verdammt, mormor Liesel. Che Dio lo maledica.
Pronti ad andare?
In quei precedenti attimi di meraviglioso pericolo, Pap si
era congedato da Wolfgang Edel e si disponeva a riaccompagnare
a casa Liesel.
Pronta, rispose lei.
Lasciarono la scena del crimine, e adesso il libro la bruciava
sul serio. Un'alzata di spalle premeva contro le sue costole.
Mentre passavano accanto alle ombre indistinte davanti al
municipio, la ladra di libri trasal.
Qualcosa non va? domand Pap.
Niente.
Eppure certe cose non andavano proprio: dal colletto di Liesel
usciva del fumo; intorno alla gola le si era formata una collana
di sudore.
Sotto la camicia, un libro la divorava.
...
PARTE TERZA. Mein Kampf.

Contenente:
sulla strada di casa - una donna spezzata -
un lottatore - un giocoliere - le qualit
dell'estate - una bottegaia ariana - una donna che
russa - due furfanti - e una vendetta in forma
di caramelle assortite.

Sulla strada di casa.

Mein Kampf.
Il libro scritto di suo pugno dal Fhrer stesso.
Fu il terzo libro di grande importanza di Liesel Meminger,
solo che stavolta non lo rub. Il libro fece la sua comparsa al
numero 33 della Himmelstrasse di mattina presto, forse un'ora
dopo che Liesel, avuto il suo incubo di prammatica, aveva ripreso
sonno.
Qualcuno direbbe che fu un miracolo se ebbe quel libro.
Il suo viaggio inizi sulla via verso casa, la notte del fal.
Erano a circa met strada per la Himmelstrasse quando Liesel
non ce la fece pi. Si curv e tir fuori il libro fumante,
facendoselo saltare, imbarazzata, da una mano all'altra.
Quando si fu raffreddato a sufficienza, entrambi lo guardarono
un attimo, in attesa delle parole.
Pap: Tu come diavolo lo chiami?
Allung una mano, afferrando Un'alzata di spalle. Non c'era
bisogno di spiegazioni. Era ovvio che la ragazza l'aveva rubato
dal rogo. Il libro era caldo e bagnato, azzurro e rosso - imbarazzato -
e Hans Hubermann lo apr. Pagine trentanove e
quaranta. Un altro?
Liesel si massaggiava le costole.
S.
Un altro.
Si direbbe che non ci sia pi bisogno che baratti le sigarette,
eh? osserv Pap. Riesci a rubare questa roba pi in fretta di
quanto ci metta io a comprarla.
Liesel non parlava. Era forse la prima volta che si rendeva
conto che il reato aveva i suoi vantaggi. Indiscutibilmente.
Pap scrut il titolo, probabilmente riflettendo su che genere
di pericolo comportasse di preciso quel libro per i cuori e le
menti del popolo tedesco. Glielo restitu. Accese una sigaretta.
Accadde qualcosa.
Ges, Giuseppe e Maria. Ogni parola scivol via e si stacc,
andando a formare la seguente.
La delinquente non seppe resistere pi a lungo. Che cosa
c', Pap?
Ma certo.
Come molti uomini colti da una rivelazione, Hans Hubermann
rimase attonito per un po'. Le parole successive avrebbero
dovuto essere urlate, oppure non uscirgli mai di bocca.
Ma certo, ripet.
Stavolta la sua voce risuon come un pugno sferrato su un
tavolo.
Vedeva qualcosa. La vedeva in fretta, da un capo all'altro,
come una corsa, ma era troppo alta e troppo lontana perch
potesse vederla anche Liesel. Dai, Pap, che cos'? lo supplic.
Gli disse che avrebbe parlato del libro a Mamma. Glielo
dirai tu?
Prego?
Lo dirai a Mamma?
Hans Hubermann aveva ancora lo sguardo fisso altrove.
Che cosa le dir?
Lei sollev il libro. Di questo. Lo brand in aria come se
agitasse una pistola.
Pap era sbalordito. Perch dovrei?
Liesel odiava le domande come quella, perch la costringevano
a riconoscere una verit sgradevole, a rivelare la sua
indole sporca, di ladra. Perch ho di nuovo rubato.
Pap si chin, poi le pos una mano sul capo. Le accarezz
i capelli con le lunghe, ruvide dita, dicendo: Certo che no,
Liesel. Sta' tranquilla.
Allora, che cosa farai?
Questo era il problema.
Quale straordinaria azione Hans Hubermann era sul punto
di evocare dall'aria sottile della Mnchenstrasse?
Prima di rivelartelo, credo che dovresti dare un'occhiata a
ci che vide lui prima di decidere.

. . . LE RAPIDE VISIONI DI PAP . . .

In primo luogo vide i libri della bambina:
Il manuale del necroforo, Un cane di nome Faust,
Il faro e Un'alzata di spalle.
Poi vide una cucina e un disgustato Hans Junior che osserva
quei libri sul tavolo, dove spesso la ragazza sedeva
a leggere. Diceva: Che schifezze legge quella ragazza?
Ripeteva tre volte la domanda; poi suggeriva una lettura
pi adatta a Liesel.

Ascolta, Liesel. Pap la cinse con un braccio, e ripresero
il cammino. Questo libro sar il nostro segreto. Lo leggeremo
la notte, o in cantina, come gli altri... tu, per, mi devi fare
una promessa.
Certo, Pap.
La sera era dolce e tranquilla. Se ti chiedo di tenere un
segreto, tu lo farai, vero?
Promesso.
Bene. Adesso vieni. Se tardiamo ancora Mamma ci ammazza.
Allora, niente pi furti di libri, eh?
Liesel sogghign.
Ci che non seppe fino a pi tardi fu che il giorno seguente
il padre adottivo baratt qualche sigaretta in cambio di un altro
libro, solo che in questo caso non era per lei. Buss alla porta
della sede del Partito Nazista di Molching, cogliendo l'occasione
per informarsi circa la sua richiesta di adesione. Una volta
discusso l'argomento, diede ai funzionari i suoi ultimi soldi e
una dozzina di sigarette; in cambio, ricevette una copia usata di
Mein Kampf.
Buona lettura, disse un membro del Partito.
Grazie, rispose Hans con un cenno del capo.
Dalla strada poteva ancora udire le voci degli uomini all'interno.
Una diceva: Non sar mai ammesso. Neanche se comprasse
cento copie di Mein Kampf. L'affermazione venne approvata
all'unanimit.
Hans teneva il libro nella mano destra, pensando ai soldi spesi,
a una vita senza sigarette ed alla figlia adottiva che gli aveva
suggerito quella brillante idea.
Grazie tante, bofonchi fra s, e un passante gli domand
che cosa avesse detto.
Hans rispose, cortese: Niente, buon uomo, niente. Heil
Hitler, e prosegu lungo la Mnchenstrasse, con il volume del
Fhrer sottobraccio.
Dentro di lui si affacciavano sentimenti contrastanti. L'idea di
Hans Hubermann non era venuta soltanto da Liesel, ma anche
da suo figlio. Temeva gi di non rivederlo pi? D'altro canto si
godeva l'entusiasmo per una soluzione che sembrava efficace,
senza ancora osare prevederne le complicazioni e i rischi. L'idea
che aveva avuto era sufficiente. Indistruttibile. Metterla in pratica,
be', quella era un'altra faccenda.
Ma ora lasciamo che si goda il momento.
Gli concederemo sette mesi.
Poi torneremo da lui.
Lo faremo eccome.

La biblioteca del sindaco.

Qualcosa di grande stava senza dubbio per verificarsi al 33 di
Himmelstrasse, ma per il momento Liesel ne rimaneva ancora
ignara. Per parafrasare un'abusata espressione umana, la ragazza
aveva un'altra gatta da pelare: aveva rubato un libro. Qualcuno
l'aveva vista. La ladra di libri reag nel modo giusto.
Ogni minuto, ogni ora era un timore, o, pi precisamente,
un'ossessione. L'attivit criminale fa queste cose, specialmente
a una bambina. Ci s'immagina un nutrito assortimento di
modi di essere beccati. Qualche esempio: gente che salta fuori
dai vicoli. Insegnanti che d'un tratto vengono a sapere ogni
mancanza da voi commessa. La polizia che bussa alla porta ad
ogni stormire di fronda, o a ogni porta sbattuta in lontananza.
Per Liesel, fu l'ossessione medesima a diventare un castigo,
quando le venne paura di consegnare il bucato a casa del sindaco.
Non c'era da sbagliarsi: come certo immaginerai, quando
venne il momento Liesel salt la casa sulla Grandestrasse. Aveva
fatto la sua consegna all'artritica Helena Schmidt e ritirato i
panni al domicilio dei Weingartner, amanti dei gatti, ma ignor
la casa appartenente al Brgermeister Heinz Hermann e a sua
moglie Ilsa.

. . . UN'ALTRA RAPIDA TRADUZIONE . . .
Brgermeister = sindaco.

La prima volta sostenne di essersi semplicemente scordata
quel posto: scusa miserabile se mai ne ho sentita una, poich
l'edificio si trovava in cima alla collina, dominava l'abitato e
dimenticarlo era impossibile. Quando torn di nuovo a mani
vuote, raccont la bugia di non avere trovato nessuno in casa.
Nessuno in casa? Mamma era scettica, e lo scetticismo le
fece venire una certa voglia di usare il cucchiaio di legno. Lo
brand contro Liesel, dicendo: Adesso vacci di nuovo, e se
non hai il bucato non tornare neppure a casa.
Sul serio?
Fu la risposta di Rudy quando Liesel gli rifer le parole di
Mamma. Scappiamo insieme?
Moriremo di fame.
Io muoio di fame comunque! Risero.
No, disse Liesel, devo farlo.
Giravano la citt come facevano di solito quando Rudy veniva
con lei. Si sforzava sempre di essere cavaliere e portarle
la borsa, ma ogni volta Liesel rifiutava. Soltanto su di lei, infatti,
incombeva la minaccia di un Watschen, e di conseguenza
soltanto a lei spettava il compito di portare i panni come si
deve: chiunque altro avrebbe potuto maltrattarli, spiegazzarli
o trascinarli sbadatamente, e non valeva la pena correre il rischio.
Inoltre, se avesse consentito a Rudy di portarla al posto
suo, lui avrebbe preteso un bacio in cambio dei suoi servigi,
e Liesel non intendeva cedere. Era abituata a quel fardello: si
spostava il fagotto da una spalla all'altra, riposando ciascun
lato ogni cento passi circa.
Liesel camminava a sinistra, Rudy a destra. Rudy parlava
quasi tutto il tempo dell'ultima partita di calcio in Himmelstrasse,
del lavoro nella bottega di suo padre e di qualunque
altra cosa gli venisse in mente. Liesel cercava di ascoltare, ma
non ci riusciva. Ci che udiva era la paura, che le si arrampicava
nelle orecchie, facendosi pi greve via via che si avvicinavano
alla Grandestrasse.
Che cosa fai? Non  quella? domand Rudy, accorgendosi
di avere oltrepassato la casa del sindaco.
Liesel annu. L'aveva superata apposta per guadagnare un
po' di tempo.
Be', andiamo, la sollecit il ragazzo. Su Molching calava
l'oscurit e il freddo saliva dal terreno. Muoviti, Saumensch.
Lui rimase al cancello.
Dopo il vialetto, c'erano otto gradini fino all'ingresso principale
dell'edificio, e la grande porta sembrava un mostro.
Liesel fissava corrucciata il batacchio d'ottone.
Che cosa aspetti? le grid Rudy.
Liesel si volt verso la strada. C'era qualche modo, un modo
qualsiasi, per riuscire a fuggire? C'era un'altra scusa, o, diciamolo
chiaro e tondo, un'altra bugia, per averla saltata?
Non abbiamo mica tutto il giorno a disposizione. Di nuovo
la voce di Rudy, da lontano. Che diavolo aspetti?
Chiudi il becco, Steiner! Un urlo emesso come un
sussurro.
Che cosa?
T'ho detto di stare zitto, stupido Saukerl!
Con ci torn a fronteggiare l'uscio, sollev il batacchio
d'ottone e picchi lentamente tre volte. Dall'altra parte si avvicinarono
dei passi.
Sulle prime non guard la donna, fissando piuttosto la borsa
del bucato che teneva in mano. Ne esamin il laccio mentre
gliela consegnava. Le venne dato del denaro; poi, pi nulla. La
moglie del sindaco, che non parlava mai, si limit a rimanere
l in vestaglia, con i soffici capelli arruffati legati dietro la nuca
in una corta coda. Dalla casa spirava una corrente d'aria, un
qualcosa simile al fiato immaginario di un cadavere. Ancora
nessuna parola, e quando Liesel trov il coraggio di guardarla
in viso, la donna aveva un'espressione non di rimprovero, bens
di assoluta lontananza. Per un attimo guard oltre la spalla di
Liesel, verso il ragazzo, poi fece un cenno con il capo e arretr,
chiudendo la porta.
Per un po' Liesel rimase a fissare il pannello verticale di
legno.
Ehi, Saumensch! Nessuna risposta. Liesel!
Liesel indietreggi con cautela.
Discese i primi gradini a ritroso, lentamente.
Magari, dopo tutto, la donna non l'aveva vista rubare il libro.
Si faceva buio. Forse era una di quelle volte in cui uno sembra
guardare dritto voi, quando invece, in realt, osserva tranquillamente
qualcos'altro, o semplicemente sogna ad occhi aperti.
Aveva lasciato perdere, e bastava.
Liesel si volt e fece il resto dei gradini normalmente, gli ultimi
tre con un unico passo.
Andiamo, Saukerl. Si concesse persino di ridere. Per quanta
fosse la sua paura di undicenne, il suo undicenne sollievo era
ancora pi forte.

. . . QUALCOSA PER RAFFREDDARE . . .
L'ENTUSIASMO.

Liesel se n'era andata a mani vuote.
La moglie del sindaco l'aveva vista.
Aspettava solo il momento giusto.
Pass qualche settimana.
Partite a calcio in Himmelstrasse.
Lettura di Un'alzata di spalle fra le due e le tre di ogni mattina,
dopo l'incubo, o di pomeriggio nello scantinato.
Un'altra visita senza conseguenze a casa del sindaco.
Tutto filava benone.
Finch.

La visita successiva, quando Liesel torn senza Rudy, l'occasione
si present. Era un giorno di raccolta del bucato.
La moglie del sindaco le apr la porta, ma non aveva in mano
il sacco dei panni, come di consueto. Si spost di lato, e con la
mano pallida come gesso fece cenno alla bambina di entrare.
Sono solo venuta per il bucato. Il sangue di Liesel le si era
gelato nelle vene, le si sbriciolava. Per poco non and a pezzi
sui gradini.
Allora la donna pronunci per la prima volta una parola.
Allung un freddo dito, dicendole: Warte... Aspetta.
Accertatasi che la ragazza si fermasse, si volt e rientr frettolosamente
in casa.
Grazie a Dio, sussurr Liesel, va a prenderlo. A prendere
il bucato.
La donna, tuttavia, non fece affatto ritorno con il bucato.
Quando arriv, con un'impossibile, debolissima fermezza
si reggeva una pila di libri contro il ventre, dall'ombelico
fin dove le incominciavano i seni. Appariva cos vulnerabile,
nell'imponente vano della porta. Lunghe, lievi ciglia, e appena
appena un'infinitesima espressione di sofferenza: un'idea.
Entra e vieni a vedere, diceva quell'idea.
Adesso mi tortura, pens Liesel. Mi fa entrare, accende il
fuoco nel caminetto e mi getta dentro, con libri e tutto. Oppure
mi chiude a chiave in cantina senza mangiare.
Per qualche motivo, tuttavia - probabilmente per l'esca dei
libri - Liesel si ritrov in casa. Lo scricchiolio delle sue scarpe
sulle tavole di legno del pavimento la intimoriva, e quando
calpest un punto rovinato, facendone gemere il legno, quasi
si arrest. La moglie del sindaco non si fece impressionare. Si
diede a malapena uno sguardo alle spalle e prosegu verso una
porta marrone. Ora il suo volto poneva una domanda.
Sei pronta?
Liesel allung un po' il collo, come se potesse vedere al di
l della porta di fronte a lei. Chiaramente un invito ad aprirla.
Ges, Giuseppe...
Lo disse forte, mentre le parole si spandevano in una stanza
colma d'aria fredda e di libri. Libri dovunque! Ogni parete
era coperta di scaffalature sovraccariche, e tuttavia intatte:
quasi impossibile scorgere la tappezzeria. C'era ogni sorta di
stili e di forme di scritte sui dorsi di libri neri, rossi, grigi, di
tutti i colori. Era una delle cose pi belle che Liesel Meminger
avesse mai visto.
Stupefatta, sorrise. Dunque una stanza del genere esisteva!
Persino quando tent di togliersi dalle labbra il sorriso con
l'avambraccio fu subito consapevole che lo sforzo era inutile.
Avvertiva su di s gli occhi della donna, e, quando la guard,
si erano fermati sul suo viso.
Il silenzio era profondo pi di quanto avrebbe mai creduto
possibile. Teso come un elastico, prossimo a rompersi. La ragazza
lo ruppe.
Posso?
Quella parola rimase sospesa su ettari ed ettari di terra deserta,
pavimentata di legno. I libri erano lontani chilometri.
La donna annu.
S, puoi.
La stanza si ridusse prontamente, finch con qualche breve
passo la ladra di libri riusc a toccare gli scaffali. Fece scorrere
il dorso della mano sul primo piano, ascoltando il fruscio
delle sue unghie che sfioravano la spina dorsale di ogni libro.
Pareva il suono di uno strumento, o un rumore di piedi in
fuga. Us entrambe le mani. Le fece correre su uno scaffale
dopo l'altro. E scoppi a ridere. La voce le crebbe acuta in
gola, e quando infine si arrest e rimase immobile al centro
della stanza, pass vari minuti ad andare con lo sguardo dagli
scaffali alle proprie dita.
Quanti libri aveva toccato?
Quanti ne aveva sentiti?
Avanz di nuovo e lo rifece, stavolta molto pi lentamente,
con le palme delle mani protese, per permettere alla loro carne
di percepire il minuscolo ostacolo di ogni libro. Era come una
magia, come la bellezza, mentre vivi raggi di luce splendevano
su un candeliere. Pi volte quasi tir fuori del suo posto un
volume, ma non ebbe l'ardire di disturbarlo. Erano troppo
perfetti.
Alla sua sinistra vide nuovamente la donna, in piedi presso
una grande scrivania, reggere ancora contro il petto la minuscola
torre di libri con un'aria di deliziata furberia. Un sorriso
fisso pareva esserle stato inchiodato sulle labbra.
Vuole che?...
Liesel non fin la domanda, ma di fatto fece ci che chiedeva,
avvicinandosi e prendendo delicatamente i libri dalle braccia
della donna. Quindi li colloc nel posto da cui mancavano
sullo scaffale, presso la finestra socchiusa, dalla quale entrava
aria fredda.
Per un attimo pens di chiuderla, ma ci ripens. Non era
casa sua, non doveva impicciarsi. Si volse invece verso la signora
alle sue spalle, il cui sorriso si stava adesso trasformando
in un livido e le cui braccia pendevano inerti. Come quelle
della bambina.
E adesso?
Un disagio si era diffuso nella stanza, e Liesel colse un'ultima,
fugace visione delle pareti di libri. Le parole le tremavano
inquiete in bocca, ma vennero fuori d'un botto. Dovrei
andare.
Le occorsero tre tentativi per uscire.
Attese qualche minuto in corridoio, ma la donna non arrivava,
e quando Liesel si volse verso la porta della stanza la
vide seduta alla scrivania, intenta a fissare immobile uno dei
libri. Decise di non disturbarla. Prese il fagotto del bucato in
corridoio.
Quella volta evit il punto rovinato nel pavimento, e percorse
il corridoio quant'era lungo rasentando la parete di sinistra.
Quando si chiuse la porta alle spalle il rumore metallico
dell'ottone le risuon all'orecchio, e, con il bucato accanto a
s, accarezz il legno. Vado, disse.
Sulle prime si diresse attonita verso casa.
L'esperienza surreale di una stanza colma di libri e di quella
donna demente, inebetita, accompagnava i suoi passi. Continuava
a vederla sulle case, come un gioco. Forse era lo stesso
modo in cui Pap aveva vissuto la sua rivelazione del Mein
Kampf. Ovunque volgesse lo sguardo Liesel scorgeva la moglie
del sindaco con una pila di libri fra le braccia. Agli angoli riudiva
il fruscio delle proprie mani che disturbavano gli scaffali.
Vedeva la finestra aperta, il candeliere con la luce dolce, e se
stessa che usciva, senza neanche una parola di ringraziamento.
Presto il suo sbigottimento si trasform in rammarico, in
disgusto di s. Incominci a rimproverarsi.
Non hai detto niente. Scuoteva energicamente la testa,
tra passi affrettati. Neanche un buongiorno. Neanche un grazie.
Neanche un " stata la cosa pi bella che abbia mai visto".
Niente! Certo, era una ladra di libri, ma non voleva mica
dire che fosse del tutto maleducata. Non significava che non
sapesse essere cortese.
Cammin per un bel pezzo, lottando con l'indecisione.
Nella Mnchenstrasse si ferm.
Appena scorse l'insegna Steiner-Schneidermeister si arrest
e corse indietro.
Stavolta, nessuna esitazione.
Buss alla porta, ridestando l'eco dell'ottone sul legno.
Scheisse!
Non fu la moglie del sindaco, ma il sindaco stesso, a comparirle
davanti. Nella fretta, Liesel non aveva notato l'automobile
parcheggiata in strada, davanti a casa.
Baffuto, vestito di nero, l'uomo chiese: Posso esserti
utile?
Liesel non seppe dire nulla. Non ancora. Era curva in avanti,
senza fiato, e fortunatamente la donna arriv quando si era
almeno in parte ripresa. Ilsa Hermann si ferm dietro il
marito.
Ho dimenticato, disse Liesel. Sollev il fagotto, rivolgendosi
alla moglie del sindaco. Nello sforzo di riprendere fiato
fece scivolare le parole nel varco della porta - tra il sindaco
e lo stipite - in direzione della donna. Tanta era la fatica di
respirare che le parole le uscivano di bocca un po' per volta.
Ho dimenticato... cio,  solo che... volevo, disse,
ringraziarla.
La moglie del sindaco si rabbui. Con un passo avanti si
port a fianco del marito, fece un gesto vago, attese un momento,
poi richiuse la porta.
Liesel non si allontan subito.
Sorrise ai gradini.

Il lottatore: inizio.

Ora, un cambiamento di scena.
Finora le cose sono state fin troppo facili, non ti pare, amico
mio? Che ne diresti di dimenticare per un paio di minuti
Molching?
Ci sar utile.
Inoltre,  importante ai fini della storia.
Viaggeremo un po', fino a un ripostiglio segreto, e vedremo
ci che vedremo.

. . . VISITA GUIDATA ALLA SOFFERENZA . . .

Alla vostra sinistra, oppure alla vostra destra, o magari
davanti a voi, potete vedere una stanzetta buia.
Dentro c' un ebreo.
 un disgraziato.
Muore di fame.
Ha paura.
Non provate a distogliere lo sguardo.

A qualche centinaio di chilometri di distanza, a Stoccarda,
lontano da ladre di libri, mogli di sindaco e l'Himmelstrasse,
un uomo sedeva nel buio. Era il luogo migliore, avevano deciso.
Al buio  pi difficile trovare un ebreo.
Sedeva sulla valigia, in attesa. Da quanti giorni, ormai?
Aveva mangiato solo il sapore fetido del proprio respiro
affamato per ci che sentiva essere state settimane; ora, pi
niente. Di tanto in tanto passavano delle voci, e talvolta aveva
voglia di bussare alla porta, aprirla, tirarsi fuori di l, nella luce
insopportabile. Per ora poteva unicamente stare seduto sulla
valigia, con le mani sotto il mento, i gomiti che gli tormentavano
le cosce.
C'era il sonno, un sonno estenuante, e il fastidio del dormiveglia,
il tormento del pavimento.
Ignorare il formicolio ai piedi.
Non strusciare le suole delle scarpe.
E non muoversi troppo.
Lasciare ogni cosa com', a qualunque costo. Presto potrebbe
venire il momento di andare via. Luce come un'arma,
esplosivo per gli occhi. Potrebbe venire il momento di andare
via. Potrebbe venire il momento, perci sveglia. Svgliati
adesso, dannazione! Sveglia.
La porta venne aperta e richiusa, una sagoma si chin su
di lui. La mano si tese verso le onde fredde dei suoi abiti e le
correnti sporche al di sotto. Poi, scese dall'alto una voce.
Max, bisbigli. Sveglia, Max.
I suoi occhi non fecero nulla di ci che lo choc abitualmente
descrive: non si spalancarono di colpo, non sbatterono le
palpebre, non sussultarono. Sono cose che cpitano quando
vi destate da un brutto sogno, non quando vi svegliate in un
brutto sogno. No, i suoi occhi si aprirono a fatica, dall'oscurit
alla penombra. Fu il suo corpo a reagire, scrollandosi verso
l'alto e avventando un braccio per afferrare l'aria.
La voce lo tranquillizz. Scusa se c' voluto tanto. Credo
che mi tenessero d'occhio. E l'uomo con la carta d'identit
ha impiegato pi tempo di quanto pensassi, ma... Ci fu una
pausa. Adesso  tua. Non  un granch, ma speriamo che l
basti, se occorre. Si accovacci, accennando alla valigia con
una mano. Nell'altra teneva qualcosa di pesante e piatto. Su...
forza. Max obbed, alzandosi e grattandosi. Sentiva le sue ossa
stringersi. La carta  qua dentro. Era un libro. Mettici dentro
anche la cartina, e le istruzioni. C' anche una chiave...
incollata dentro la copertina. Apr la valigia con lo scatto pi
silenzioso che pot, collocandovi dentro il libro come se fosse
una bomba. Torner tra qualche giorno.
Gli lasci una piccola borsa con pane, grasso e tre smilze carote.
Accanto, una bottiglia d'acqua. Nessuna scusa:  quanto
di meglio potessi fare.
La porta si apr e si richiuse.
Di nuovo solo.
Nel buio tutto faceva cos tanto fracasso, quand'era solo.
Ogni volta che si muoveva gli pareva di udire il suono di ogni
piega che si formava negli abiti: gli sembrava di avere indosso
un vestito di carta.
Il cibo.
Max divise il pane in tre parti, mettendone via due. Quella
che teneva in mano la divor, masticando e inghiottendo, spingendola
a forza nel condotto disseccato della propria gola. Il
grasso era freddo e duro, scendeva a fatica, qualche volta fermandosi.
Grossi bocconi lo facevano a pezzi, spingendolo gi.
Poi, le carote.
Ne mise nuovamente da parte due, mangiando avidamente la
terza. Il rumore era sbalorditivo: senza dubbio il Fhrer stesso
riusciva a sentire il suono della polpa arancione che gli scricchiolava
in bocca. A ogni morso si rompeva i denti. Quando
bevve, fu quasi certo di inghiottirli. La prossima volta, si ammon,
bevi prima.
Pi tardi, con suo sollievo, quando gli echi lo abbandonarono
e trov il coraggio di controllare con le dita, ogni dente era
ancora al suo posto, intatto. Prov a sorridere, ma non ci riusc.
Pot soltanto immaginare un docile tentativo, e una bocca piena
di denti rotti. Se li sent rotti per ore.
Apr la valigia e prese il libro.
Al buio non riusciva a leggerne il titolo, e l'azzardo di accendere
un fiammifero proprio adesso gli parve eccessivo.
Quando parl, fu il gusto di un sussurro.
Per favore, disse. Per favore.
Parlava ad un uomo che non aveva mai incontrato. Fra gli altri
particolari importanti, conosceva il suo nome: Hans Hubermann.
Parl nuovamente a quello straniero lontano. Lo
supplic.
Per favore.

Le qualit dell'estate.

Ora ci sei anche tu.
Conosci esattamente che cosa accadeva nella Himmelstrasse
alla fine del 1940.
Io lo so.
Tu lo sai.
Liesel Meminger, tuttavia, non poteva essere collocata in
questa categoria.
Per la ladra di libri l'estate di quell'anno trascorse piuttosto
tranquilla. Consisteva di quattro principali parti. A volte si domandava
quale fosse la pi importante.

. . . LE PARTI... . . .

1. Procedere ogni notte nella lettura di Un'alzata di spalle.
2. Leggere sul pavimento della biblioteca del sindaco.
3. Giocare a calcio nella Himmelstrasse.
4. Cogliere un'opportunit diversa di rubare.

Decise che Un'alzata di spalle era eccellente. Ogni notte,
quando si tranquillizzava dopo l'incubo, presto si rallegrava di
essere sveglia e capace di leggere. Qualche pagina? le chiedeva
Pap, e Liesel annuiva. Talvolta terminavano un capitolo il
pomeriggio successivo, gi nello scantinato.
Il problema posto dal libro alle autorit era palese. Il protagonista
era ebreo, e veniva presentato in una luce positiva.
Imperdonabile. Era un ricco stanco di lasciare che la vita gli
passasse inutilmente accanto, che era ci che intendeva con
quell'alzata di spalle davanti alle difficolt e alle gioie della vita
umana su questa terra.
Nella prima parte dell'estate a Molching, mentre Liesel e
Pap procedevano nella lettura del volume, quell'uomo era
in viaggio per affari alla volta di Amsterdam, e fuori c'era il
brivido della neve. Alla ragazza piaceva il brivido della neve.
Proprio come cpita quando nevica, disse ad Hans Hubermann.
Sedevano insieme sul letto, Pap mezzo addormentato e
la bimba sveglissima.
Qualche volta guardava Pap dormire, sapendo di lui pi di
quanto probabilmente lui credesse. Non di rado sentiva Mamma
e Pap discutere perch lui era disoccupato, o dire scoraggiati
che Hans era andato a trovare il figlio, solo per scoprire
che il giovane aveva lasciato il suo domicilio e, molto probabilmente,
era gi partito per la guerra.
Schlaf gut, Pap, diceva in quei casi la bambina. Dormi
bene, e gli scivolava attorno, fuori del letto, per spegnere la
luce.
La parte successiva, come detto sopra, era la biblioteca del
sindaco.
Per fare un esempio di quella particolare circostanza, potremmo
esaminare una fredda giornata di fine giugno. Rudy,
per dirla con un eufemismo, era infuriato.
Chi credeva di essere Liesel Meminger, per dirgli che quel
giorno doveva andare da sola a ritirare i panni da lavare e stirare?
Non era abbastanza, lui, per girare le strade in sua
compagnia?
Piantala di lagnarti, Saukerl, lo rimbecc lei. Non mi va.
Hai perso la partita.
Lui guard oltre la spalla. Be', se la metti cos. Un sogghigno
sotto i baffi. Ficcatelo, il tuo bucato... Corse via, e non
perse tempo ad andare a giocare con gli altri. Quando Liesel
giunse in cima alla Himmelstrasse, si volse indietro giusto in
tempo per vederlo davanti alla pi vicina delle improvvisate
porte del campo di calcio. Le faceva gesti di saluto.
Saukerl, rise lei, e, mentre alzava una mano, fu assolutamente
certa che anche lui, nel medesimo istante, la chiamasse
Saumensch. Credo che sia la cosa pi prossima all'amore cui
sappiano giungere degli undicenni.
Si mise a correre verso la Grandestrasse e la casa del sindaco.
Senza dubbio distesi davanti a lei c'erano il sudore, e gli ansiti
spiegazzati del respiro.
Per leggeva.
Fatta entrare per la quarta volta la bambina, la moglie del sindaco
sedeva alla scrivania a guardare i libri, nient'altro. Durante
la visita precedente aveva consentito a Liesel di tirarne fuori
uno e sfogliarlo, il che condusse a un altro e a un altro ancora,
finch non arriv a una mezza dozzina, stretti sotto il braccio o
nella pila che le cresceva sempre pi alta nell'altra mano.
Quella volta, mentre Liesel si trovava nel freddo ambiente
della stanza, il suo stomaco brontol, ma nessuna reazione venne
dalla donna, muta e sofferente. Era di nuovo in vestaglia, e,
per quanto osservasse pi volte la ragazza, non la fissava mai
molto a lungo. Di solito dedicava pi attenzione a ci che si
trovava presso di lei, a qualcosa di mancante. La finestra era
spalancata, una bocca quadrata e fredda con, di tanto in tanto,
folate di vento.
Liesel sedette sul pavimento, con i libri sparsi attorno a lei.
Dopo una quarantina di minuti se ne and. Ogni volume fu
rimesso al suo posto d'origine.
Buon giorno, Frau Hermann. Le parole arrivavano sempre
come un urto. Grazie. Quindi la donna la pag e Liesel usc.
Ogni sua mossa aveva una giustificazione, e la ladra di libri corse
a casa.
Mentre s'insediava l'estate, la stanza piena di libri si fece pi
tiepida, e ogni giorno di consegna o ritiro il pavimento era meno
scomodo. Liesel sedeva con accanto una piccola pila di libri,
leggendo pochi paragrafi di ognuno e sforzandosi di mandare a
memoria le parole che non conosceva, per chiederle a Pap una
volta a casa. Pi tardi, ormai adolescente, quando Liesel scrisse
di quei libri, non ne ricordava pi i titoli. Neanche uno. Forse,
se li avesse rubati, sarebbe stata meglio dotata.
Ci che ricordava era che un libro illustrato aveva un nome
goffamente scritto all'interno della copertina:

. . . IL NOME DI UN RAGAZZO . . .
Johann Hermann.

Liesel si mordeva un labbro, ma non pot resistere a lungo.
Dal pavimento si volse e guard in su, verso la donna in vestaglia,
ponendole una domanda. Johann Hermann, le chiese,
Chi ?
La donna fiss un punto accanto a lei, da qualche parte vicino
alle ginocchia della ragazza.
Liesel si scus: Mi perdoni. Non dovrei chiedere certe
cose... Lasci che la frase morisse di morte naturale.
Il volto della donna non mut, eppure fece un tentativo per
rispondere. Adesso non  pi di questo mondo, spieg. Era
mio...

. . . GLI ARCHIVI DELLA MEMORIA . . .

Oh, s, mi ricordo benissimo di lui.
Il colore era biancastro, un cielo di sabbie mobili.
C'era un giovane avvinto dai reticolati come da un'enorme
corona di spine. Lo liberai e lo portai via.
In alto sopra la terra ci inginocchiammo insieme.
Era un altro giorno, nel 1918.

A parte tutto, disse, mor di freddo. Per un momento
giocherell con le mani, poi parl nuovamente. Mor di freddo,
ne sono sicura.
La moglie del sindaco non era che una di una compagnia
diffusa nel mondo intero. L'hai gi vista prima, ne sono certa.
Nei vostri racconti, nelle vostre poesie, nei film che amate guardare.
Sono dovunque, quindi perch non qui? Perch non su
una bella collina in una citt tedesca?  un posto buono quanto
qualunque altro, per soffrire.
Il fatto  che Ilsa Hermann aveva deciso di fare del dolore il
proprio trionfo. Quando si rifiut di lasciarla, lei vi cedette, lo
abbracci.
Si sarebbe potuta sparare, straziarsi, oppure infliggersi qualche
altra forma di automutilazione, ma scelse quella che forse
sentiva come l'opzione pi debole: almeno patire il tormento
del clima. Per quanto ne sapeva Liesel, pregava che le giornate
estive fossero fredde ed umide. In gran parte, abitava nel posto
giusto.
Quel giorno, quando Liesel se ne and disse qualcosa,
estremamente a disagio. Due parole difficili da pronunciare, portate
in spalla e lasciate cadere disordinatamente ai piedi di Ilsa
Hermann. Cascarono di sghembo, mentre la ragazza le lasciava
andare, non potendone reggere pi a lungo il peso. Rimasero
entrambe sul pavimento, grevi e goffe.

. . . DUE PAROLE DIFFICILI . . .
Mi dispiace.

Ancora una volta la moglie del sindaco scrut lo spazio accanto
a lei. Il suo volto era una pagina bianca.
Per che cosa? domand, ma ormai era tardi, e da un pezzo
la bambina era uscita dalla stanza, era gi quasi all'ingresso.
Quando la ud Liesel si arrest, ma decise di non tornare
indietro, preferendo andarsene zitta zitta dalla casa e gi per
i gradini. Colse una visione di Molching prima di scomparirvi
dentro, e per un momento ebbe compassione della moglie del
sindaco.
A volte Liesel si domandava se dovesse limitarsi a piantare l
la donna da sola, ma Ilsa Hermann era troppo interessante, e
troppo forte il richiamo dei libri. Una volta le parole avevano
reso impotente Liesel, ma adesso, quando sedeva sul pavimento,
con la moglie del sindaco alla scrivania del marito, avvertiva
un'innata sensazione di potenza. Le capitava ogni volta che
decifrava una nuova parola o metteva insieme una frase.
Era una ragazza.
Nella Germania nazista.
Era giusto che andasse scoprendo la potenza delle parole.
E terribile (anche se esilarante) sarebbe stato parecchi mesi
dopo, quando avrebbe scatenato il potere della sua recente
scoperta nel preciso istante in cui la moglie del sindaco la deludeva.
La compassione si sarebbe dissolta in fretta, e altrettanto
in fretta si sarebbe trasformata in qualcosa di totalmente
diverso...
Ora, per, nell'estate del 1940, non poteva che prevedere
l'avvenire in un unico modo. Era testimone soltanto di una
donna addolorata, con una stanza piena di libri nella quale
si recava volentieri. Ecco tutto. Quell'estate, era la Seconda
Parte della sua vita.
La terza parte, grazie a Dio, era un po' pi allegra... giocare
a calcio nella Himmelstrasse.
Consentimi di dipingerti un quadro:
Scalpiccio di piedi sulla strada.
Respiri giovanili affannati.
Parole gridate: Qua! Cos! Scheisse!
Il rude rimbalzo di una palla sul selciato.
Tutto ci era presente in Himmelstrasse, come pure l'eco
delle scuse, in quell'estate crescente.
Le scuse erano di Liesel Meminger, ed erano rivolte a Tommy
Mller.
Ai primi di luglio riusc finalmente a convincerlo che non
l'avrebbe ammazzato. Dopo il pestaggio da lei somministratogli
il novembre precedente, Tommy aveva ancora paura a
starle vicino. Lo disse chiaro e tondo nelle partite di calcio
nella Himmelstrasse: Non sai mai quando le salta la mosca
al naso, aveva confidato a Rudy, mezzo parlando e mezzo
facendo smorfie.
A difesa di Liesel va detto che non rinunci mai ai tentativi
di metterlo a suo agio. La deludeva, infatti, essere riuscita a
fare pace con Ludwig Schmeikl, ma non con l'innocente Tommy
Mller, che si faceva sempre un po' piccino ogni volta che
la vedeva.
Come facevo a sapere che quel giorno sorridevi a me? gli
chiese pi d'una volta.
Qualche volta Liesel fece persino il portiere al posto suo,
finch tutta la squadra lo preg di farlo di nuovo lui.
Torna in porta! gli ordin infine un ragazzo di nome Harald
Mollenhauer. Non servi a niente. Ci avvenne dopo che
Tommy l'aveva fatto cadere proprio mentre stava per segnare:
poteva fruttargli un rigore, se non fosse che erano entrambi
della medesima squadra.
Liesel torn dunque in campo, e in qualche modo finiva
sempre a marcare Rudy. Si contrastavano e si sgambettavano
a vicenda, insultandosi. Rudy commentava: Stavolta non lo
passa, quella stupida Saumensch Arschgrobbler. Non ci speri
neppure. Pareva lo divertisse chiamare Liesel una gratta-culo.
Era uno degli spassi dell'infanzia.
Un altro spasso, naturalmente, era rubare. Parte quarta,
estate 1940.
Onestamente, molte erano le cose che univano Rudy e Liesel,
ma fu il furto a cementare completamente la loro amicizia.
Fu la conseguenza di un'occasione, e si verific a causa di
un'unica, irresistibile forza: la fame di Rudy. Il ragazzo moriva
in permanenza dalla voglia di qualcosa da mangiare.
In aggiunta al razionamento, da qualche tempo il lavoro di
suo padre non andava granch (la concorrenza degli ebrei era
stata eliminata, ma erano stati eliminati anche i clienti ebrei).
Gli Steiner tiravano avanti alla meno peggio. Come molti altri
dalle parti della Himmelstrasse, dovevano arrangiarsi. Liesel
gli portava un po' di cibo da casa sua, ma neppure l ce n'era
abbondanza. Di solito Mamma faceva la minestra di piselli.
La cucinava la domenica sera, e non in quantit sufficiente
per un pasto o due: faceva una minestra di piselli che durasse
fino al sabato successivo. Poi, la domenica, ne cuoceva
dell'altra. Zuppa di piselli, pane e qualche volta un po' di
patate o di carne. Ne mangiavi e non ne chiedevi ancora, e
non te ne lagnavi.
Sulle prime, fecero qualcosa per tentare di dimenticare la
fame.
Rudy non ne avrebbe avuta se giocavano a calcio per strada,
o se prendevano le biciclette di suo fratello e di sua sorella e
andavano fino alla bottega di Alex Steiner, o a trovare il pap
di Liesel, se quel giorno lavorava. Hans Hubermann sedeva
con loro e raccontava barzellette nell'ultima luce del
pomeriggio.
Con l'arrivo dei primi giorni caldi, un altro svago era imparare
a nuotare nel fiume Amper. L'acqua era ancora un po'
troppo fredda, ma ci provarono comunque.
Vieni, la bland Rudy, solo fin qua. Qua non  tanto profondo.
Liesel non vide l'enorme buco in cui fin, e ci sprofond
fino in fondo. Annaspando come un cane si salv la vita,
pur mezza soffocata dall'acqua che aveva bevuto.
Dannato Saukerl, l'accus, quando si lasci cadere sulla
sponda del fiume.
Rudy stava attento a tenersi alla larga: aveva ben visto che
cosa aveva fatto a Ludwig Schmeikl. Adesso sai nuotare,
no?
Non che la cosa la rallegrasse molto, quando se ne and.
Aveva i capelli incollati su un lato della faccia e le colava il
naso.
Rudy le grid dietro: Vuol forse dire che non avr un bacio
per averti insegnato?
Saukerl!
Che faccia tosta!
Fu inevitabile.
La deprimente minestra di piselli e l'appetito di Rudy finirono
per indurli a rubare, facendoli diventare complici di un
gruppo di ragazzi pi vecchi, che rubava nelle fattorie. Ladri
di frutta. Dopo una partita di calcio, Liesel e Rudy impararono
i vantaggi di tenere gli occhi aperti. Seduti sul gradino di
fronte alla casa di Rudy, scorsero Fritz Hammer - uno dei loro
compari pi grandicelli - mangiare una mela. Era della variet
Klar, che matura in luglio e agosto, e in mano sua faceva
un effettone. Altre tre o quattro gli gonfiavano le tasche della
giacca. Si fecero pi vicini.
Dove le hai prese? domand Rudy.
Sulle prime il ragazzo si limit a un sogghigno. Sst. Poi
tir fuori della tasca della giacca una mela e la gett via.
Guardatela solo, li ammon, non mangiatela.
La volta successiva che videro lo stesso ragazzo con la stessa
giacca, in una giornata troppo calda per portarla, lo seguirono.
Li condusse verso la parte a monte del fiume Amper, non
lontano da dove Liesel talvolta leggeva con Pap, quando
imparava.
Ad attendere c'era un gruppo di cinque ragazzi, alcuni allampanati,
altri piccoli e magri.
In quel periodo a Molching c'era qualche altra banda del
genere, alcune con membri di sei anni. Il capo di quella particolare
banda era un simpatico delinquente quindicenne di
nome Arthur Berg. Si guard attorno e scorse i due undicenni
che gironzolavano pi indietro. Und? chiese. E allora?
Muoio di fame, rispose Rudy.
Ed  uno svelto, disse Liesel.
Berg la squadr. Non ricordo di avere chiesto il tuo parere.
Era un adolescente alto, dal collo lungo, con il viso devastato
dall'acne. Ma va bene cos. Era amichevole, nel suo
modo spiccio. Non sar mica lei quella che ha pestato tuo
fratello, Anderl?
La storia si era senza dubbio diffusa in giro. Un buon pestaggio
trascende le differenze di et.
Un altro ragazzo - uno di quelli bassi e smilzi - con capelli
biondi e ispidi e una pelle color del ghiaccio, la scrut. Credo
di s.
 lei, conferm Rudy.
Andy Schmeikl si fece avanti e la squadr dall'alto al basso,
con una faccia pensosa prima che si aprisse in un sorriso
stupito. Un gran bel lavoro, bambina. Le diede persino una
pacca sulla schiena ossuta, colpendo un pezzo sporgente di
scapola. Sarei stato frustato, se l'avessi fatto io.
Arthur si era avvicinato a Rudy. E tu non sei quello di Jesse
Owens?
Rudy annu.
 chiaro che sei un imbecille, disse Arthur, ma un imbecille
a posto. Vieni.
Furono accolti.
Quando raggiunsero la fattoria, a Liesel e Rudy venne consegnato
un sacco di iuta. Arthur Berg afferr il suo. Si pass
una mano fra le morbide ciocche di capelli. Avete gi rubato,
voi due?
Sicuro, assicur Rudy. Tantissime volte.
Liesel fu pi precisa. Ho rubato due libri, al che Arthur
scoppi a ridere. Le sue pustole cambiarono posizione.
I libri non li puoi mangiare, tesoro.
Da dove si trovavano studiarono i meli, disposti su due lunghi,
tortuosi filari. Arthur Berg diede gli ordini. Primo, esord,
non fatevi beccare nel recinto. Se vi fate prendere l dentro,
vi lasceremo indietro. Capito? Tutti annuirono o risposero di
s. Secondo, uno va sull'albero, uno resta sotto a raccogliere le
mele. Si sfreg le mani: si divertiva. Terzo, se vedete arrivare
qualcuno, gridate tanto forte da svegliare i morti, cos scappiamo
tutti. Richtig?
Richtig. Risposero tutti in coro.

. . . SCAMBIO DI OPINIONI FRA DUE . . .
LADRI DI MELE ESORDIENTI.

Liesel: Sei sicuro? Vuoi proprio farlo?
Guarda com' alto il filo spinato, Rudy.
S, s, tu getta dentro il sacco. Visto? Come fanno loro.
D'accordo.
Andiamo!
Non posso! Un'esitazione. Rudy, io...
Muoviti, Saumensch!

La spinse verso la recinzione, gett il sacco vuoto sul filo e vi
si arrampicarono, correndo dietro agli altri. Rudy scal l'albero
pi vicino e incominci a gettare gi mele. Liesel stava di sotto,
per cacciarle nel sacco. Quando fu pieno, si present un altro
problema.
Come facciamo a riattraversare la cinta?
La risposta l'ebbero vedendo Arthur Berg arrampicarsi il pi
vicino possibile a un palo della recinzione. Qui il filo  pi robusto,
spieg Rudy. Gett oltre il sacco, fece passare per prima
Liesel, poi atterr accanto a lei dall'altra parte, in mezzo ai frutti
rotolati fuori del sacco.
Presso di loro c'erano le lunghe gambe di Arthur Berg, che li
squadrava divertito.
Niente male, disse dall'alto la sua voce. Proprio niente
male.
Quando tornarono al fiume, nascosti tra gli alberi, prese il
sacco e diede a Liesel e Rudy una dozzina di mele a testa.
Un buon lavoro, fu il suo commento finale sull'impresa.
Quel pomeriggio, prima di tornare a casa, in mezz'ora Liesel
e Rudy mangiarono sei mele a testa. Sulle prime avevano avuto
intenzione di dividere la frutta con i rispettivi famigliari, ma
ci comportava un rischio non trascurabile, dal momento che
avrebbero dovuto confessare da dove provenivano le mele. Liesel
pens che forse l'avrebbe fatta franca raccontandolo solo a
Pap, ma non voleva che credesse di avere a che fare con una
delinquente abituale.
Perci mangi le mele.
I frutti vennero consumati in riva al fiume, dove aveva imparato
a nuotare. Non avvezzi a tanta abbondanza, sapevano di
rischiare di stare male.
Ma li mangiarono lo stesso.
Saumensch! la invest quella sera Mamma. Perch vomiti
tanto?
Sar colpa della minestra di piselli, azzard Liesel.
 vero, le fece eco Pap. Era di nuovo alla finestra. Dev'essere
quella. Non mi sento tanto bene neppure io.
Chi ti ha chiesto niente, Saukerl? Mamma torn a rivolgersi
alla Saumensch che vomitava. Ebbene? Che storia  questa?
Che cos', lurida porcella?
Liesel non disse nulla.
Le mele, pens allegramente. Le mele, e per fortuna vomit
un'altra volta.

La bottegaia ariana.

Se ne stavano davanti al negozio di Frau Diller, appoggiati al
muro imbiancato.
Liesel Meminger aveva un lecca-lecca in bocca e il sole negli
occhi.
A dispetto di tali distrazioni, era ancora in grado di parlare
e discutere.

. . . UN'ALTRA CONVERSAZIONE . . .
FRA RUDY E LIESEL.

Sbrgati, Saumensch. Sono gi dieci.
No, sono solo otto... me ne restano ancora due.
Be', allora fai in fretta. Te l'avevo detto che dovevamo
prendere un coltello e tagliarla a met... dai, che sono due.
E va bene. Ecco. E non l'ingoiare.
Ti sembro idiota?
Breve pausa.
Forte, no?
Certo che lo , Saumensch.

Alla fine di agosto e dell'estate trovarono un pfennig. Eccitazione
allo stato puro.
Lo scorsero tra la sporcizia, mezzo corroso, mentre consegnavano
il bucato. Una moneta solitaria e arrugginita.
Da' un po' un'occhiata laggi! esclam Rudy.
Al colmo dell'eccitazione tornarono di corsa verso il negozio
di Frau Diller. Non li sfior neppure il pensiero che quell'unico
pfennig poteva anche non essere il giusto prezzo. Irruppero al
cospetto della bottegaia ariana, che li squadr con disprezzo.
Ebbene? disse. Aveva i capelli raccolti sulla nuca, e un abito
nero striminzito. La foto incorniciata del Fhrer faceva buona
guardia dalla parete.
Heil Hitler, esord Rudy.
Heil Hitler, rispose lei, drizzandosi dietro il bancone. E
tu? Squadr Liesel, la quale enunci con prontezza il proprio
Heil Hitler.
Subito Rudy cav di tasca la moneta e la pos risolutamente
sul banco. Fiss Frau Diller dritto negli occhiali e disse: Caramelle
assortite, per favore.
Frau Diller sorrise. Pareva che nella sua bocca ogni dente
sgomitasse per farsi posto. L'inattesa gentilezza fece sorridere
anche Rudy e Liesel. Non molto a lungo, per.
Frau Diller si chin, rovist in mezzo ai dolciumi e si volse
nuovamente verso di loro.
Ecco, disse, gettando sul banco un'unica caramella.
Assortitevela voi.
Usciti dal negozio, la scartocciarono e provarono a spezzarla
in due a morsi, ma lo zucchero era duro come vetro, troppo
duro persino per le zanne da lupo di Rudy. Dovettero succhiarla
a turno, finch non fu consumata. Dieci succhiate Rudy, dieci
Liesel.
Questa s che  vita, esclam a un certo punto Rudy, con
i denti impiastrati di zucchero, e Liesel ne convenne. Quando
finirono di succhiare la caramella avevano tutti e due la bocca
rossa rossa, e rincasando si esortarono a vicenda a tenere gli
occhi bene aperti, casomai ci fosse un'altra monetina
abbandonata.
Non ne trovarono pi.  gi difficile avere una simile fortuna
due volte in un anno, figurarsi in un solo pomeriggio.
Tuttavia, con la lingua e i denti ancora rossi, percorsero la
Himmelstrasse scrutando allegramente ogni angolo della via.
La giornata era stata memorabile, e la Germania nazista era
un luogo fantastico.

Il lottatore: continua.

Proseguiamo con il racconto di una lotta in una notte gelida.
Lasciamo la ladra di libri in pace per un po'.
Era il 3 novembre, e il pavimento del treno era saldamente
attaccato ai suoi piedi. Leggeva una copia del Mein Kampf, il
suo salvatore. Le mani sudate lasciavano impronte sulla
copertina.

. . . LA LADRA DI LIBRI PRODUCTIONS . . .
PRESENTA UFFICIALMENTE Mein Kampf (La mia lotta) di Adolf Hitler.

La citt di Stoccarda spalancava beffarda le braccia alle
spalle di Max Vandenburg.
Non era il benvenuto laggi, e si sforz di non voltarsi a
guardarla, mentre il pane raffermo si consumava nel suo stomaco.
Di tanto in tanto cambiava posizione, guardando le luci
ridursi a una manciata, poi svanire del tutto.
Datti un'aria fiera, si ammon. Non puoi apparire intimorito.
Leggi il libro, sorridigli.  un gran libro, il libro pi grande
che tu abbia mai letto. Ignora quella donna sull'altro lato,
tanto adesso si  addormentata. Forza, Max, che ti mancano
solo poche ore.
Come risult, la visita di ritorno nella stanzetta oscura si
fece attendere non qualche giorno, bens una settimana e
mezza. Poi ancora un'altra settimana, e un'altra, finch non
perdette completamente la nozione del passare dei giorni e
delle ore. Fu trasferito un'altra volta, in un altro angusto ripostiglio,
dove c'erano pi luce, pi visite e pi cibo. Il tempo,
tuttavia, si stava esaurendo.
Partir presto, gli disse il suo amico Walter Kugler. Sai
com'... l'esercito.
Mi dispiace, Walter.
Walter Kugler, amico di Max fin dall'infanzia, pos una
mano sulla spalla dell'ebreo. Poteva andare peggio. Guard
l'amico nei suoi occhi ebrei. Poteva toccare a te.
Fu il loro ultimo incontro. In un angolo gli lasciarono un
ultimo pacchetto, in cui c'era un biglietto del treno. Walter
apr il Mein Kampfe ve lo fece scivolare dentro, accanto alla
mappa che aveva portato assieme al libro. Pagina tredici,
sorrise. Numero fortunato, eh?
Numero fortunato, e i due si abbracciarono.
Quando la porta si richiuse, Max apr il libro ed esamin il
biglietto del treno. Da Stoccarda a Pasing via Monaco. Sarebbe
partito dopo due giorni, di sera, giusto in tempo per prendere
l'ultima coincidenza. Da l avrebbe proseguito a piedi. Aveva
gi memorizzato la carta topografica, ripiegata in quattro tra
le pagine del libro. La chiave era fissata all'interno della copertina
con il nastro adesivo.
Rimase seduto per mezz'ora prima di aprire la borsa. Oltre ai
viveri, dentro c'erano alcuni altri oggetti.

. . . I REGALI DI WALTER KUGLER . . .

Un piccolo rasoio.
Un cucchiaio, la cosa pi prossima ad uno specchio.
Crema da barba.
Un paio di forbici.

Quando se ne and il magazzino era vuoto, eccetto il
pavimento.
Addio, sussurr.
L'ultima cosa che Max vide fu un mucchietto di capelli contro
il muro, come gettati l per caso.
Addio.
Con il viso ben rasato e i capelli sistemati a dovere, era uscito
dall'edificio come un uomo nuovo. Come un tedesco. Un momento,
lui era tedesco. O, pi precisamente, lo era stato.
Nel suo stomaco lottavano fra loro la digestione e la nausea.
Si diresse alla stazione.
Mostr il biglietto e la carta di identit, e si sedette in un
angusto scompartimento, proprio nel bel mezzo del pericolo.
Documenti.
Era ci che temeva di udire.
Aveva gi corso un rischio quando l'avevano fermato sotto la
pensilina. Sapeva di non potercela fare due volte.
Gli tremavano le mani.
L'odore, no, il puzzo della colpa.
Non poteva sopportarlo ancora.
Fortunatamente il controllo fu rapido e dovette mostrare
solo il biglietto. Dopodich non restava altro che un finestrino
pieno di piccole citt e di luci, e la donna che russava sul lato
opposto dello scompartimento.
Si dedic alla lettura per la maggior parte del viaggio, sforzandosi
di non alzare mai gli occhi dalle pagine.
Lasciava che le parole oziassero per un po' in bocca mentre
le leggeva.
Stranamente, a mano a mano che voltava le pagine e scorreva
i capitoli, soltanto due furono le parole di cui riusc a sentire il
sapore.
Mein Kampf. La mia lotta.
Quel titolo, ancora e ancora, mentre il treno sferragliava da
una citt tedesca all'altra.
Mein Kampf.
Fra tutte le cose che dovevano salvarlo.

I furfanti.

Potresti obiettare che neppure Liesel Meminger aveva la vita
facile. Per di certo l'aveva facile a confronto con Max Vandenburg.
Certo, suo fratello le era praticamente morto fra le
braccia. Sua madre l'aveva abbandonata.
Ma tutto era meglio che essere un ebreo.
Nel periodo precedente all'arrivo di Max persero un altro
cliente, i Weingartner. In cucina ebbe luogo lo Schimpferei di
prammatica, e Liesel si rassegn al fatto che di clienti ne restavano
soltanto due, uno dei quali era il sindaco, con la moglie ed
i libri.
Quanto alle altre attivit di Liesel, combinava ancora guai
con Rudy Steiner. Direi persino che perfezionavano le loro
malefatte.
Fecero qualche altra spedizione con Arthur Berg e i suoi amici,
ansiosi di sfoggiare la loro abilit e di ampliare la gamma dei
loro furti. Rubarono patate in una fattoria, cipolle in un'altra. Il
loro pi grande successo, tuttavia, lo colsero da soli.
Come gi detto in precedenza, uno dei vantaggi di andare a
zonzo per la citt era osservare le persone, o, cosa pi importante
ancora, le stesse persone, che facevano le stesse cose una
settimana dopo l'altra.
Una di quelle era un ragazzo della scuola, Otto Sturm. Ogni
venerd pomeriggio andava in bicicletta fino in chiesa, a portare
degli alimentari ai preti.
Lo tennero d'occhio per un mese, mentre il tempo si metteva
al brutto, e in particolare Rudy aveva deciso che un certo venerd,
in una settimana anormalmente rigida per il mese di ottobre,
Otto non gli sarebbe sfuggito.
Tutti quei preti, spieg mentre attraversavano la citt,
sono comunque troppo grassi. Potrebbero fare a meno di
mangiare per almeno una settimana.
Liesel non poteva che essere d'accordo: in primo luogo non
era cattolica; in secondo, era anche lei piuttosto affamata. Come
sempre, portava il bucato. Rudy trasportava due secchi d'acqua
gelida, o, come diceva lui, due secchi di futuro ghiaccio.
Si mise al lavoro un po' prima delle due.
Senz'ombra di esitazione vers l'acqua sulla strada nel punto
esatto in cui Otto, in bicicletta, avrebbe svoltato l'angolo.
Liesel dovette riconoscerlo: di primo acchito ci fu un briciolo
di senso di colpa, ma il piano era perfetto, o perlomeno quanto
pi vicino si potesse alla perfezione. Ogni venerd, subito dopo
le due, Otto Sturm svoltava nella Mnchenstrasse con i suoi
prodotti nel cestino anteriore, posto sul manubrio. Era di l che
sarebbe passato quel particolare venerd.
La strada era gi di per s ghiacciata, ma Rudy aggiunse un
ulteriore strato di ghiaccio, trattenendo a stento un sogghigno
che gli sfrecciava sul viso come un pattino.
Andiamo in quel cespuglio, disse.
Dopo una quindicina di minuti circa, il diabolico piano produsse,
per cos dire, i suoi frutti.
Rudy indic con il dito un varco nella siepe. Eccolo.
Otto svolt l'angolo, stupido come un agnello.
Non sciup tempo a perdere il controllo della bicicletta,
slittare sul ghiaccio e piombare sulla strada a faccia in gi.
Poich non si muoveva, Rudy guard allarmato Liesel. Cristo
crocifisso, disse, ho paura che potremmo anche averlo
ucciso! Strisci cautamente fuori, s'impadron del cestino e
tagliarono la corda.
Respirava? domand Liesel, una volta che se la furono
data a gambe gi per la strada.
Keine Ahnung, rispose Rudy, aggrappato al cestino. Non ne aveva idea.
Da ben lontano, gi dalla collina, scorsero Otto rialzarsi,
grattarsi la testa, grattarsi tra le gambe e cercare dovunque il
cestino.
Stupido Scheisskopf, ghign Rudy, e sbirciarono nel bottino.
Pane, uova rotte e la cosa migliore, lo speck. Rudy si
port al naso il prosciutto grasso, aspirandone trionfante il
profumo. Magnifico.
Per quanto grande fosse la tentazione di tenere per s la
refurtiva, furono sopraffatti da un senso di lealt nei confronti
di Arthur Berg. Andarono in quella topaia di casa sua, in
Kempfstrasse, e gli mostrarono il bottino. Arthur non gli neg
la sua approvazione.
A chi l'avete fregato?
Fu Rudy a rispondere: A Otto Sturm.
Bene, rispose Arthur, chiunque sia, gli sono grato.
Rientr, facendo ritorno con un coltello da pane, una padella
e una giacca, e i tre ladri percorsero il corridoio degli appartamenti.
Chiamiamo gli altri, disse Arthur Berg quando
uscirono. Saremo anche delinquenti, ma non siamo del tutto
immorali. Proprio come la ladra di libri, anche lui rispettava
le buone maniere.
Bussarono a qualche altra porta. Alcuni nomi vennero chiamati
dalla strada, e presto l'intera banda dei ladri di frutta di
Arthur Berg fu in cammino alla volta dell'Amper. Nella radura
sull'altra sponda fu acceso il fuoco, e quanto rimaneva delle
uova venne recuperato e fritto. Il pane ed il prosciutto affumicato
furono affettati; con mani e coltelli, le provviste di Otto
Sturm finirono mangiate fino all'ultima briciola. Nessun prete
in vista.
Soltanto alla fine sorse una discussione a proposito del
cestino.
La maggioranza dei ragazzi voleva bruciarlo. Fritz Hammer
e Andy Schmeikl volevano invece tenerlo, ma Arthur Berg,
facendo mostra della sua incongrua dirittura morale, ebbe
un'idea migliore.
Voialtri due, disse a Rudy e Liesel,  potreste magari riportarlo
a quel tizio, quello Sturm. Direi che quel povero bastardo
se lo merita proprio.
Oh, ma dai, Arthur.
Non voglio sentire, Andy.
Ges Cristo.
Neanche Lui vuol sentire.
Il gruppo rise, e Rudy Steiner prese il cestino. Glielo riporter,
appendendolo alla cassetta delle lettere.
Aveva fatto solo una ventina di metri, quando la ragazza lo
raggiunse. Sarebbe tornata a casa troppo tardi per i suoi gusti,
ma sapeva benissimo di dover accompagnare Rudy Steiner
fino alla fattoria degli Sturm, vale a dire dall'altra parte della
citt.
Camminarono a lungo in silenzio.
Ci stai male? chiese infine Liesel. Erano gi a met strada
da casa.
Per che cosa?
Lo sai.
Certo che ci sto male, ma adesso non ho pi fame, e scommetto
che neppure lui soffre la fame. Non credo neanche un
secondo che porterebbe da mangiare ai preti, se non ne girasse
gi abbastanza in casa sua.
 caduto male.
Non me lo ricordare. Rudy Steiner, per, non pot impedirsi
di sorridere: negli anni a venire sarebbe stato un fornitore
di pane, non un ladro... ancora una conferma della contraddittoriet
della natura umana. Tanto di bene, altrettanto
di male. Aggiungete soltanto un po' d'acqua.
Cinque giorni dopo la loro piccola vittoria dolceamara,
Arthur Berg si fece vedere un'altra volta, invitandoli a prendere
parte al suo prossimo piano di furto. S'imbatterono in lui nella
Mnchenstrasse, un mercoled mentre tornavano a casa da
scuola. Lui indossava gi l'uniforme della Giovent hitleriana.
Ci andiamo di nuovo domani pomeriggio. V'interessa?
Non riuscirono a trattenersi. Dove?
Nel posto delle patate.
Ventiquattr'ore dopo sfidarono nuovamente il filo spinato
del recinto e riempirono il sacco.
Il problema si present quando si tratt di scappare.
Cristo! grid Arthur. Il contadino! Fu la sua ultima
parola, tuttavia, a terrorizzare. Aveva gridato come ne se fosse
gi stato colpito. La bocca gli si spalanc e ne eruppe quella
parola: ascia.
Ovviamente, quando si voltarono il contadino correva verso
di loro, sollevando l'arma.
L'intera banda corse verso la recinzione, oltrepassandola.
Rudy, che si trovava pi lontano, recuper in fretta, ma non
abbastanza da non rimanere ultimo. Quando sollev una gamba
per scavalcarlo, rimase impigliato nel filo spinato.
Ehi!
Il grido di chi  preso in trappola.
La banda si arrest.
Istintivamente Liesel corse indietro.
Sbrgati! grid Arthur. La sua voce era remotissima, come
se l'avesse trangugiata prima che gli uscisse di bocca.
Cielo bianco.
Gli altri scappavano.
Liesel arriv e si mise a tirare il tessuto dei pantaloni di Rudy.
Gli occhi di quest'ultimo erano dilatati dal terrore. Svelta, sta
arrivando, disse.
In lontananza udivano ancora un rumore di piedi in fuga,
quando un'altra mano afferr il filo e lo liber dai pantaloni di
Rudy Steiner. Ne rimase un pezzo su un nodo metallico, ma il
ragazzo pot darsela a gambe.
Adesso filate, consigli Arthur, non molto prima che il contadino
arrivasse, imprecando e ansimando. L'ascia adesso gli
aderiva con forza alla gamba, mentre urlava le vane parole del
derubato: Vi far arrestare! Vi trover! Scoprir chi siete!
Fu allora che Arthur Berg rispose: Owens! e balz via, raggiungendo
Liesel e Rudy. Jesse Owens!
Quando si furono messi in salvo, lottando per riempirsi d'aria
i polmoni, si lasciarono cadere seduti, e Arthur Berg si avvicin.
Rudy non sollev lo sguardo su di lui.  capitato a tutti noi,
disse Arthur, avvertendo il suo imbarazzo. Perch ment? Non
potevano esserne certi, e non lo avrebbero mai scoperto.
Qualche settimana dopo Arthur Berg si trasfer a Colonia.
Lo videro ancora una volta, durante uno dei giri di Liesel per
consegnare il bucato. In un vicolo della Mnchenstrasse, porse
a Liesel un sacchetto di carta marrone contenente una dozzina
di castagne. Fece un risolino. Un contatto con l'industria
dell'arrostimento. Dopo averli informati della sua partenza, si
sforz di fare un ultimo, foruncoloso sorriso, e diede a entrambi
uno scappellotto. Non mangiatele tutte in una volta, voi due.
Non rividero mai pi Arthur Berg.
Per quanto mi concerne, posso dirvi con la pi assoluta certezza
che io lo rividi.

. . . PICCOLO TRIBUTO . . .
AD ARTHUR BERG, UN SOPRAVVISSUTO.

Il cielo di Colonia era giallo e putrido, sbrindellato ai margini.
Giaceva l, appoggiato a un muro, con una bambina
fra le braccia. Sua sorella. Rimase con lei anche quando cess
di respirare, e compresi che l'avrebbe tenuta fra le braccia per
ore. In tasca aveva due mele rubate.

Stavolta la fecero pi da furbi. Mangiarono una sola castagna
a testa e ne vendettero il rimanente da porta a porta.
Se avete da parte qualche pfennig, diceva Liesel su ogni
uscio, io ho delle castagne. Finirono con sedici pfennig in
tasca.
E adesso, sogghign Rudy, vendetta!
Lo stesso pomeriggio tornarono da Frau Diller, dissero Heil
Hitler e aspettarono.
Ancora caramelle assortite? domand beffarda la bottegaia,
e loro annuirono. Il denaro piovve sul bancone, e il sorriso
di Frau Diller si smorz un poco.
S, Frau Diller, risposero in coro, caramelle assortite, per
favore.
Il Fhrer incorniciato pareva orgoglioso di loro.
Il trionfo prima della tempesta.

Il lottatore: conclusione.

Ormai i giochetti di prestigio volgono al termine, ma non la
lotta. In una mano tengo Liesel Meminger, nell'altra Max Vandenburg.
Presto li sbatter assieme: concedimi ancora qualche
pagina.
Il lottatore.
Se l'avessero ucciso quella sera, perlomeno sarebbe morto
vivo.
La corsa in treno era ormai da un pezzo alle sue spalle, con la
donna che russava ben sistemata nel vagone di cui, in viaggio,
aveva fatto il proprio letto. Adesso fra lui e la salvezza non rimanevano
che passi. Passi e pensieri, e dubbi.
Segu la mappa che aveva in mente, da Pasing a Molching.
Era tardi quando scorse la citt. Gli facevano terribilmente
male le gambe, ma c'era quasi... il luogo pi pericoloso in cui
trovarsi. Abbastanza vicino da toccarlo.
Come gi descritto, trov la Mnchenstrasse e prese a percorrerne
il marciapiede.
Ogni cosa era rigida.
Pozze lucenti di lampioni stradali.
Edifci scuri, inerti.
La citt era simile a un gigantesco, goffo adolescente, imbarazzato,
troppo grosso per la sua et. La chiesa svan nelle tenebre
mentre il suo sguardo si spingeva pi avanti.
Tutto lo scrutava.
Rabbrivid.
Occhi aperti, si ammon.
(I bambini tedeschi stavano all'erta in cerca di monetine perdute,
gli ebrei tedeschi stavano in guardia per non farsi
prendere).
Continuando a ricorrere al tredici come alla cifra della fortuna,
contava i passi a gruppi di quel numero. Tredici passi, si
ripeteva. Forza, altri tredici. Secondo i calcoli, port a termine
novanta serie, finch, al termine, si trov all'angolo con la
Himmelstrasse.
Con una mano reggeva la valigia; nell'altra teneva ancora il
Mein Kampf.
Entrambi pesavano, ed entrambi venivano portati con un
leggero velo di sudore.
Ora svolt nella via laterale, in cerca del numero 33, resistendo
all'impulso di sorridere, all'impulso di singhiozzare o
persino di immaginare la salvezza che l'attendeva. Si ramment
di non avere tempo per la speranza. Certo, poteva quasi toccarla,
poteva percepirla, appena appena fuori portata. Anzich
ammetterlo, si dedic piuttosto a stabilire nuovamente che fare
qualora fosse stato catturato all'ultimo momento, o se, per caso,
ad aspettarlo dentro ci fosse la persona sbagliata.
Indubbiamente, poi c'era la sgradevole sensazione del
peccato.
Come poteva fare una cosa del genere?
Come poteva spuntarsene fuori e chiedere a della gente di
rischiare la vita per lui? Come poteva essere tanto egoista?
Trentatr.
Si squadrarono a vicenda.
La casa era pallida, quasi macilenta, con un cancello di ferro
e una porta scura, imbrattata di sputi.
Davanti all'uscio.
Trasse di tasca la chiave. Non luccicava, bens gli stava in
mano opaca e molle. Per un attimo la strizz, quasi aspettandosi
che gli sgusciasse verso il polso, ma non accadde. Il metallo
era duro e piatto, con una salutare linea di denti, e lui la strinse
finch gli fece male.
Allora, pian piano, il lottatore si chin in avanti, con la guancia
contro il legno, e tir fuori la chiave nascosta nel pugno.
...
PARTE QUARTA. L'uomo che sovrasta.

Contenente:
il suonatore di fisarmonica - un uomo che mantiene
le promesse - una brava ragazza - un pugile ebreo -
la collera di Rosa - una lezione - il dormiente -
lo scambio di incubi - e alcune pagine dalla cantina.

Il suonatore di fisarmonica.
(la vita segreta di Hans Hubermann).

In cucina c'era un giovane. La chiave che teneva in mano pareva
arrugginirglisi nel palmo. Non disse nulla tipo salve, o per
favore mi aiuti, o qualsiasi altra frase che ci si potesse attendere.
Fece due domande.

. . . PRIMA DOMANDA . . .
Hans Hubermann?

. . . SECONDA DOMANDA . . .
Suona ancora la fisarmonica?

Mentre fissava a disagio la figura umana di fronte a lui, la
voce del giovane si schiar, protendendosi nell'oscurit come se
fosse tutto ci che restava di lui.
Pap, vigile e spaventato, fece un passo avanti.
Sussurr, rivolto alla cucina: Certo che la suono.
Tutto risaliva a molti anni prima, alla Prima guerra mondiale.
Strane, quelle guerre.
Piene di sangue e di violenza, ma anche piene di storie altrettanto
diffcili da sondare.  vero, bofonchier la gente. Non
m'importa se non mi credete, eppure fu quella volpe a salvarmi
la vita, oppure: Morirono a destra e a sinistra di me e io rimasi
l in piedi, l'unico a non riceversi una pallottola fra gli occhi.
Perch io? Perch io e non loro?
La storia di Hans Hubermann era un po' come quelle. Quando
la trovai fra le parole della ladra di libri, compresi che in quel
periodo di rado c'eravamo passati accanto, per quanto nessuno
dei due avesse fissato un appuntamento. Personalmente, avevo
un sacco di lavoro da fare; per quanto riguardava Hans, credo
che facesse del suo meglio per evitarmi.
La prima volta che ci trovammo vicini Hans aveva ventidue
anni e combatteva contro la Francia. La maggior parte dei giovani
del suo plotone era smaniosa di battersi; Hans non lo era
altrettanto. Per strada avevo preso alcuni di loro, ma puoi dire
che non ero mai arrivata neppure a sfiorare Hans Hubermann.
Era fortunato, oppure meritava di vivere, oppure c'era una
buona ragione perch vivesse.
Sotto le armi, Hans non era un fanatico: si teneva nel mezzo,
si arrampicava nel mezzo, e sapeva sparare abbastanza bene da
non far irritare i superiori. Non eccelleva neppure tanto da essere
uno dei primi prescelti per correre verso di me.

. . . PICCOLO MA SIGNIFICATIVO COMMENTO . . .

Nel corso degli anni ho visto tanti giovani che credono
di correre gli uni contro gli altri.
Non  cos.
 verso di me che corrono.

Era in guerra da quasi sei mesi quando and a finire in Francia,
dove, in apparenza, un fatto strano gli salv la vita. Una
diversa prospettiva avrebbe suggerito che, nella mancanza di
senso della guerra, ci aveva perfettamente senso.
Nel complesso, la Grande Guerra l'aveva lasciato sbalordito
fin dal primo momento in cui era entrato nell'esercito. Era
come un romanzo a puntate: un giorno dopo l'altro, un giorno
dopo l'altro.
Le conversazioni delle pallottole.
Gli uomini che si riposavano.
Le migliori barzellette sporche del mondo.
Sudore freddo - quel piccolo, perfido compagno - sempre
presente sotto le ascelle e nei pantaloni.
Ad Hans piaceva soprattutto giocare a carte, poi qualche
partita a scacchi, quantunque facesse assolutamente pena. E la
musica. Sempre musica.
Fu un uomo di un anno pi vecchio di lui, un ebreo tedesco
di nome Erik Vandenburg, a insegnargli a suonare la fisarmonica.
Pian piano i due fecero amicizia, grazie al fatto che n l'uno
n l'altro avevano una passione divorante per la guerra.
Preferivano arrotolare sigarette che rotolarsi nel fango e nella neve.
Preferivano suonare la fisarmonica che sparare. Gioco, fumo
e musica, per non parlare di un comune desiderio di sopravvivere,
crearono una salda amicizia. L'unico problema fu che in
sguito Erik Vandenburg venne trovato a pezzi su una collina
erbosa. Aveva gli occhi aperti, e gli avevano rubato la vera nuziale.
Raccolsi la sua anima assieme alle altre e ci allontanammo.
L'orizzonte aveva il colore del latte fresco, freddo, versato su
tutto, fra i cadaveri.
Tutto ci che rimase di Erik Vandenburg fu qualche oggetto
personale e la sua fisarmonica coperta di ditate. Ogni
cosa fu rimandata a casa sua, eccetto lo strumento, ritenuto
troppo ingombrante. Rimase, quasi rimproverando se stesso,
sull'improvvisato letto da campo nelle retrovie, e fu dato al
suo amico Hans Hubermann, che per caso fu l'unico
sopravvissuto.

 . . SI SALV IN QUESTO MODO . . .

Quel giorno non and in azione.

Per questo, dovette dire grazie a Erik Vandenburg. O, pi
esattamente, a Erik Vandenburg e allo spazzolino da denti del
sergente.
Quel mattino, poco prima della partenza, il sergente Stephan
Schneider and su e gi per le camerate facendo scattare
tutti sull'attenti. Piaceva alla truppa per il suo senso dell'umorismo
e i suoi scherzi, ma pi ancora perch sotto il fuoco
non si nascondeva dietro nessuno: andava sempre avanti per
primo.
Certi giorni si divertiva ad entrare nel locale dove gli uomini
riposavano e dire, per esempio: Chi viene da Pasing? o Chi
 bravo in matematica? oppure, nel fatidico caso di Hans
Hubermann: Chi ha una bella grafia?
Nessuno si offriva mai volontario, non dopo la prima volta
che uno l'aveva fatto: quel giorno uno zelante giovane soldato
di nome Philipp Schlink si era alzato in piedi tutto fiero,
rispondendo: Signors, io sono di Pasing. Gli venne prontamente
consegnato uno spazzolino da denti, e gli fu ordinato
di pulire il cesso.
Quando il sergente chiese chi avesse la calligrafia migliore,
di certo capirai che nessuno era disposto a fare un passo
avanti. Ognuno pensava che, prima di partire, sarebbe stato il
primo a ricevere una completa ispezione igienica o a pulire gli
stivali sporchi di merda di qualche stravagante tenente.
Su, forza, si divertiva a prenderli in giro Schneider. Impastati
di brillantina, i suoi capelli rilucevano, per quanto una
ciocca gli rimanesse sempre dritta e vigile in cima al cocuzzolo.
Almeno uno di voialtri inutili bastardi dev'essere capace
di scrivere come si deve.
In lontananza, un rombo di artiglierie.
Fu ci a provocare una reazione.
Sentite, disse Schneider, non  come le altre volte. Ci
vorr tutto il giorno, forse di pi. Non pot impedirsi un
sorriso. Schlink puliva il cesso mentre il resto di voi giocava
a carte, ma stavolta voi andrete fuori.
Vita oppure amor proprio.
Chiaramente si augurava che uno dei suoi uomini avesse
l'intelligenza di scegliere la vita.
Erik Vandenburg e Hans Hubermann si scambiarono
un'occhiata. Se qualcuno avesse fatto un passo avanti adesso,
l'intero plotone gli avrebbe reso la vita un inferno per il
rimanente del tempo trascorso insieme: a nessuno piacciono i
vigliacchi. D'altro canto, bisognava pur fare il nome di
qualcuno ...
Nessuno ancora si faceva avanti, ma una voce si lev,
facendosi stentatamente strada verso il sergente. Stette ai suoi
piedi, in attesa di riceversi un buon calcio. Aveva detto:
Hubermann, signore. Era la voce di Erik Vandenburg. Ovviamente,
pensava che non fosse il momento giusto perch il suo
amico morisse.
Il sergente camminava su e gi tra due file di soldati.
Chi ha parlato?
Era un camminatore superbo, Stephan Schneider: un
ometto che parlava, si muoveva e gesticolava sempre in fretta.
Mentre andava avanti e indietro fra i ranghi, Hans rifletteva,
aspettando le novit. Forse un'infermiera era malata e
occorreva qualcuno per togliere e rifare le fasciature intorno
agli arti in cancrena dei soldati feriti. Forse bisognava leccare
un migliaio di buste, incollarle e spedirle a casa con la notizia di
una morte.
In quel momento la voce fu di nuovo sospinta avanti, inducendo
qualche altra a farsi udire. Hubermann, le fecero eco.
Erik disse persino: Una calligrafia perfetta, signore, perfetta.
Allora  deciso. Circol tutto intorno un sogghigno sotto
i baffi. Hubermann, lo farai tu.
Il giovane, allampanato soldato si fece avanti, chiedendo di
che compito si trattasse.
Il sergente sospir. Il capitano ha bisogno che si scriva per
conto suo qualche dozzina di lettere. Ha un terribile reumatismo
alle dita. O un'artrite. Le scriverai tu per lui.
Non c'era tempo per discutere, specie quando Schlink era
stato spedito a lavare le latrine e un altro, Pflegger, per poco
non si era ammazzato a furia di leccare buste. Aveva la lingua
livida, infetta.
Signors, annu Hans, e tutto ebbe termine. La bellezza
della sua calligrafia era a dir poco dubbia, ma si consider fortunato.
Scrisse le lettere come meglio sapeva, mentre il resto
degli uomini and in azione.
Nessuno di loro fece ritorno.
Comprendo adesso che quella fu la prima volta che Hans
Hubermann mi sfugg. La Grande Guerra.
La seconda fuga doveva ancora avvenire, nel 1943, a Essen.
Due guerre per due fughe.
Una volta da giovane, un'altra nella mezza et.
Non sono molti gli uomini che hanno tanta fortuna da fregarmi
due volte.
Port con s la fisarmonica per l'intera durata della guerra.
Quando rintracci la famiglia di Erik Vandenberg a Stoccarda
la moglie dell'uomo gli disse che poteva tenersi lo strumento.
In casa ce n'erano molti altri, dal momento che il lavoro
di Erik, un tempo, era stato insegnare musica, e la vista di
quello in particolare l'avrebbe turbata troppo. Gli altri erano
sufficienti per ricordare.
Mi ha insegnato a suonare, la inform Hans, come se servisse
ad alleviare il dolore.
E forse serv, perch la donna, disperata, gli chiese se poteva
suonare per lei, e pianse mentre lui premeva su bottoni e
tasti di un goffo Sul bel Danubio blu, il brano che suo marito
preferiva.
Deve sapere, le spieg Hans, che suo marito mi ha salvato
la vita. Nella stanza c'era poca luce, e mancava l'aria. Se
mai avesse bisogno di qualcosa... Fece scivolare verso di lei,
sul tavolo, un pezzo di carta con il suo nome ed indirizzo. Di
mestiere faccio il decoratore. Le tintegger l'alloggio gratis,
quando vuole. Sapeva che era una ricompensa inutile, ma le
fece comunque quell'offerta.
La donna prese il biglietto, e, poco dopo, un bambino piccolo
entr in cucina, andando a sedersi in grembo a lei.
Questo  Max, disse la donna, ma il bimbo era troppo
piccolo e timido per dire qualcosa. Era magro, con capelli soffici,
e i suoi occhi scurissimi, opachi, osservavano lo sconosciuto
suonare un altro pezzo nella tetra stanza. Il suo sguardo
andava da un volto all'altro, mentre l'uomo suonava e la donna
piangeva. Le note parevano sfiorare gli occhi di sua madre.
Che tristezza.
Hans se ne and.
Non me lo avevi mai detto, disse rivolto al defunto Erik
Vandenburg e al profilo di Stoccarda, di avere un figlio.
Dopo quella occasionale, commovente visita, Hans fece ritorno
a Monaco, ritenendo di non sentire mai pi parlare di
loro. Ci che non sapeva era che ci sarebbe stato un bisogno
assoluto del suo aiuto; non per tinteggiare, per, e non per
un'altra ventina d'anni.
Dopo qualche settimana di riposo, riprese a lavorare. Nei
mesi di bel tempo lavorava sodo, e persino d'inverno diceva
sovente a Rosa che magari il lavoro non grandinava, ma perlomeno
di tanto in tanto piovigginava.
Per pi di dieci anni, and tutto bene.
Nacquero Hans Junior e Trudy. Crebbero andando a trovare
il loro babbo al lavoro, spruzzando vernice sui muri e
lavando pennelli.
Tuttavia, quando Hitler sal al potere, nel 1933, fare l'imbianchino
divenne un mestiere un po' critico. Hans non s'iscrisse
al NSDAP come la maggior parte della gente. Fu una
decisione sulla quale medit a lungo.

. . . LE RIFLESSIONI . . .
DI HANS HUBERMANN.

Non era istruito n s'interessava di politica, ma,
se non altro, era un uomo che apprezzava l'onest.
Una volta un ebreo gli aveva salvato la vita, e non poteva
dimenticarlo. Non poteva aderire a un Partito tanto nemico
di quella gente. Inoltre, come capitava ad Alex Steiner,
alcuni dei suoi pi fedeli clienti erano ebrei. Come
credevano molti ebrei, non pensava che quell'odio potesse
durare, e la sua di non seguire Hitler fu una decisione
consapevole. Su svariati piani, fu una scelta disastrosa.

Una volta iniziata la persecuzione, pian piano il suo lavoro
diminu. Sulle prime non and troppo male, ma presto perse
clientela. Un mucchio di preventivi sembravano svanire nel
crescere della ventata nazista.
Si rivolse a un vecchio, fedele amico di nome Herbert Bollinger
- un uomo dal giro di vita delle dimensioni di un emisfero,
che parlava Hochdeutsch (era di Amburgo) - quando
lo incontr nella Mnchenstrasse. Di primo acchito l'uomo
guard a terra, al di sotto della propria pancia, ma quando i
suoi occhi tornarono a posarsi sul decoratore, la domanda lo
mise palesemente a disagio. Non c'era motivo perch Hans la
facesse, ma lui la fece.
Che succede, Herbert? Perdo clienti pi in fretta di quanto
riesca a contare.
Bollinger non esit pi. Raddrizzandosi, parl come se la
cosa riguardasse lui. Ebbene, Hans, sei iscritto?
A che cosa?
Hans Hubermann, tuttavia, sapeva benissimo di che parlava
quell'uomo.
Andiamo, Hansie, insistette Bollinger, non farmelo
dire.
L'alto imbianchino gli fece un cenno di saluto e se ne and.
Con il passare degli anni, gli ebrei venivano terrorizzati un
po' dovunque in tutta la nazione, e nella primavera del 1937,
quasi vergognandosi, Hans Hubermann finalmente si pieg.
S'inform e chiese di iscriversi al Partito Nazista.
Dopo avere depositato la sua domanda di iscrizione nella
sede nazista della Mnchenstrasse, vide quattro uomini scagliare
mattoni contro un negozio di abbigliamento di nome
Kleinman. Era uno dei pochi negozi ebrei ancora aperti a Molching.
All'interno un ometto balbettava, schiacciando sotto i
piedi i vetri in frantumi mentre faceva pulizia. Una stella color
mostarda era stata impiastricciata sulla porta. A lettere grossolane,
le parole sporco ebreo debordavano alle sue estremit.
Nel negozio il movimento si ridusse dal frettoloso all'esitante,
per poi cessare del tutto.
Hans si avvicin e mise dentro la testa. Ha bisogno di
aiuto?
Il signor Kleinman alz gli occhi, con una scopa polverosa
inutilmente stretta fra le mani. No, Hans. Per favore, se
ne vada. L'anno prima Hans aveva tinteggiato la casa di Joel
Kleinman. Ricordava i suoi tre bambini, rivedeva i loro visi ma
non ne ricordava i nomi.
Domani verr a riverniciarle la porta, disse.
Lo fece, e fu il secondo dei suoi sbagli.
Il primo si verific subito dopo l'incidente.
Torn donde era venuto, bussando alla porta, poi alla finestra
del NSDAP. Il vetro vibr, ma nessuno rispose. Avevano
chiuso tutto e se n'erano andati a casa. Un ultimo membro del
Partito si dirigeva nella direzione opposta. Quando ud grattare
contro il vetro, si accorse dell'imbianchino.
Non posso pi iscrivermi, dichiar Hans.
L'uomo rimase sbalordito. Perch no?
Hans si guard le nocche delle mani e inghiott. Sentiva gi il
sapore del suo sbaglio, come una compressa metallica in bocca.
Dimenticatevelo. Si volse e torn a casa.
Le parole dell'altro lo seguirono.
Ci pensi, Herr Hubermann, e ci faccia sapere la sua
decisione.
Lui non ci bad.
Il mattino dopo, come promesso, si alz prima del solito, ma
non abbastanza presto. La porta del negozio di abbigliamento
Kleinman era ancora umida. Hans l'asciug, poi cerc di armonizzare
meglio che si potesse la tinta e ne stese un abbondante,
consistente strato.
Pass un uomo, innocuo.
Heil Hitler, disse.
Heil Hitler, rispose Hans.

. . . TRE FATTI SIGNIFICATIVI . . .

1. L'uomo che pass era Rolf Fischer, uno
dei pi sfegatati nazisti di Molching.
2. Sedici ore dopo la porta venne imbrattata
da nuovi insulti.
3. Ad Hans Hubermann non fu concessa l'iscrizione
al Partito Nazista.
Perlomeno non ancora.

Per l'anno successivo, Hans ebbe la fortuna che la sua richiesta
di iscrizione non fosse ufficialmente respinta. Mentre
molti venivano immediatamente accettati, lui fu collocato in
una lista d'attesa, e guardato con sospetto. Verso la fine del
1938, quando, dopo la Kristallnacht, gli ebrei vennero definitivamente
cacciati via, gli fece visita la Gestapo. Perquisirono
la casa, ma, non essendosi trovato nulla o nessuno di sospetto,
Hans Hubermann fu uno dei fortunati: gli fu permesso di
restare.
Probabilmente a salvarlo fu il fatto che, perlomeno, era ancora
in attesa che la sua domanda di iscrizione venisse accolta.
Per questo motivo fu tollerato, se non perdonato o riconosciuto
per quell'imbianchino in gamba che era.
Poi c'era l'altra sua salvatrice.
Fu la fisarmonica a risparmiargli di essere messo completamente
al bando. Di decoratori a Monaco ce n'erano, ma, dopo
il breve insegnamento di Erik Vandenberg e circa vent'anni di
diligente esercizio, a Molching non c'era nessuno che sapesse
suonare bene come lui.
Diceva Heil Hitler quando glielo chiedevano, e nei giorni
prescritti metteva la bandiera alla finestra. In apparenza non
c'erano problemi.
Poi, il 16 giugno 1939 (ora la data era come cemento), sei
mesi giusti dopo l'arrivo di Liesel nella Himmelstrasse, accadde,
un fatto che cambi irrevocabilmente la vita di Hans
Hubermann.
Era un giorno in cui aveva un po' di lavoro.
Usc di casa alle sette del mattino in punto.
Si tirava dietro il suo carretto, ignaro di essere seguito.
Quando giunse al suo posto di lavoro, gli si avvicin un giovane
sconosciuto. Era alto, biondo, serio.
I due uomini si squadrarono.
 lei Hans Hubermann?
Hans gli rispose con un cenno, cercando un pennello. S,
sono io.
Per caso, lei suona la fisarmonica?
Stavolta Hans si arrest, lasciando il pennello dov'era. Rispose
nuovamente con un cenno del capo.
Lo sconosciuto si strofin la mascella, si guard attorno e
parl con grande tranquillit, ma molto chiaramente. Lei  un
uomo disposto a mantenere una promessa?
Hans tolse due latte di vernice e lo invit a sedersi. Prima di
accettare il suo invito il giovane gli porse la mano, presentandosi.
Il mio nome  Kugler, Walter. Vengo da Stoccarda.
Sedettero e parlarono a bassa voce per una quindicina di minuti
circa, accordandosi per un incontro pi tardi, quella sera.

Una brava ragazza.

Nel novembre del 1940, quando Max Vandenburg arriv
nella cucina del 33 di Himmelstrasse, aveva ventiquattro anni.
I vestiti parevano schiacciarlo, e la sua stanchezza era tale che
un semplice prurito avrebbe potuto spezzarlo in due. Rimase
sull'uscio, scosso e tremante.
Suona ancora la fisarmonica?
Ovviamente, la domanda era: Mi aiuter ancora?
Il pap di Liesel and alla porta e la apr. Sbirci fuori circospetto,
a destra e a sinistra, poi rientr. Niente in vista, fu il
suo verdetto.
Max Vandenburg, l'ebreo, chiuse gli occhi, abbandonandosi
un po' pi a fondo nella salvezza. La sola idea gli appariva grottesca,
ma nondimeno l'accett.
Hans controll che le tende fossero ben chiuse. Neppure una
fessura. Nel frattempo, Max non ce la fece pi a resistere. Si
accasci, prendendosi il capo fra le mani.
Il buio lo accarezzava.
Le sue mani odoravano di valigia, di metallo, di Mein Kampf
e di sopravvivenza.
Solo quando rialz la testa i suoi occhi colsero una debole
luce proveniente dal corridoio. Scorse una bambina in pigiama,
l in piedi, in piena vista.
Pap?
Max si alz di scatto, come un fiammifero sfregato. Ora
l'oscurit si dilatava tutto intorno a lui.
Va tutto bene, Liesel, disse Pap. Torna a letto.
Lei indugi un momento, prima di tirare indietro i piedi.
Quando si ferm e rub un'ultima occhiata all'estraneo in cucina,
riusc a leggere il titolo di un libro sul tavolo.
Niente paura,  una brava ragazza, ud sussurrare Pap.
Nell'ora successiva la brava ragazza giacque a letto sveglia, ad
ascoltare un mormorio soffocato di parole in cucina.
Rimaneva da tirare fuori l'asso dalla manica.

Breve storia del pugile ebreo.

Max Vandenburg era nato nel 1916.
Era cresciuto a Stoccarda.
Quand'era pi giovane, nulla gli piaceva pi di un bell'incontro
di pugilato.
Disput il suo primo combattimento a undici anni, quand'era
sottile come un manico di scopa.
Wenzel Gruber.
Fu con lui che si batt.
Aveva una bella bocca quel ragazzo, quel Gruber, e capelli
ricci come filo spinato. Nel giardino in cui giocavano tutti volevano
che si battessero, e nessuno dei due fece obiezioni.
Combatterono come campioni, per un minuto.
Proprio mentre l'incontro si faceva interessante vennero entrambi
trascinati via per la collottola. Un genitore era
intervenuto.
Un po' di sangue stillava dalla bocca di Max.
Lo assaggi: aveva un buon sapore.
Nel vicinato non c'erano molti combattenti, e, se c'erano,
non facevano mai a pugni. In quel periodo si diceva che gli
ebrei preferissero subire. Ingoiare in silenzio gli insulti, poi tornarsene
a casa. Beninteso, non tutti gli ebrei sono uguali.
Aveva circa due anni quando suo padre mor, fatto a pezzi
da una granata su una collina erbosa.
Quando ne ebbe nove, la madre rimase completamente priva
di risorse. Fu costretta a vendere la sala da musica che costituiva
met del loro appartamento, e dovettero trasferirsi in
casa dello zio. Max crebbe con sei cugini che lo picchiavano e
lo facevano arrabbiare di continuo, ma gli volevano bene. Fare
a botte con il pi grande, Isaac, fu un buon allenamento per
il suo primo incontro di pugilato. Il cugino lo pestava quasi
ogni sera.
A tredici anni la tragedia lo colp di nuovo, con la morte
dello zio.
L'uomo non era una testa calda come il nipote: era piuttosto
quel genere di persona tranquilla, che lavora per un misero
compenso. Non era ricco. Non s'impadroniva di ci che apparteneva
ad altri, e mor a causa di un male che gli cresceva
nel ventre, come una palla da bowling velenosa.
Come spesso accade, tutta la famiglia si strinse attorno al
suo letto, assistendo al suo trapasso.
In un certo senso, fra la tristezza e la costernazione generali,
Max Vandenburg, che ormai era un adolescente dalle mani
dure, con gli occhi pesti e un dente malfermo, era anche un
po' irritato. Deluso, persino. Mentre guardava lo zio spegnersi
pian piano nel suo giaciglio, decise che non avrebbe mai consentito
a se stesso di morire in quel modo.
Il volto dell'uomo era rassegnato.
Giallastro e quieto, nonostante la rude forma del suo cranio:
una mascella senza fine, che pareva lunga chilometri. Gli
zigomi sporgenti. Gli occhi infossati. Il ragazzo non se ne
capacitava.
Dov' la lotta? si domand.
Dov' la volont di tenere duro?
Certo, a tredici anni quella rigidezza era forse un po' eccessiva.
Non aveva mai visto in faccia me; non ancora.
Assieme agli altri parenti, rimase accanto al letto a guardar
morire quell'uomo: un lento sciogliersi dalla vita nella morte.
Dalla finestra filtrava la luce grigia e arancione, i colori dell'estate,
e lo zio parve sollevato quando finalmente il respiro gli manc
del tutto.
Quando mi prender la morte, dovr assaggiare i miei pugni
in faccia, giur a se stesso il ragazzo.
Personalmente, mi piacciono le affermazioni del genere. Un
coraggio tanto ingenuo.
Da allora in poi, prese a battersi con regolarit sempre maggiore.
Un gruppetto di irriducibili amici e nemici si radunava in
un piccolo terreno nella Steberstrasse, e si battevano al tramonto.
Tipici tedeschi e lo stravagante ebreo, i ragazzi dell'est. Non
importava: non c'era nulla di meglio di una buona scazzottata
per sfogare le energie dell'adolescenza. Persino i nemici erano
distanti solo un palmo dall'amicizia.
A Max piacevano i cerchi di spettatori stretti intorno a lui, e
l'ignoto: l'incertezza dolceamara di vincere o perdere.
Si sentiva nel ventre una sensazione che fermentava finch
credeva di non poterla pi tollerare. L'unico rimedio allora era
farsi sotto e tirare pugni. Max non era il genere di ragazzo che
stesse tanto a pensarci su.
Il suo incontro preferito, a ripensarci, fu il Numero Cinque,
contro un ragazzo alto, robusto, slanciato, di nome Walter Kugler.
Avevano quindici anni. Walter aveva vinto tutti e quattro
gli incontri precedenti, ma stavolta Max provava qualcosa di
diverso. In lui c'era un sangue nuovo - il sangue della vittoria
- che aveva il potere di atterrire ed insieme eccitare.
Come sempre, intorno a loro si assiepava uno stretto cerchio.
Il terreno era sporco. I sorrisi drappeggiavano tutto
intorno le facce degli spettatori. Dita sporche afferravano il
denaro, incitamenti e grida erano cos frenetici che al di fuori
null'altro esisteva.
Dio, che gioia e che paura, un'emozione tanto eccitante.
I due contendenti erano in preda all'intensit del momento,
i volti carichi di un'espressione accentuata dalla tensione.
Concentrati, con gli occhi sbarrati.
Dopo un minuto circa passato a studiarsi, presero ad avvicinarsi,
correndo maggiori rischi. Dopo tutto era un combattimento
di strada, non un incontro valido per un titolo, della
durata di un'ora. Non avevano tutto il giorno a disposizione.
Forza, Max! grid uno dei suoi amici, senza rifiatare tra
una parola e l'altra: Forza Maxi-Taxi che adesso ce la fai ce la
fai ragazzo ebreo ce la fai ce la fai!
Minuto, con i capelli come piume, il naso schiacciato e gli
occhi umidi, Max era di una buona testa pi basso del suo avversario.
Il suo modo di combattere era affatto privo di grazia:
tutto curvo in avanti, i gomiti in fuori, tirava pugni veloci al
viso di Kugler. L'altro ragazzo, chiaramente pi forte ed abile, si
teneva eretto, avventando diretti che centravano di continuo
le guance ed il mento di Max.
Quest'ultimo continuava ad attaccare.
Pur incassando senza sosta colpi su colpi, non cessava di
farsi sotto. Alle labbra aveva sangue che gli si asciugava sui
denti.
Ci fu un boato quando venne atterrato. Il denaro cambi
quasi tutto di mano.
Max si rialz.
Venne gettato a terra un'altra volta prima di cambiare tattica,
attirando Walter Kugler un po' pi vicino di quanto avrebbe
voluto; allora Max riusc a piazzargli un breve, fulmineo
diretto in viso. Gli centr esattamente il naso.
D'un tratto accecato, Kugler barcoll indietro, e Max colse
al volo la sua occasione. Lo insegu con un destro, lo colp di
nuovo con un diretto e gli entr nella guardia con un pugno
nelle costole. Il destro che lo fin lo raggiunse al mento. Walter
Kugler era a terra, con i capelli biondi cosparsi di sporcizia e
le gambe aperte a V. Bench non piangesse, lacrime cristalline
gli scorrevano sulla pelle. Lacrime strappate a forza.
Il cerchio cont.
Contavano sempre, voci e numeri.
Dopo un combattimento la consuetudine voleva che il perdente
sollevasse la mano del vincitore. Quando Walter Kugler
si rialz, si diresse cupo verso Max Vandenburg, sollevandogli
in alto il braccio.
Grazie, gli disse Max.
La prossima volta ti ammazzo, lo avvert Kugler.
Complessivamente, negli anni successivi Max Vandenburg
e Walter Kugler si affrontarono tredici volte. Walter cercava
sempre una rivincita per quella prima vittoria ottenuta da Max
su di lui, e Max ne cercava un'altra per rinnovare quel momento
di gloria. Alla fine, il risultato fu di 10 a 3 per Walter.
Si batterono fino al 1933, quando avevano diciassette anni.
Un riluttante rispetto si trasform in autentica amicizia, e
la smania di lottare li abbandon. Trovarono entrambi un lavoro,
finch Max non venne licenziato con il resto degli ebrei
dalle Officine Meccaniche Jedermann, nel '35. Fu poco dopo
l'entrata in vigore delle leggi di Norimberga, che vietavano
agli ebrei di avere la cittadinanza tedesca, proibendo altres i
matrimoni fra tedeschi ed ebrei.
Ges, disse una sera Walter, quando s'incontrarono
nell'angolino dove erano soliti combattere. Bei tempi quelli,
eh? Allora mica c'era niente di 'sta follia. Adesso non potremo
pi combattere come prima.
Il ragazzo non era d'accordo. S che potremo: non si pu
sposare un ebreo, ma mica ci sono leggi che proibiscano di
picchiarsi con un ebreo.
Walter sorrise. Magari c' una legge che premia chi si batte
con un ebreo... a patto di vincere.
Negli anni successivi si rividero, di tanto in tanto. Max,
con gli altri ebrei, fu risolutamente respinto e a pi riprese
cacciato via, mentre Walter scompariva nel proprio lavoro, in
una tipografia.
Se sei il tipo che s'interessa di certe cose, s, in quegli anni
ci furono alcune ragazze. Una di nome Tania, l'altra Hildi.
Nessuna delle due dur a lungo. Non c'era tempo, soprattutto
a causa dell'incertezza e del crescere della tensione. Max
doveva rovistare ovunque in cerca di lavoro. Che cosa avrebbe
potuto offrire a quelle ragazze? Nel 1938 era difficile immaginare
che la vita potesse diventare ancora pi dura.
Poi venne novembre, e a novembre venne la Kristallnacht, la notte dei cristalli.
Fu la sciagura che distrusse tanti altri ebrei, ma per Max
Vandenburg si rivel anche il momento di fuggire. Aveva ventidue
anni.
Molti negozi ebrei venivano sistematicamente devastati
e saccheggiati, quando bussarono alla porta di casa. Max si
stringeva in salotto con sua zia, sua madre, i suoi cugini e i
loro figli.
Aufmachen!
Si guardavano l'un l'altro. Grande era la tentazione di
scappare in altre stanze, ma il timore  una cosa stranissima:
non riuscivano a muoversi.
Ancora: Aprite!.
Isaac si alz e and alla porta. Il legno vibrava ancora per
la violenza con la quale si era bussato. Si volse a guardare le
facce impaurite, poi torn a girarsi e apr la porta.
Come c'era da aspettarsi, era un nazista in uniforme.
Mai.
Fu la prima risposta di Max.
Strinse forte la mano di sua madre e quella di Sarah, la pi
vicina delle sue cugine. Non li lascer. Se non possiamo andare
tutti, non ci vado neppure io.
Mentiva.
Quando venne spinto avanti dagli altri famigliari, dentro
di lui il sollievo lott come un'oscenit. Era qualcosa che non
voleva provare, ma nondimeno lo prov con un piacere tale
da fargli venire voglia di vomitare. Come poteva farlo? Come
poteva?
Eppure lo fece.
Non prendere niente, gli disse Walter. Solo quello che
hai addosso. Il resto te lo procurer io.
Max. Sua madre.
Da un cassetto tir fuori un vecchio pezzo di carta,
ficcandoglielo in una tasca della giacca. Se mai... Lo strinse
un'ultima volta, per i gomiti. Potrebbe essere la tua ultima
speranza.
Max osserv a lungo il suo viso che invecchiava e la baci
sulle labbra.
Andiamo. Walter se lo tir dietro, mentre il resto della
famiglia gli diceva addio, consegnandogli un po' di denaro
e qualche oggetto di valore. Fuori c' il caos, e noi di caos
abbiamo bisogno.
Uscirono senza voltarsi.
Era quello a torturarlo.
Se soltanto si fosse voltato a guardare un'ultima volta la sua
famiglia mentre lasciava la casa, forse il suo senso di colpa
non sarebbe stato cos greve. Niente addio finale.
Niente ultimo sguardo.
Niente, se non andarsene.
Nei due anni successivi rimase nascosto in un magazzino
vuoto. Si trovava in un edificio nel quale Walter aveva lavorato
anni prima. C'era pochissimo da mangiare, e molti sospetti.
Gli ebrei facoltosi che ancora rimanevano nel vicinato
emigravano; quelli senza soldi ci avevano provato anche loro,
ma senza grande successo. La famiglia di Max rientrava in
quest'ultima categoria. Di tanto in tanto Walter la contattava,
dando meno nell'occhio possibile. Un pomeriggio, quando
and a fargli visita, la porta gli venne aperta da altra gente.
Quando quest'ultimo apprese la notizia, il suo corpo si
sent come se fosse stato appallottolato, al pari di una pagina
piena di errori. Come spazzatura.
Eppure ogni giorno si sforzava di sciogliersi, di raddrizzarsi,
disgustato ma riconoscente. Stroncato, eppure non ridotto
a pezzi.
A met del 1939, trascorsi sei mesi esatti da quando si era
nascosto, decisero che bisognava ricorrere a una nuova strategia.
Studiarono il pezzo di carta consegnato a Max prima
della sua diserzione, perch diserzione era stata, non fuga:
cos la vedeva lui. Sappiamo gi che cosa c'era scritto su quel
foglietto:

. . . UN NOME, UN INDIRIZZO . . .

Hans Hubermann.
Himmelstrasse, 33. Molching.

Va sempre peggio disse Walter a Max. Possono scoprirci in
qualunque momento. Restarono a lungo curvi nel buio. Non
sappiamo che cosa potrebbe succedere. Potrebbero beccarmi.
Potresti avere bisogno di trovare quel posto... Ho troppa paura
per chiedere aiuto a chiunque, qui. Potrebbero denunciarmi.
Non c'era che una soluzione. Andr a cercare quell'uomo. Se 
diventato nazista - cosa molto probabile - mi limiter a tornare
indietro. Perlomeno allora lo sapremo, Richtig?
Max gli diede fino all'ultimo pfennig per il viaggio, e qualche
giorno dopo, quando Walter torn, si abbracciarono prima ancora
che rifiatasse. Dunque?
Walter annu.  un brav'uomo. Suona ancora la fisarmonica
di cui parlava tua madre... quella di tuo padre. Non  iscritto
al Partito. Mi ha dato dei soldi. A quel punto, Hans Hubermann
era solo un elenco.  povero in canna,  sposato e ha
una figlia.
Max si fece ancora pi attento. Quanti anni ha?
Dieci. Non si pu avere tutto dalla vita.
S, ma i bambini chiacchierano.
Siamo gi fortunati cos.
Per un po' sedettero in silenzio. Fu Max a romperlo.
Deve gi odiarmi, eh?
Non credo. Altrimenti, mi avrebbe forse dato dei soldi? Ha
detto che una promessa  una promessa.
Una settimana dopo, giunse una lettera. Hans confermava a
Walter Kugler che, quando poteva, avrebbe provato a spedire
alcune cose utili. Una cartina stradale di Molching e Monaco,
nonch un itinerario diretto da Pasing (la stazione ferroviaria
pi sicura) alla porta di casa sua. Le ultime parole della lettera
erano scontate.

State attenti.

Alla met di maggio del 1940 arriv il Mein Kampf, con una
chiave incollata all'interno della copertina.
Quell'uomo  un genio, si disse Max, ma, quando ci pensava,
l'idea del viaggio verso Monaco gli metteva ancora i brividi.
Avrebbe desiderato, al pari degli altri partecipanti, che quel
viaggio non si dovesse fare mai.
Non sempre si ottiene ci che si desidera.
Specie nella Germania nazista.
Pass ancora del tempo.
La guerra si inaspr.
Max rimase nascosto in un'altra stanza vuota.
Fino all'inevitabile.
Comunicarono a Walter che sarebbe stato mandato in Polonia,
per continuare ad affermare la superiorit della Germania
tanto sui polacchi quanto sugli ebrei. Gli uni non erano molto
migliori degli altri. Il tempo era scaduto.
Il tempo era scaduto e Max fece il suo viaggio a Monaco e
Molching, e adesso era seduto nella cucina di uno sconosciuto,
a chiedergli l'aiuto cui anelava, e soffrendo per la condanna che
sentiva di meritare.
Hans Hubermann gli strinse la mano, presentandosi.
Gli fece un po' di caff, al buio.
La bambina se n'era andata da un po', ma altri passi si erano
avvicinati. L'incognita.
Nell'oscurit, i tre erano completamente isolati. Tutti e tre si
fissavano. Solo la donna parl.

La collera di Rosa.

Liesel era tornata a scivolare nel sonno, quando l'inconfondibile
voce di Rosa Hubermann penetr nella cucina, destandola
di soprassalto.
Was ist los?
La curiosit ebbe allora il sopravvento su di lei, immaginando
una sfuriata della collera di Rosa. S'ud un movimento ben
definito, e il rumore di una sedia strascicata.
Dopo avere tenuto duro per dieci, estenuanti minuti, Liesel
si avventur nel corridoio, e ci che vide la lasci di stucco,
perch Rosa Hubermann era accanto a Max Vandenburg, e lo
osservava trangugiare la sua infame minestra di piselli. Una candela
ardeva sul tavolo, senza un'oscillazione.
Mamma aveva un'espressione solenne, preoccupata.
Aveva tuttavia sul volto una cert'aria di trionfo; non per la
soddisfazione di avere salvato un altro essere umano dalla persecuzione,
piuttosto qualcosa sul genere: Visto? Perlomeno lui
non si lagna. Il suo sguardo andava dalla minestra all'ebreo, e
nuovamente alla minestra.
Quando torn a parlare, fu solo per chiedergli se ne voleva
ancora.
Max declin l'offerta, preferendo piuttosto alzarsi e precipitarsi
in fretta e fria a vomitare nel lavandino. Il suo dorso
sussultava e teneva le braccia spalancate, afferrando il metallo
con le dita.
Ges, Giuseppe e Maria, bofonchi, un altro.
Voltatosi, Max si scus con parole brevi e viscide, soffocate
dall'acidit. Mi perdoni. Credo di avere mangiato troppo. Sa,
il mio stomaco  rimasto molto tempo senza... credo di non
riuscire a sopportare un...
Si sposti, ordin Rosa, mettendosi a pulire.
Quando termin, trov il giovane al tavolo della cucina, prostrato.
Hans sedeva di fronte a lui, con le mani congiunte sopra
la superficie di legno.
Dal corridoio, Liesel vedeva il volto tirato dello sconosciuto,
e, alle sue spalle, l'espressione perplessa di Mamma.
Guard i suoi genitori adottivi.
Chi erano costoro?

La lezione di Liesel.

Che genere di persone fossero esattamente Hans e Rosa Hubermann
non era un quesito cui si potesse rispondere con facilit.
Persone gentili? Ridicolmente stupide? Di salute mentale
discutibile?
La cosa pi facile da stabilire era la loro situazione.

SITUAZIONE DI HANS E ROSA HUBERMANN.

Piuttosto scomoda.
Anzi, spaventosamente scomoda.

Quando un ebreo vi si presenta alla porta di casa nelle prime
ore del mattino, proprio nella culla stessa del nazismo,
 probabile che vi troviate estremamente a disagio. Ansiet,
incredulit, ossessione. Ognuna di queste cose svolge la sua
parte, conducendo verso il sospetto strisciante che vi attendano
conseguenze tutt'altro che idilliache. La paura scintilla,
spietata, negli occhi.
La cosa pi sbalorditiva da accettare  che, a dispetto del
timore che riluceva nel buio, gli Hubermann resistettero all'assalto
dell'isteria.
Mamma ordin a Liesel di andarsene.
Bett, Saumensch. La sua voce era tranquilla, ma ferma.
Cosa assolutamente inconsueta.
Pap venne qualche minuto dopo, sollevando le coperte sul
letto vuoto.
Alles gut, Liesel? Tutto bene?
S, Pap.
Come vedi, abbiamo un visitatore. Liesel riusciva appena
a distinguere, nell'oscurit, l'alta sagoma di Hans Hubermann.
Stanotte dormir qui.
S, Pap.
Pochi minuti pi tardi, entr nella stanza Max Vandenburg,
silenzioso e indistinto. Non respirava neppure. Non si muoveva.
Tuttavia riusc ad andare dalla porta al letto, e si cacci sotto
le coperte.
Tutto bene?
Di nuovo Pap, stavolta rivolto a Max.
La risposta gli fluttu dalla bocca, andando poi a formare
come una macchia sul soffitto. Tanta era la sua vergogna. S,
grazie. Lo ripet quando Pap and a occupare il suo posto
abituale, sulla sedia accanto al letto di Liesel. Grazie.
Prima che Liesel si addormentasse pass un'altra ora.
Dorm sodo e a lungo.
Una mano la svegli il mattino successivo, un po' dopo le
otto e trenta.
La voce all'estremit della mano la inform che quel giorno
non sarebbe andata a scuola: in apparenza, era malata.
Quando fu desta del tutto, vide l'estraneo nel letto dall'altra
parte della stanza. La coperta non mostrava, in cima, che un
ciuffo di capelli corti, e non s'udiva il minimo rumore, come se
si fosse abituato persino a dormire silenziosamente. Gli pass
accanto con grande prudenza, seguendo Pap in salotto.
Per la prima volta, la cucina e Mamma dormivano. Il silenzio
era strano, ma, non senza sollievo di Liesel, dur solo qualche
minuto.
Cibo e rumore di chi mangia.
Mamma annunci la priorit del giorno. Sedette a tavola
e disse: Adesso ascolta, Liesel: oggi Pap ti dir qualcosa di
importante. La faccenda era seria: non disse neppure Saumensch.
Per lei, una rinuncia meritoria. Ti parler, e tu dovrai
ascoltare.  chiaro?
La ragazza mangi la sua cucchiaiata.
 chiaro, Saumensch?
Cos andava meglio.
La ragazza annu.
Quando rientr in camera a prendere i propri abiti, il corpo
nell'altro letto si era rigirato e contorto. Non era pi una trave
diritta, ma una sorta di Z, che andava da un angolo all'altro.
Uno zig-zag nel letto.
Ora poteva vederlo per la prima volta in faccia, nella debole
luce. Aveva la bocca aperta e la pelle color guscio d'uovo. La
mascella e il mento erano coperti di barba lunga, le orecchie
dure e piatte. Il naso era piccolo, ma deformato.
Liesel!
Si volt.
Muoviti!
Lei and verso il bagno.
Quando fu vestita e in corridoio, comprese che non sarebbe
andata lontano. Pap era davanti alla porta dello scantinato. Le
fece un vago sorriso, accese la lampada e la condusse gi.
Pap le disse di mettersi comoda, fra cumuli di tendoni e
l'odore della vernice. Come impresse a fuoco sulle pareti, parole
dipinte, imparate in passato. Ti devo dire alcune cose.
Liesel sedette su un mucchio di tendoni alto un metro, Pap
su un bidone di vernice da quindici litri. Per qualche minuto
cerc le parole. Quando gli vennero, si alz per pronunciarle.
Si strofin gli occhi.
Liesel, incominci a voce bassa, non ero sicuro che sarebbe
mai successo qualcosa del genere, perci non te l'ho mai
detto. Di me, e di quell'uomo di sopra. Andava da un'estremit
all'altra della cantina, mentre la lampada dilatava la sua
ombra, trasformandolo in un gigante sul muro, che camminava
su e gi.
Quando smise il suo andirivieni, la sua ombra incombette
su di lui, osservandolo. Qualcuno ti osservava sempre.
Hai presente la mia fisarmonica? disse, e la storia ebbe
inizio di l.
Parl della Prima guerra mondiale e di Erik Vandenburg,
poi della sua visita alla moglie del soldato caduto. Il bambino
che quel giorno entr nella stanza  l'uomo che sta ora di
sopra. Verstehst? Capisci?
La ladra di libri sedeva ad ascoltare la storia di Hans Hubermann.
Dur un'ora buona, fino al momento della verit,
che comportava una lezione alquanto ovvia, ma estremamente
necessaria.
Liesel, mi devi ascoltare. Pap la fece alzare in piedi e le
prese la mano.
Erano di fronte al muro.
Forme oscure, e l'esercizio delle parole.
Le stringeva forte le dita.
Ricordi il compleanno del Fhrer... quando tornammo
a casa quella sera, dopo il fal? Ricordi che cosa mi hai
promesso?
La ragazza annu. Disse, rivolta al muro: Che avrei mantenuto
un segreto.
Giusto. Le parole dipinte sul muro erano sparse tutto
attorno in mezzo alle due ombre che si tenevano per mano,
gli si appollaiavano sulle spalle, gli indugiavano sulla testa,
gli pendevano dalle braccia. Liesel, se parlerai con chiunque
dell'uomo che sta su, saremo tutti in un grosso guaio. And
oltre il sottile limite di spaventarla a morte, e tranquillizzarla
quanto bastava per farla stare calma. Le diceva una frase dopo
l'altra, guardandola con i suoi occhi metallici. Disperazione
e tranquillit. In primo luogo, Mamma e io saremo portati
via. Chiaramente Hans temeva di poterla atterrire troppo,
ma calcol il rischio, preferendo sbagliare per eccesso di paura
che per difetto. La complicit della ragazza doveva essere
assoluta, incrollabile.
Alla fine Hans Hubermann fiss Liesel Meminser, accertandosi
che stesse bene attenta.
Le elenc alcune possibili conseguenze.
Se parli di quell'uomo con qualcuno...
Alla sua maestra.
A Rudy.
A non importava chi.
Tutti loro erano punibili.
Tanto per cominciare, disse, prender tutti quanti i tuoi
libri... e li brucer. Era spietato. Li getter nella stufa, o nel
caminetto. Senza dubbio faceva il cattivo, ma era necessario.
Capito?
Lo choc le scav dentro un vuoto nettissimo, precisissimo.
Le lacrime sgorgarono.
S, Pap.
Poi. La stretta intorno alla mano di lei si fece pi salda.
Porteranno via quell'uomo, e forse anche Mamma e me... e
non torneremo mai pi.
La ragazza scoppi in singhiozzi tanto disperati che Pap
desider ardentemente di abbracciarla, di stringerla forte a s.
Ma non lo fece. Si accovacci, per fissarla dritto negli occhi. Le
disse: Versiehst du mich? Mi capisci?
La ragazza annu. Piangeva ancora; sconvolto, Pap la prese
in braccio nella luce a kerosene.
Capisco, Pap, s, capisco.
La sua voce era soffocata contro il corpo di Hans, e rimasero
cos per qualche minuto, Liesel con il respiro strangolato, Pap
accarezzandole il dorso.
Quando tornarono di sopra, trovarono Mamma seduta in
cucina, sola e pensosa. Quando li vide, si alz e chiam a s
Liesel con un cenno, notando le lacrime asciutte che le rigavano
il volto. Si tir vicina la bimba, cingendola nel suo tipico, rude
abbraccio. Alles gut, Saumensch?
Non aveva bisogno di risposte.
Tutto bene.
Per era anche terribile.

Il dormiente.

Max Vandenburg dorm per tre giorni.
In certi momenti di quel sonno, Liesel lo osservava. Avresti
detto che al terzo giorno era divenuta un'ossessione controllarlo,
vedere se respirava ancora. Ormai Liesel sapeva leggere i
suoi segni di vita, il palpito delle labbra, la barba che cresceva,
gli sterpi di capelli che si muovevano piano piano quando lui,
sognando, torceva un po' il capo.
Spesso, mentre era accanto a lui, le veniva l'imbarazzante
pensiero che poteva svegliarsi di soprassalto, con gli occhi
spalancati su di lei, e avrebbe visto che lo guardava. L'idea di
essere colta sul fatto l'assillava e nello stesso tempo l'esaltava.
Lo temeva; se lo augurava. Solo quando Mamma la chiamava
riusciva a strapparsi da lui, soddisfatta e insieme contrariata per
non essere presente quando si sarebbe svegliato.
Talvolta, verso la fine della maratona di sonno, lui parlava.
Recitava dei nomi, mormorando. Un elenco.
Isaac. Zia Ruth. Sarah. Mamma. Walter. Hitler.
La famiglia, l'amico, il nemico.
Stavano tutti assieme sotto le coperte con lui, e, a un certo
punto, parve lottare con se stesso. Nein, sussurrava. Lo ripet
sette volte. No.
Osservandolo, Liesel aveva gi notato le somiglianze fra lo
sconosciuto e lei. Entrambi erano approdati in Himmelstrasse
in uno stato di grande turbamento. Entrambi avevano incubi.
Quando fu ora, l'uomo si svegli con un doloroso brivido di
disorientamento. La bocca gli si apr un istante dopo gli occhi,
e lui si lev a sedere, ad angolo retto.
Ahi!
Dalle labbra gli sfugg un brandello di voce.
Quando vide sopra di s, capovolto, il viso della ragazza, ci
furono uno sgradevole momento di estraneit e il tentativo affannoso
di ricordare, di capacitarsi del dove e del quando si
trovasse di fatto a sedere. Dopo qualche secondo si gratt la
testa (lo sfrigolio di un fiammifero) e la fiss. Si muoveva a scatti,
e, adesso che erano aperti, i suoi occhi erano umidi e scuri.
Densi, pesanti.
Con un riflesso istintivo, Liesel indietreggi.
Fu troppo lenta.
Lo sconosciuto allung un braccio, e la sua mano, ancora
calda di letto, la prese per il polso.
Per favore.
Anche la sua voce l'afferrava, come se avesse unghie. La premette
contro la carne di Liesel.
Pap! chiam forte lei.
Pap! ripet, piano.
Era un tardo pomeriggio, grigio e luminoso, ma solo a una
luce sporca era consentito insinuarsi nella stanza: era tutto ci
che permetteva il tessuto delle tendine. Se sei ottimista, immaginala
color bronzo.
Quando entr Pap, sulle prime indugi sulla porta, guardando
le dita contratte di Max Vandenburg e il suo viso supplice,
strette le une e l'altro sul braccio di Liesel. Vedo che avete
fatto conoscenza, disse.
Le dita di Max incominciarono a raffreddarsi.

Lo scambio di incubi.

Max Vandenburg promise che non avrebbe pi dormito nella
camera di Liesel. Che cosa aveva pensato quella prima notte?
La sola idea lo atterriva.
Riflett che al suo arrivo era stato talmente sconvolto da acconsentire.
Per conto suo, la cantina era l'unico luogo adatto a
lui. Scordarsi il freddo e la solitudine: era un ebreo, e se c'era un
posto nel quale era destinato a rimanere, era uno scantinato, o
qualsiasi altro ambiente segreto nel quale sopravvivere.
Mi dispiace, confess ad Hans e Rosa, sui gradini del seminterrato.
D'ora in poi star l sotto. Non mi sentirete nemmeno.
Non far nessun rumore.
Hans e Rosa, consapevoli entrambi della gravit delle circostanze,
non obiettarono, neppure per il freddo. Gli calarono
gi delle coperte e gli riempirono la lampada a kerosene. Rosa
riconobbe che non ci sarebbe stato molto da mangiare, e Max
la preg caldamente di non portargli che avanzi, e solo quando
nessun altro li volesse.
No, no, lo rassicur Rosa, lei sar nutrito, come meglio
posso.
Portarono gi anche il materasso dalla camera di Liesel,
sostituendolo con tendoni: un ottimo affare.
In cantina, Hans e Max collocarono il materasso sotto i gradini,
innalzando di lato una parete con i tendoni, che erano alti
a sufficienza per coprire per intero l'apertura triangolare, e, se
non altro, venivano facilmente spostati, casomai Max avesse
avuto un bisogno disperato di aria.
Pap si scus: Fa piuttosto pena, lo vedo bene.
Meglio che niente, lo rassicur Max. Pi di quanto meriti...
grazie.
Con qualche bidone di vernice opportunamente disposto,
Hans riconobbe che sembrava davvero soltanto un mucchio di
cianfrusaglie gettate alla rinfusa in un angolo, fuori dei piedi.
L'unico problema era che bastava rimuovere qualche bidone e
spostare un paio di tendoni per sentire odor di giudeo.
Speriamo che basti, disse.
Deve bastare. Max vi s'insinu. Grazie, disse
nuovamente.
Grazie.
Per Max Vandenburg, quella era la parola pi disgraziata che
potesse pronunciare, che faceva concorrenza soltanto a Mi dispiace.
Tuttavia, aveva un bisogno costante di ripeterla, stimolato
dall'assillo della colpa.
Quante volte, nelle prime ore dopo il suo risveglio, prov
l'impulso di risalire dallo scantinato e andarsene da quella casa?
Un centinaio, forse.
Ognuna, per, non era che una fitta di rimorso, che lo faceva
stare anche peggio.
Voleva andarsene - Dio, quanto lo voleva (o almeno voleva
volerlo) - ma sapeva che non l'avrebbe fatto. Era come quando
aveva lasciato la sua famiglia a Stoccarda, sotto un velo di falsa
lealt.
Per vivere.
Vivere era vivere.
Il prezzo per farlo era il senso di colpa, la vergogna.
Nei primi giorni che Max trascorse nello scantinato, Liesel
non ebbe nulla a che fare con lui. Ignorava la sua esistenza. I
suoi capelli fruscianti, le sue fredde, viscide dita.
La sua presenza tormentata.
Mamma e Pap.
Fra loro erano cos seri, cercavano inutilmente di prendere
tante decisioni.
Valutavano se dovessero spostarlo altrove.
Ma dove?
Nessuna risposta.
In quella situazione erano privi di amici, paralizzati. Non
c'era nessun altro posto dove Max Vandenburg potesse andare.
Non c'erano che loro, Hans e Rosa Hubermann. Liesel non li
aveva mai visti fissarsi tanto l'un l'altra, n con tanta gravit.
Erano loro a portare gi il cibo e a servirsi di un bidone
di vernice vuoto per gli escrementi di Max. I suoi contenuti
venivano fatti sparire da Hans con la maggiore prudenza possibile,
nella speranza di ricevere qualche altro lavoro. Rosa gli
port anche alcuni secchi d'acqua calda per lavarsi. L'ebreo
era sporco.
Fuori, un monte di fredda aria di novembre aspettava alla
porta ogni volta che Liesel usciva di casa.
Cadevano palate d'una pioggia fine fine.
Le foglie morte si ammucchiavano in strada.
Abbastanza presto fu la volta della ladra di libri di fare visita
allo scantinato. Fu mandata dai genitori.
Scese titubante i gradini, sapendo che non c'era bisogno di
parlare: il fruscio dei suoi piedi era sufficiente a destarlo.
Rimase in attesa al centro della cantina, sentendosi piuttosto
in mezzo a un grande campo oscuro. Il sole calava dietro una
messe di tendoni mietuti.
Quando Max venne fuori, aveva in mano il Mein Kampf. Al
suo arrivo si era offerto di restituirlo ad Hans Hubermann, ma
gli fu detto di tenerselo.
Naturalmente Liesel, mentre gli portava il pasto, non poteva
staccarne gli occhi: era il libro che aveva visto qualche volta alla
BDM, ma non era stato letto o usato direttamente. Di tanto in
tanto c'erano accenni alla sua grandezza, assieme a promesse
che sarebbe venuta la possibilit di studiarlo negli anni futuri,
via via che si entrava a fare parte dei reparti pi anziani della
Giovent hitleriana.
Seguendo il suo sguardo, anche Max fiss il volume.
Quello ?... sussurr lei.
C'era una nota stridula nella voce della bambina, che le si
arrotolava in gola.
L'ebreo avvicin solo un poco il capo. Bitte? Prego?
Lei gli porse il pane e la zuppa di piselli, prese il bidone della
vernice e torn di sopra in fretta e furia, rossa in viso.
 un bel libro?
Faceva le prove di ci che voleva dire in bagno, davanti allo
specchio. L'odore dell'urina aleggiava ancora intorno a lei,
perch Max si era servito del bidone prima che scendesse. So ein
G'stank, pens. Che puzza.
L'urina di nessuno ha un odore buono quanto la propria.
I giorni si trascinavano.
Ogni sera, prima di abbandonarsi al sonno, Liesel udiva
Mamma e Pap discutere in cucina che cosa si era fatto, che
cosa si doveva fare adesso e che cosa occorreva fare in futuro.
Per tutto il tempo, l'immagine di Max si librava sospesa su di
lei. Sempre quell'espressione ferita e riconoscente sul suo viso,
i suoi occhi liquidi.
Soltanto una volta in cucina vi fu un diverbio.
Pap.
Lo so!
La sua voce era tagliente, ma si affrett a ridurla a un bisbiglio
soffocato.
Per devo continuare ad andare. Non posso rimanere qua
tutto il tempo. Abbiamo bisogno di soldi, e se smetto di suonare
incominceranno a sospettare. Si chiederanno perch ho smesso
di suonare. Gli ho detto che la settimana scorsa non stavo bene,
ma adesso dobbiamo fare tutto come abbiamo sempre fatto.
Qui stava il problema.
La vita era mutata nel modo pi drammatico, ma era indispensabile
comportarsi come se nulla fosse accaduto.
Immginati di sorridere dopo un ceffone; poi pensa di farlo
ventiquattr'ore al giorno.
Questo voleva dire nascondere un ebreo.
I giorni si trasformarono in settimane, e adesso era venuta se
non altro a crearsi una tranquilla, sebbene angosciosa accettazione
di quanto accaduto: tutto a causa della guerra, di un uomo che
manteneva le promesse e di una fisarmonica. Inoltre, nell'arco di
appena sei mesi, gli Hubermann avevano perduto un figlio, guadagnandone
un sostituto eccezionalmente pericoloso.
A lasciare maggiormente sbalordita Liesel era il cambiamento
di Mamma. Fossero i calcoli con i quali suddivideva il cibo,
o il fatto che la sua famigerata bocca si fosse notevolmente ammutolita,
o persino un'espressione pi dolce della sua faccia di
cartone, una cosa era chiara.

. . . UN PREGIO DI ROSA HUBERMANN . . .

Nei momenti critici, era una donna in gamba.

Persino quando l'artritica Helena Schmidt rinunci al servizio
di lavaggio e stiratura, un mese dopo la comparsa di Max
in Himmelstrasse, Rosa si limit a sedersi a tavola, posando la
scodella davanti a Liesel. Minestra buona, stasera.
La minestra era disgustosa.
Ogni mattina, quando Liesel usciva per andare a scuola, o
per giocare a calcio, oppure per consegnare e ritirare il bucato,
si rivolgeva con calma alla ragazza. E ricrdati, Liesel... Le
indicava la bocca con un dito, ed era tutto. Quando lei annuiva,
diceva: Brava, Saumensch. Adesso va'.
Come diceva Pap, e ora persino Mamma, era una brava ragazza.
Teneva il becco chiuso ovunque andasse. Il segreto era
sepolto profondamente.
Girava la citt in compagnia di Rudy come aveva sempre fatto,
ascoltando le sue ciance. A volte si scambiavano commenti
sui rispettivi reparti della Giovent hitleriana, e per la prima
volta Rudy nomin un giovane, sadico capo di nome Franz
Deutscher. Se non parlava delle bravate di Deutscher, Rudy
come al solito rievocava ed esaltava l'ultima rete da lui segnata
nello stadio della Himmelstrasse.
Lo so, gli garantiva Liesel, ero l.
E allora?
E allora l'ho visto, Saukerl.
Come facevo a saperlo? Per quanto ne so io, potevi essere
a terra da qualche parte, a leccare il fango che mi ero lasciato
dietro quando ho segnato.
Forse era Rudy a conservarla sana di mente, con la stupidit
dei suoi discorsi, i suoi capelli color limone e la sua sfrontatezza.
C'era una sorta di fiducia che la vita altro non fosse che uno
scherzo, un'infinita serie di goal, di marachelle e di chiacchiere
assurde.
C'era inoltre la moglie del sindaco, e la lettura nella biblioteca
di suo marito. Adesso vi faceva freddo, pi freddo a ogni
nuova visita, eppure Liesel non riusciva ancora a tenersene
lontana. Sceglieva una manciata di libri, leggendo brevi frasi
di ognuno, finch, un pomeriggio, ne trov uno che non pot
abbandonare. Era intitolato Uuomo che fischietta. In principio
ne era stata attratta per via dei suoi sporadici avvistamenti del
fischiettatore della Himmelstrasse, Pfiffikus, dal ricordo di lui
piegato in due nel cappotto, e dalla sua comparsa al fal il
giorno del compleanno del Fhrer.
Il primo fatto di cui parlava il libro era un omicidio. Un
accoltellamento in una via di Vienna, non lungi dallo
Stephansdom.

. . . BREVE PASSO DA L'UOMO CHE FISCHIETTA . . .

Giaceva l spaventata, in una pozza di sangue,
con un suono strano nell'orecchio. Ricord il coltello entrare
ed uscire. Come sempre, l'uomo che fischietta aveva riso
mentre fuggiva in una notte buia e assassina...

Liesel non era certa se a farla rabbrividire fossero le parole
oppure la finestra aperta. Quando consegnava o ritirava il
bucato in casa del sindaco, ogni tre pagine lette tremava di
freddo, ma non poteva essere cos per sempre.
Neppure Max Vandenburg poteva resistere a lungo nello
scantinato. Non si lamentava - non ne aveva il diritto - ma si
sentiva consumare piano piano dal freddo. La sua salvezza fu
un libro intitolato Un'alzata di spalle.
Vieni, Liesel, le disse una sera Hans.
Dall'arrivo di Max, avevano sospeso la consuetudine alla
lettura; ora Pap riteneva che fosse il momento adatto per
riprenderla. Na komm, le disse. Non voglio che ti impigrsea.
Va' a prendere uno dei tuoi libri, magari Un'alzata di
spalle.
Quando torn con il libro in mano, Pap le fece cenno di
seguirlo gi nello scantinato.
Ma Pap, prov a dirgli, non possiamo...
Perch? C' per caso un mostro, l sotto?
Erano i primi di dicembre, la giornata era stata gelida e a ogni
gradino di cemento la cantina diventava pi inospitale.
Fa troppo freddo, Pap.
Prima non ti ha mai disturbato.
Non ha mai fatto un freddo cos...
Quando vi discesero, Pap sussurr a Max: Possiamo prendere
la lampada?
Non senza trepidazione, alcuni tendoni e latte di vernice vennero
spostati, e la lampada passata da una mano all'altra. Guardando
la fiamma, Hans scosse il capo. Es ist ja Wahnsinn, net?
 una pazzia, vero? Prima che la sua mano potesse rimettere a
posto i tendoni, Hans la afferr. Per favore, Max, venga anche
lei.
Allora, lentamente, i tendoni furono tirati da parte e fecero la
loro comparsa il volto e il corpo emaciati di Max Vandenburg.
Si alz in piedi nell'umido chiarore, estremamente a disagio.
Tremava.
Hans gli sfior un braccio, per farlo avvicinare.
Ges, Giuseppe e Maria, non pu restare qui sotto. Morir
di freddo. Si volt. Riempi la vasca da bagno, Liesel. Non
troppo calda.
Liesel corse di sopra.
Ges, Giuseppe e Maria, ud nuovamente quando fu nel
corridoio.
Quando Max fu nella vasca, Liesel origli alla porta del bagno,
immaginando l'acqua tiepida trasformarsi in vapore mentre
riscaldava il suo corpo ghiacciato. Mamma e Pap erano al
culmine di una discussione nel loro salotto-stanza da letto, e le
loro voci basse rimanevano imprigionate fra le pareti del
corridoio.
L sotto morir, te lo garantisco io.
Ma se qualcuno lo vede qui?
No, no, verr su soltanto di notte. Di giorno lasciamo tutto
aperto. Nulla da nascondere. Useremo questa stanza, piuttosto
che la cucina:  pi vicina alla porta della cantina.
Silenzio.
Poi Mamma disse: Va bene... S, hai ragione.
Se dobbiamo rischiare per un ebreo, disse poco dopo
Pap, meglio rischiare per un ebreo vivo, e da quel momento
ebbe inizio una nuova consuetudine.
Ogni notte in camera di Mamma e Pap si accendeva il fuoco,
e Max faceva silenziosamente la sua comparsa. Sedeva in un
angolo, contratto e perplesso, soprattutto per la loro gentilezza,
per l'angoscia di sopravvivere e, in primo luogo, per la meraviglia
del tepore.
Con le tende ben tirate, dormiva sul pavimento con un cuscino
sotto il capo, mentre il fuoco crepitava, trasformandosi in
cenere.
Al mattino faceva ritorno in cantina.
Un essere privo di voce.
Il sorcio giudeo, di nuovo nel suo buco.
Venne Natale, portando con s l'odore di un ulteriore pericolo.
Come ci si aspettava, Hans Junior non torn a casa (una
benedizione, e insieme una delusione di cattivo augurio), ma
vi venne come di consueto Trudy, e, per fortuna, tutto and
liscio.

. . . IN CHE MODO AND TUTTO LISCIO . . .

Max rimase in cantina.
Trudy arriv e se ne and senz'ombra di sospetto.

Si stabil che di Trudy, nonostante la sua indole mite, non ci
si poteva fidare.
Fidiamoci solo delle persone di cui ci si pu fidare, disse
Pap, vale a dire di noi tre.
Max ricevette una razione pi abbondante di cibo e scuse:
non era una festa della sua religione, ma era comunque un rito.
Lui non se ne lament.
Che motivo ne avrebbe avuto?
Spieg di essere ebreo per educazione e per sangue, ma ora
per lui l'ebraismo non era che un'etichetta, un disgraziato frammento
della peggiore delle sfortune.
Fu allora che colse anche l'occasione per dirsi spiacente che il
figlio degli Hubermann non fosse tornato a casa. Pap gli rispose
che non dipendeva da loro. Dopo tutto, disse, dovrebbe
saperlo lei stesso... un giovanotto  ancora un ragazzo, e a volte
un ragazzo ha il diritto di essere cocciuto.
Non ne parlarono pi.
Nelle prime settimane passate davanti al fuoco, Max rimase
muto. Ora che faceva il bagno una volta alla settimana, i suoi
capelli non erano pi un intrico di sterpi, ma piume che gli fluttuavano
sul capo. Ancora intimidita dall'estraneo, lo sussurr
a Pap.
Ha i capelli come piume.
Che cosa? Il crepitio del fuoco aveva soffocato la sua voce.
Ho detto, bisbigli nuovamente Liesel, chinandosi pi vicina,
che ha i capelli come piume...
Hans Hubermann gli diede un'occhiata e annu con un cenno.
Di sicuro avrebbe voluto avere occhi come quelli della ragazza.
Non si accorsero che Max aveva udito ogni parola.
Di tanto in tanto Max si portava dietro la copia del Mein
Kampfe la leggeva alla luce delle fiamme, fremendo per il suo
contenuto. La terza volta che la port, Liesel trov finalmente il
coraggio di fargli una domanda.
... un buon libro?
Lui alz gli occhi dalle pagine, strinse le dita a pugno e le
spian daccapo. Spazzata via la collera, le sorrise. Si sollev la
soffice frangetta, liberandosi gli occhi.  il miglior libro che
esista. Guard Pap, poi di nuovo la bambina. Mi ha salvato
la vita.
La ragazza si mosse un po', incrociando le gambe. Glielo
chiese con tranquillit: Come?
Ebbe cos inizio, ogni notte, la fase delle narrazioni in salotto.
Si parlava forte appena quanto bastava per udirsi. Di fronte a
loro prendevano il loro posto le tessere del rompicapo del
pugile ebreo.
A volte la voce di Max Vandenburg aveva una traccia di umorismo,
anche se, fisicamente, era simile a uno sfrigolio, come
una pietra strofinata piano su una grossa roccia: certi momenti
profonda, altri graffiante; altre volte si spezzava del tutto.
Profondissima nell'amarezza, spezzata al termine di uno scherzo o
di un giudizio di autoaccusa.
Cristo Crocifisso, era il pi comune commento alla storia
di Max Vandenburg, abitualmente seguito da una domanda.

. . . DOMANDE TIPO . . .

Per quanto tempo  rimasto in quella stanza?
Dov' adesso Walter Kugler?
Sa che cosa  accaduto alla sua famiglia?
Dove andava la donna che russava?
Dieci sconfitte a tre! Perch continuava a combattere con lui?

Quando in sguito Liesel ripercorse gli eventi della sua vita,
quelle notti in salotto furono i suoi ricordi pi vividi. Rivedeva
la luce riflettersi sul volto color guscio d'uovo di Max, assaporava
persino il sapore umano delle sue parole. Narrava pezzo
per pezzo lo svolgersi della sua salvezza, come se tagliasse ogni
parte di s per presentarla su un vassoio.
Sono tanto egoista.
Nel dirlo, si copr il viso con l'avambraccio. Abbandonare
della gente. Venire qui. Mettere tutti voi in pericolo... Butt
fuori tutto, chiedendo perdono. Amarezza e disperazione gli
oscuravano il volto. Mi dispiace. Mi credete? Mi dispiace, mi
dispiace tanto, mi...
Sfior il fuoco con il braccio e lo ritrasse di scatto.
Rimasero a fissarlo in silenzio finch Pap non si alz, avvicinandosi.
Sedette accanto a lui.
Si  bruciato il gomito?
Una sera Hans, Max e Liesel sedevano davanti al fuoco.
Mamma era in cucina. Max leggeva di nuovo Mein Kampf.
Sapete una cosa? disse Hans. Si chin verso il fuoco. Liesel
 proprio una brava piccola lettrice. Max abbass il libro.
E ha pi cose in comune con lei di quanto creda. Controll
che non arrivasse Mamma. Anche a lei piace una buona
scazzottata.
Pap!
Seduta contro il muro, Liesel, che andava per i dodici anni ed
era ancora magra come un chiodo, ne rimase sconvolta. Ma io
non ho mai fatto a pugni!
Sst, rise Pap. Le accenn con una mano di parlare a
bassa voce, quindi si curv nuovamente, stavolta verso la ragazza.
Be', che cosa dire, allora, di quando hai pestato Ludwig
Schmeikl?
Io non ho mai... Colta sul fatto. Inutile negare ancora.
Come hai fatto a scoprirlo?
Ho visto suo padre da Knoller.
Liesel si nascose il viso tra le mani. Quando torn a scoprirlo,
fece la domanda cruciale: Lo hai detto a Mamma?
Scherzi? Ammicc a Max e le sussurr: Sei ancora viva,
no?
Quella sera fu anche la prima volta che Pap suon la fisarmonica
in casa, dopo mesi. Suon per una mezz'ora, finch
fece una domanda, rivolto a Max.
Ha imparato a suonare?
Il volto nell'angolo fissava le fiamme. S. Una pausa prolungata.
L'ho fatto fino ai nove anni. A quell'et, mia madre
vendette la sala da musica e smise di insegnare. Tenne solo
uno strumento, ma vi rinunci poco dopo che io rifiutai di
imparare. Ero uno sciocco.
No, rispose Pap. Era un ragazzo.
In quelle serate, Liesel Meminger e Max Vandenburg scoprirono
altre cose in comune fra loro. Nelle rispettive stanze,
sognavano i loro incubi e si svegliavano, una con un grido fra
le lenzuola che la soffocavano, l'altro con il respiro affannoso
presso un fuoco che faceva fumo.
A volte, quando Liesel leggeva con Pap, verso le tre del
mattino, entrambi udivano Max destarsi di soprassalto.
Sogna come te, disse Pap, e una volta, assillata dall'agitazione
di Max, Liesel si risolse a scendere dal letto. Ascoltando la sua
storia, si era fatta un'idea di che cosa vedesse in quei sogni, se
non proprio del momento preciso di ci che gli faceva visita
ogni notte.
Percorse in silenzio il corridoio, fino al salotto-stanza da
letto.
Max?
Il sussurro era soffice, avvolto nella gola del sonno.
Sulle prime non ci fu traccia di risposta, ma presto lui si
lev a sedere, frugando nell'oscurit.
Quando Pap era ancora nella sua camera, Liesel sedeva
dall'altro lato del caminetto rispetto a Max. Fra loro, Mamma
dormiva come un sasso, dando dei punti alla donna che russava
in treno.
Il fuoco non era che un funerale di fumo, morente e gi
morto nello stesso tempo. Quel mattino c'erano anche delle
voci.

. . . LO SCAMBIO DI INCUBI . . .

Ragazza: Dimmi, che cosa vedi quando dormi?
Ebreo: Vedo me stesso che si volta e dice addio.
Ragazza: Anch'io ho degli incubi.
Ebreo: Che cosa vedi?
Ragazza: Un treno, e mio fratello morto.
Ebreo: Tuo fratello?
Ragazza: Mor prima di arrivare qui, nel viaggio.
Ragazza ed ebreo, insieme: Ja... s.

Sarebbe bello dire che, dopo questa significativa svolta, n
Liesel n Max fecero pi brutti sogni. Sarebbe bello, ma non
vero. Continuarono ad avere gli incubi di sempre, come quando
senti dire che il miglior giocatore della squadra avversaria
potrebbe essere infortunato o malato, e invece eccolo l a scaldarsi
con gli altri compagni, pronto a scendere in campo. O
come un treno in orario, che arriva di notte tirandosi dietro
una fila di ricordi. Molti strattoni, molti scomodi sobbalzi.
L'unica cosa a cambiare fu che Liesel disse a Pap di essere
abbastanza cresciuta, ormai, da potersela vedere da sola con
i brutti sogni. Per un attimo lui parve un tantino ferito, ma,
come faceva sempre Pap, seppe dire la cosa giusta.
Bene, grazie a Dio, comment con un mezzo sogghigno,
almeno adesso potr dormire un po' come si deve. Quella
sedia mi ammazzava. Cinse la ragazza con un braccio e si
diressero insieme verso la cucina.
Con il passare del tempo, si cre una chiara distinzione fra
due mondi assai differenti: quello all'interno del 33 di Himmelstrasse,
e quello che si trovava e girava al di fuori. Il problema
era tenerli separati.
Nel mondo esterno, Liesel imparava a scoprirne qualche altra
consuetudine. Un pomeriggio, mentre tornava a casa con
la borsa del bucato vuota, not un giornale che faceva capolino
da un bidone della spazzatura. Era l'edizione del fine settimana
del Molching Express. Lo tir fuori e lo port a casa,
offrendolo a Max. Ho pensato che ti sarebbe piaciuto fare le
parole crociate per passare il tempo, gli disse.
Max apprezz il gesto, e, per giustificare il fatto di averlo
portato a casa, lesse il giornale da cima a fondo, e qualche ora
dopo le mostr il cruciverba, completo tranne per una parola.
Accidenti a quel diciassette verticale-, disse.
Nel febbraio del 1941, per il suo dodicesimo compleanno,
Liesel ricevette in dono un altro libro usato, e ne fu riconoscente.
S'intitolava L'uomo di fango, e parlava di un padre e
di un figlio piuttosto stravaganti. Abbracci Mamma e Pap,
mentre Max se ne stava a disagio nel suo angolo.
Alles gute zum Geburtstag, disse con un fievole sorriso.
I migliori auguri per il tuo compleanno. Teneva le mani
in tasca. Non lo sapevo, altrimenti t'avrei regalato qualcosa
anch'io. Una bugia bell'e buona, dal momento che non possedeva
nulla, a eccezione del Mein Kampf, e non aveva senso
regalare un libro tanto propagandistico a una giovane ragazza
tedesca. Sarebbe stato come se un agnello porgesse il coltello
al macellaio.
Un silenzio carico di disagio.
Liesel abbracci Mamma e Pap.
Max sembrava tanto solo.
Liesel inghiott, poi and verso di lui e, per la prima volta, lo
abbracci. Grazie, Max.
Sulle prime si limit a restare l impalato, ma quando Liesel si
strinse a lui le sue braccia pian piano si sollevarono, premendosi
con dolcezza sulle scapole della ragazza.
Soltanto pi tardi Liesel si avvide dell'espressione disperata
dipinta sul volto di Max Vandenburg: scopr allora che in quel
momento lui aveva deciso di farle un dono. Me lo immagino
spesso giacere sveglio tutta la notte, a pensare che cosa
regalarle.
Il dono le fu consegnato avvolto nella carta, una settimana
pi tardi.
Glielo diede nelle prime ore del mattino, prima di ritirarsi sotto
i gradini di cemento, che adesso era lieto di chiamare casa.

Pagine dalla cantina.

Per una settimana Liesel era stata tenuta rigorosamente lontana
dal seminterrato. Erano Mamma e Pap ad incaricarsi di
portare gi i pasti a Max.
No, Saumensch, le diceva Mamma ogni volta che si offriva
di farlo lei. C'era sempre una scusa nuova: Perch, tanto per
cambiare, non fai piuttosto qualcosa di utile qui, tipo finire di
stirare? Credi che portare la biancheria in giro per la citt sia
qualcosa di speciale? Prova tu a stirarla! Quando si ha la reputazione
di avere una lingua tagliente, si pu fare di nascosto
qualsiasi bella cosetta. Funziona.
In quella settimana Max aveva tagliato una serie di pagine
dal Mein Kampf, verniciandole tutte di bianco; poi, con dei
pioli su una corda, le aveva appese da un capo all'altro dello
scantinato. Il difficile venne quando furono asciutte. Max era
istruito quanto bastava per cavarsela, ma di sicuro non era uno
scrittore, n un artista. Nonostante ci, gir e rigir le parole
nella mente finch non riusc a metterle insieme senza errori.
Soltanto allora, sulla carta gonfiatasi e spiegazzatasi sotto la vernice
asciutta, incominci a scrivere la storia, servendosi di un
pennellino nero.

L'uomo che sovrasta.

Calcol che gli occorressero tredici pagine, perci ne vernici
trenta, prevedendo almeno il doppio di sbagli rispetto ai
successi. Fece alcune prove pratiche sulle pagine del Molching
Express, migliorando a poco a poco i suoi tratti goffi ed elementari
fino a un livello da lui ritenuto accettabile. Mentre lavorava,
poteva sentire le parole sussurrate da una ragazza. Ha i capelli
come piume, ripeteva di continuo.
Quando termin, si serv di un coltello per forare le pagine
e legarle assieme con un laccio. Ne risult un fascicoletto di
tredici pagine:

Per tutta la vita ho avuto paura degli uomini che mi sovrastano.

Suppongo che il primo a sovrastarmi fosse stato mio padre, ma  scomparso
prima che potessi ricordarmi di lui.

Quand'ero ragazzo mi piaceva fare a botte. La maggior parte delle volte perdevo.
Allora un altro ragazzo, a volte con il sangue che gocciolava dal naso, mi
sovrastava.

Molti anni dopo mi dovetti nascondere. Cercavo di non addormentarmi perch
avevo paura di chi avrei potuto trovare al mio risveglio.
Ma fui fortunato: era sempre il mio amico.

Mentre ero nascosto, sognai un uomo. La cosa pi difficile fu mettersi
in viaggio per trovarlo.

Grazie a una fortuna sfacciata e alla molta strada percorsa, ce la feci.

Dormii a lungo: tre giorni, mi dissero... E che cosa scoprii
quando mi svegliai? A sovrastarmi non c'era un uomo,
ma qualcun altro.

Con il passare del tempo, la ragazza e io scoprimmo di avere alcune cose in
comune.

TRENO. SOGNI. PUGNI.

Ma c' un fatto strano. La ragazza sostiene che io assomigli a qualcos'altro.

Adesso vivo in una cantina. I brutti sogni si fanno ancora vivi. Una notte, dopo
il mio solito incubo, un'ombra mi sovrastava. Mi ha chiesto: Dimmi che cosa
sogni. Gliel'ho detto.
In cambio, lei mi ha spiegato in che cosa consistessero i suoi sogni.

Ora credo che siamo amici, la ragazza e io. Per il suo
compleanno  stata lei a fare un regalo... a me. Mi ha fatto
capire come il migliore sovrastatore che abbia mai
conosciuto non fosse affatto un uomo...

PREZIOSO PREZIOSO PREZO PREZIOSO GIORNO ACQUA
MOVIMENTO GIORNO GIORNO.

Verso la fine di febbraio, quando Liesel si dest nel cuore
della notte, una sagoma s'insinu in camera sua. Com'era
abitudine di Max, era quanto pi vicino possibile a un'ombra
silenziosa.
Aguzzando gli occhi nel buio, Liesel pot appena individuare
indistintamente l'uomo che veniva verso di lei.
Ehi?...
Nessuna risposta.
Si ud il lievissimo rumore dei suoi piedi mentre si avvicinava
al letto e deponeva le pagine in terra, presso le calze di
Liesel. Le carte frusciarono, appena appena.
Ehi?
Stavolta una risposta ci fu.
Liesel non avrebbe saputo dire esattamente da dove provenissero
le parole; ci che importava, tuttavia, era che giungessero
fino a lei. Arrivarono, inginocchiandosi presso il suo
letto.
Un regalo di compleanno in ritardo. Domattina guarda.
Buonanotte.
Per un po' Liesel and alla deriva tra sonno e veglia, incerta
se avesse sognato o no la visita notturna di Max.
Al mattino, quando si svegli, vide le pagine sul pavimento.
Allung un braccio e le raccolse, udendo lo scricchiolio della
carta che le s'increspava fra le mani ancora intorpidite.

Per tutta la vita ho avuto paura degli uomini che mi
sovrastano...

Mentre le sfogliava, le pagine facevano un rumore come di
scariche elettrostatiche.

Tre giorni, mi dissero... E che cosa scoprii quando mi
svegliai?

Erano le pagine strappate dal Mein Kampf, immerse, soffocate
sotto uno strato di vernice.

Mi ha reso chiaro che il migliore sovrastatore che abbia mai
conosciuto...

Liesel lesse e rilesse tre volte il regalo di Max Vandenburg,
ognuna notando una diversa parola o tratto di pennello. Al
termine della terza lettura, discese dal letto quanto pi silenziosamente
poteva, e and nella stanza di Mamma e Pap. Lo
spazio a lui riservato presso il caminetto era vuoto.
Mentre ci pensava, si disse che in effetti era pi opportuno,
anzi meglio - perfetto - ringraziarlo l dove erano nate quelle
pagine.
Scese i gradini dello scantinato.
La distanza non era pi di qualche metro, ma fu un lungo
cammino arrivare fino ai teloni e alla catasta di latte di pittura
che nascondevano Max Vandenburg. Liesel rimosse i teli pi
vicini al muro finch non comparve un piccolo corridoio in
cui sbirciare.
La prima parte di lui che vide fu una spalla, e pian piano,
stentatamente, la ragazza infil una mano attraverso la fessura,
fino a toccarlo. I suoi abiti erano freddi. Non si svegli.
Percepiva il suo respiro e vedeva la sua spalla muoversi su e
gi, leggerissimamente. Per un po' rimase a guardarlo, poi si
sedette, appoggiandosi alla parete.
Sembrava che un'aria carica di sonnolenza l'avesse seguita.
Le parole scribacchiate per fare esercizio di lettura erano
splendide sul muro accanto alle stelle, spezzettate, infantili e
dolci. Li guardavano dormire entrambi, l'ebreo nascosto e la
ragazza, la mano sulla spalla.
Respiravano.
Polmoni tedeschi ed ebrei.
Uuomo che sovrasta giaceva presso la parete, intorpidito ma
soddisfatto, come un piacevole prurito ai piedi di Liesel
Meminger.
...
PARTE QUINTA. L'uomo che fischietta.

Contenente:
un libro galleggiante - i giocatori - un piccolo
fantasma - due tagli di capelli - giovinezza di Rudy - perdenti
e schizzi - un uomo che fischietta e
qualche scarpa - tre idiozie - e un ragazzo spaventato con le
gambe intirizzite.

Il libro galleggiante (Parte prima).

Un libro galleggiava sul fiume Amper.
Un ragazzo salt nell'acqua, l'afferr e lo strinse nella destra,
sogghignando, immerso fino alla vita nella gelida acqua di
dicembre.
Che ne diresti di un bacio, Saumensch? chiese.
L'aria tutto intorno era vivacemente, schifosamente fredda,
per non parlare del tangibile dolore provocato dall'acqua gelida,
che s'ispessiva dalla punta dei piedi fino ai fianchi.
Che ne diresti di un bacio?
Che ne diresti di un bacio?
Povero Rudy.

. . . UN BREVE COMMENTO CIRCA . . .
RUDY STEINER.

Non meritava di morire in quel modo.
Con la fantasia vedi i margini inzuppati della carta ancora
stretta fra le sue mani. Vedi una frangetta bionda che rabbrividisce.
L per l concluderesti, come me, che Rudy mor di freddo
quel giorno stesso. Niente affatto. Sono ricordi come questo
a rammentarmi che non meritava il destino al quale sarebbe
andato incontro di l a meno di un paio d'anni.
Per molti versi portare via un ragazzo come Rudy signific
per me commettere un furto - tanta vita ancora da spendere
- eppure, ne sono certa, la notte del suo trapasso gli sarebbe
piaciuto osservare le macerie terrificanti e il turgore del cielo.
Avrebbe pianto, si sarebbe girato e avrebbe sorriso, se solo
avesse potuto vedere la ladra di libri in ginocchio accanto al suo
corpo straziato. Sarebbe stato lieto di vederla baciargli le labbra
impolverate, vittime di una bomba.
S, lo so.
Nella tenebra del mio cuore dal battito cupo, lo so. Gli sarebbe
piaciuto di certo.
Visto?
Persino la morte ha un cuore.

I giocatori (Un dado a sette facce).

Ho deciso di non essere gentile. Ti roviner il finale, e non
solo del libro, ma di questa parte specifica. Ho gi anticipato
due fatti, perch non mi piace fare la misteriosa. Il mistero mi
annoia. So gi che cosa succeder, e ora lo sai anche tu;  il
percorso che ci ha condotti qui che mi inquieta e mi affascina.
Abbiamo ancora molte riflessioni da fare.
Dobbiamo prima di tutto parlare di un libro intitolato L'uomo
che fischietta, e del motivo per cui fin a mollo nelle acque
dell'Amper prima del Natale del 1941.
Allora, siamo d'accordo.
Procederemo cos.

Tutto cominci con un gioco d'azzardo. Getta un dado,
nascondi un ebreo, ed  cos che potrai sopravvivere. Cos pare,
almeno.

 Il taglio dei capelli: met aprile 1941.

La vita incominci se non altro a imitare la normalit. Hans e
Rosa Hubermann discutevano in salotto, anche se a voce molto
pi bassa di quanto fossero soliti fare. Liesel, di solito, era testimone
di quelle liti.
Il motivo di una nuova discussione aveva avuto origine la
notte precedente, in cantina, dove Hans e Max sedevano fra
latte di pittura, teloni e parole. Max aveva chiesto se Rosa fosse
in grado di tagliargli i capelli. Mi finiscono sempre negli
occhi, aveva detto, e Hans aveva risposto: Vedr che cosa
posso fare.
La sera seguente Rosa rovistava nei cassetti, scaraventando
addosso a Pap insulti misti alle cianfrusaglie che vi scovava:
Dove sono quelle dannate forbici?
Non sono nel cassetto in basso?
Ho gi controllato.
Forse non le hai viste.
Ti sembro cieca? Rialz il capo, e grid: Liesel!
Eccomi.
Hans si tur le orecchie. Accidenti, donna, perch mi
assordi?
Zitto, Saukerl. Rosa si rivolse alla ragazza: Liesel, dove
sono le forbici? Liesel non ne aveva idea. Sei proprio una
buona a nulla, Saumensch!
Lasciala in pace.
Altre parole volarono tra la donna dal viso di cartone e l'uomo
dagli occhi d'argento, finch Rosa non sbatt il cassetto.
Poi, con lui farei sicuramente un disastro.
Un disastro? Pap, in quel momento, pareva pronto a
strappare i propri, di capelli, per la rabbia, ma la sua voce
si ridusse a un sussurro a malapena udibile. E chi diavolo
vuoi che lo veda? Fece per aggiungere qualcos'altro, ma fu
distratto dalla comparsa discreta di Max Vandenburg, che si
ferm educatamente sulla porta, imbarazzato. In mano aveva
le sue forbici, e fece un passo avanti, porgendole non ad Hans
o a Rosa, ma alla ragazzina dodicenne. Gli era parsa la soluzione
migliore. Gli trem un attimo la bocca, prima di dire:
Potresti?...
Liesel prese le forbici e le scrut: qui arrugginite, l lustre.
Si volse verso Pap, e, quando lui annu, segu Max in cantina.
L'ebreo sedette su una latta di vernice. Un piccolo canovaccio
gli venne appoggiato sulle spalle. Puoi fare tutti gli sbagli
che vuoi, disse alla ragazza.
Pap prese posto sui gradini.
Liesel sollev la prima ciocca della chioma di Max
Vandenburg.
Mentre tagliava i soffici capelli, si stupiva del rumore prodotto
dalle forbici: non era il suono di un taglio, bens un tritare
di lame metalliche, come per mietere fasci di steli.
Al termine dell'opera, in certi punti un po' eccessiva, un po'
storta in altri, Liesel risal con i capelli in mano, per gettarli
nella stufa. Accese un fiammifero, osservando i ciuffi contorcersi
e afflosciarsi, arancione e rossi.
Max era di nuovo sulla porta, stavolta presso i gradini dello
scantinato. Grazie, Liesel. La sua voce era alta e roca, e vi
risuonava l'eco di un sorriso segreto.
Non aveva ancora finito di parlare che gi era nuovamente
scomparso, gi sottoterra.

Il giornale: primi di maggio.

C' un ebreo nella mia cantina.
C' un ebreo. Nella mia cantina.

Liesel Meminger ud quelle parole mentre sedeva sul pavimento
della stanza piena di libri, in casa del sindaco. Aveva accanto
un fagotto di panni da lavare, e la figura spettrale della
moglie del sindaco sedeva tutta curva sulla scrivania. Di fronte
a lei, Liesel leggeva L'uomo che fischietta, pagine 22 e 23. Alz
gli occhi, immaginando se stessa scostarle con garbo qualche
ciocca arruffata e sussurrare all'orecchio della donna: C' un
ebreo nella mia cantina.
Il libro le tremava in grembo, aveva il segreto sulla punta
della lingua. Si mise comoda, incrociando le gambe.
Dovrei andare a casa. Stavolta lo disse realmente. Aveva le
mani tremanti. Nonostante un accenno di sole in lontananza,
una lieve brezza s'insinuava nella finestra aperta, assieme alla
pioggia che cadeva come segatura.
Mentre Liesel andava verso lo scaffale per rimettere il libro
al suo posto, la sedia della donna urt il pavimento, e la
moglie del sindaco si avvicin. Alla fine era sempre cos. Per
un attimo si disegnarono dolci anelli di rughe di sofferenza,
mentre allungava il braccio e riprendeva il volume. Lo offr
alla ragazza.
Liesel si scherm.
No, grazie, disse, a casa ho gi abbastanza libri. Magari
un'altra volta. Rileggo qualcos'altro con Pap. Sa, il libro che
quella sera ho rubato dal fal.
La moglie del sindaco annu. Se si pu dire una cosa sul
conto della ladra di libri,  che non faceva nulla senza motivo.
Rubava libri unicamente se riteneva che ci fosse la necessit.
Attualmente, ne aveva abbastanza. Ormai aveva letto quattro
volte Gli uomini di fango e le piaceva riprendere in mano
Un'alzata di spalle. Inoltre ogni sera, prima di coricarsi, riapriva
anche l'infallibile Manuale del necroforo, dentro il quale era
profondamente seppellito L'uomo che sovrasta. Ne sussurrava
senza suono le parole, ne rigirava lentamente le pagine
rumorose.
Arrivederci, Frau Hermann.
Usc dalla biblioteca, attravers l'atrio dal pavimento di legno
e la mostruosa porta d'ingresso. Com'era sua abitudine,
indugi un poco sui gradini, a guardare Molching sotto di lei.
Quel pomeriggio la citt era coperta da una foschia giallina,
che accarezzava i tetti come cuccioli e colmava le vie come un
bagno.
Quando torn nella Mnchenstrasse, la ladra di libri scans
qua e l uomini e donne con gli ombrelli: una ragazza in mantellina
che andava senza vergogna da un bidone della spazzatura
all'altro. Come un orologio.
Qui!
Rise rivolta alle nuvole color rame, esultante, prima di ficcarci
dentro una mano e tirarne fuori il giornale malridotto.
Per quanto la prima e l'ultima pagina fossero schizzate di gocce
di vernice nera, lo pieg con cura a met, cacciandoselo
sotto il braccio. Cos ogni gioved, negli ultimi mesi.
Ormai per Liesel Meminger il gioved era rimasto l'unico
giorno di consegna, e di solito le fruttava qualche cosa. Mai
che venisse meno quel senso di vittoria ogni volta che trovava
un Molching Express o qualche altra pubblicazione. Trovare
un giornale rendeva positiva la giornata. Se poi era una copia
in cui le parole crociate non erano state fatte, era una gran
giornata. Tornava a casa, si chiudeva la porta alle spalle e lo
portava gi a Max Vandenburg.
Parole crociate? chiedeva lui.
Vuote.
Magnifico.
L'ebreo sorrideva, accettando l'involto di carta e mettendosi
a leggere nell'avara luce dello scantinato. Spesso Liesel
rimaneva ad osservarlo mentre si concentrava nella lettura del
giornale, faceva le parole crociate, poi ricominciava a leggerlo
da capo a fondo.
Ora che il tempo si faceva pi tiepido, Max rimaneva sempre
in cantina. Durante il giorno la porta del seminterrato veniva
lasciata aperta per permettere a un tenue riflesso di luce
diurna di scendere fino a lui dal corridoio. Non che di per s
la stanza fosse precisamente inondata di sole, ma in certe circostanze
si piglia quello che c'. Una luce fievole era pur sempre
meglio che niente, e bisognava essere economi. Il kerosene
non era ancora giunto a un livello pericolosamente basso, ma
era meglio usarne il meno possibile.
Di solito Liesel si sedeva su un tendone, e leggeva mentre
Max faceva le parole crociate. Stavano a qualche metro di distanza,
parlando assai di rado, e di fatto non s'udiva che il
rumore delle pagine girate. Spesso Liesel lasciava i suoi libri
a Max, perch leggesse quando lei era a scuola. Mentre Hans
Hubermann ed Erik Vandenburg erano stati uniti sostanzialmente
dalla musica, Max e Liesel lo erano da un silenzioso
legame di parole.
Ciao, Max.
Ciao, Liesel.
Sedevano a leggere.
Qualche volta lei lo osservava. Stabil che il modo migliore
di definirlo era un quadro pallido. Pelle beige sbiadito. Una
palude in ogni occhio. Il suo era il respiro di un fuggiasco:
disperato. Solo il suo petto tradiva la vita.
Sempre pi spesso Liesel chiudeva gli occhi e chiedeva a
Max di interrogarla sulle parole che sbagliava di continuo. Allora
si alzava e le scriveva sul muro, ovunque, anche una dozzina
di volte. Max Vandenburg e Liesel Meminger aspiravano
insieme l'odore dei vapori di vernice e di cemento.
Ciao, Max.
Ciao, Liesel.
A letto, la ragazza rimaneva sveglia a pensarlo sotto di lei,
gi in cantina. Nelle sue fantasie notturne, lui dormiva sempre
completamente vestito, scarpe comprese, casomai dovesse
fuggire di nuovo. Dormiva con un occhio solo.

 Il meteorologo: met maggio.

Liesel apr contemporaneamente la porta e la bocca.
La sua squadra aveva stracciato quella di Rudy per 6-1, e
la ragazza si era precipitata in casa trionfante, a raccontare a
Mamma e Pap delle reti che aveva segnato. Poi era corsa gi
in cantina a descriverle una per una a Max, che pos il giornale
per ascoltarla con pi attenzione e ridere con lei.
Conclusa la cronaca dei goal, rimasero qualche minuto in
silenzio, finch Max non rialz lentamente lo sguardo. Liesel,
faresti una cosa per me?
Ancora eccitata dalla partita, la ragazza salt su dai teloni.
Non lo disse apertamente, ma il suo movimento manifestava
con chiarezza la sua volont di fare ci che lui desiderava.
Mi hai detto tutto dei goal, disse lui, ma non so che giornata
sia fuori. Non so se hai segnato le tue reti al sole, o se era
tutto coperto di nuvole. Con una mano si strofin i capelli
tagliati corti, mentre i suoi occhi liquidi imploravano la pi
semplice delle cose semplici. Potresti andare su e dirmi che
tempo fa?
Naturalmente Liesel si affrett su per la scala. Si ferm a
 qualche passo dalla porta sporca di sputi e guard in giro,
osservando il cielo.
Quando ridiscese nel seminterrato, glielo disse.
Oggi il cielo  azzurro, Max, e c' una nuvola grossa e
lunga che si stende come una corda. Alla fine, il sole  come
un buco giallo...
In quel momento Max cap che solo una bambina poteva
comunicargli in quel modo che tempo facesse. Dipinse sul
muro una lunga corda strettamente annodata, con all'estremit
un sole giallo con i raggi. Al di sopra della nuvola disegn
due figurine - una ragazza esile ed un ebreo macilento - che
camminavano verso quel sole con i raggi. Sotto, scrisse la seguente
frase:

. . . PAROLE SCRITTE SUL MURO . . .
DA MAX VANDENBURG.

Era un luned, e camminavano verso il sole
su una corda tesa.

Il pugile: fine di maggio.

Per Max Vandenburg non c'erano che cemento freddo e un
sacco di tempo da far passare.
I minuti erano crudeli.
Le ore, un castigo.
Ogni istante di veglia pesava su di lui la mano del tempo,
che non esitava a strizzarlo: sorrideva, lo spremeva e lo lasciava
vivo. Che grande perfidia pu esserci nel consentire a
qualcuno di vivere.
Almeno una volta al giorno Hans Hubermann scendeva i
gradini dello scantinato per fumare un po' con lui. Di tanto
in tanto Rosa gli portava una crosta di pane avanzata. Era
tuttavia quando scendeva Liesel che Max ritrovava pi interesse
per la vita. Sulle prime cerc di resistere, ma si faceva
pi difficile ogni giorno che la ragazza compariva, tutte le
volte con un nuovo rapporto meteorologico, fosse di cielo
azzurro, di nuvole di cartone o d'un sole che splendeva come
se Iddio si sdraiasse dopo avere mangiato troppo a pranzo.
Quando era solo, la sua sensazione pi distinta era di
scomparire. Tutti i suoi abiti erano grigi - lo fossero stati o
meno fin da principio - dai pantaloni al maglione di lana alla
giacca che adesso gli cascava dalle spalle come acqua. Spesso
controllava se gli si squamava la pelle, perch era come se si
squagliasse.
Ci di cui aveva bisogno era fare una serie di progetti. Il
primo era allenarsi. Incominci con delle flessioni, sdraiandosi
a pancia in gi sul freddo pavimento di cemento, poi
sollevandosi. Gli sembrava che le braccia gli si strappassero
ai gomiti, e immaginava il proprio cuore sgusciargli fuori,
per cascare penosamente al suolo. Da ragazzo, a Stoccarda,
riusciva a fare cinquanta flessioni senza fermarsi; ora, a ventiquattro
anni, forse sei chili al di sotto del suo peso abituale,
a malapena poteva arrivare a dieci. Dopo una settimana
portava a termine tre serie di sedici flessioni l'una e ventidue
addominali. Quando finiva si sedeva contro la parete della
cantina con le sue amiche latte di vernice, avvertendosi nei
denti il battito del cuore. Si sentiva i muscoli come pappa.
Di tanto in tanto si domandava se valesse la pena fare tanti
sforzi. Talvolta, per, quando il battito del cuore si tranquillizzava
e il suo corpo tornava a funzionare, spegneva la lampada
e si alzava in piedi nel buio della cantina.
Aveva ventiquattro anni, eppure fantasticava ancora.
Nell'angolo blu, commentava sottovoce, abbiamo il
campione del mondo, il capolavoro della razza ariana... il
Fhrer. Respir a fondo e si volse. E nell'angolo rosso abbiamo
l'ebreo, lo sfidante dal muso di topo... Max
Vandenburg.
Intorno a lui, tutto prendeva forma.
Una luce bianca scendeva sul quadrato del ring, mentre la
folla si assiepava tutto intorno: il brusio di un gran numero
di persone che parlano tutte insieme. Ma che cos'avevano
da dire tutti allo stesso tempo? Il ring era perfetto. Tappeto
intatto, corde robuste. Persino le fibre di ogni spessa fune
erano impeccabili, lustre nella tagliente luce bianca. La sala
puzzava di sigarette e di birra.
Adolf Hitler era nell'angolo opposto, con i suoi secondi.
Le gambe gli spuntavano da un accappatoio rosso e bianco,
con una svastica nera impressa sul dorso. Aveva i baffi come
saldati sulla faccia. Il suo allenatore, Goebbels, gli sussurrava
qualche parola. Hitler saltellava da un piede all'altro,
sorridendo. Il sorriso si allarg ulteriormente mentre l'annunciatore
elencava le sue numerose vittorie, tutte fragorosamente
applaudite dalla folla adorante. Imbattuto! strill
l'annunciatore. Vittorioso su molti giudei e sulle molte altre
minacce all'ideale tedesco! Herr Fhrer, concluse, noi ti
salutiamo! E la folla proruppe in grida di entusiasmo.
Poi, quando tutti si furono placati, fu la volta dello
sfidante.
L'annunciatore si volse in direzione di Max, tutto solo nel
suo angolo. Niente accappatoio, niente secondi: soltanto un
giovane ebreo dall'alito cattivo, il petto nudo e mani e piedi
stanchi. Naturalmente, portava calzoncini grigi. Anche lui
saltellava da un piede all'altro, ma il minimo indispensabile,
per non sprecare energie. Aveva sudato molto in palestra per
raggiungere il peso adatto.
Lo sfidante! esclam l'annunciatore. Di... fece una
pausa ad effetto ...sangue ebraico. La folla emise un boato,
di riprovazione. Peso...
Il resto non si ud neppure, sommerso dagli insulti della
platea; Max fiss il suo avversario liberato dell'accappatoio,
mentre si portava al centro del quadrato per ascoltare le regole
e stringergli la mano.
Guten Tag, Herr Hitler, disse Max con un cenno del
capo, ma il Fhrer si limit a mostrargli i denti gialli, per poi
nasconderli nuovamente dietro le labbra.
Signori, esord un massiccio arbitro in pantaloni neri e
camicia azzurra, con al collo una cravatta a farfalla, in primo
luogo, dovr essere un combattimento leale. Poi si rivolse
soltanto al Fhrer. A meno che, naturalmente, Herr Hitler,
lei non si trovi in difficolt. Se dovesse accadere, sar dispostissimo
a chiudere un occhio su qualunque tattica poco scrupolosa
lei adotti per spedire al tappeto questa fetente schifezza
ebraica. Annuiva con grande cortesia.  chiaro?
Il Fhrer pronunci allora la sua prima parola:
Chiarissimo.
A Max l'arbitro elarg un avvertimento: In quanto a lei,
caro il mio ebreo, se fossi al suo posto starei molto attento a
dove metto i piedi. Davvero molto attento, e furono rimandati
entrambi ai rispettivi angoli.
Segu un breve momento di silenzio.
La campana.
Il primo a farsi sotto fu il Fhrer, ossuto e goffo sulle gambe:
corse verso Max, sferrandogli con decisione un pugno in
faccia. La folla esult, con l'eco della campana ancora nelle
orecchie, e sorrisi compiaciuti saltarono al di l delle corde.
Una nuvoletta di fiato sfuggiva dalla bocca di Hitler mentre le
sue mani tempestavano il viso di Max, centrandolo pi volte
alle labbra, al naso, al mento, e Max non si era neppure ancora
spinto fuori del suo angolo. Per proteggersi dall'attacco
teneva alta la guardia, ma allora il Fhrer mir alle costole,
ai reni, ai polmoni. Oh, gli occhi, gli occhi del Fhrer: di un
bellissimo color nocciola - come gli occhi degli ebrei - e cos
risoluti che persino Max rimase un attimo paralizzato quando
li scorse in mezzo al vivace turbinare dei guantoni.
Ci fu un'unica ripresa, che dur ore, e per la maggior parte
del tempo nulla cambi.
Il Fhrer pestava l'ebreo, ridotto a un saccone da
allenamento.
C'era sangue ebreo dappertutto.
Come rosse nuvole da pioggia sul tappeto sotto i loro piedi,
bianco come il cielo.
Alla fine le ginocchia di Max incominciarono a cedere, gli
zigomi gli gemevano silenziosamente, e la faccia compiaciuta
del Fhrer si disfaceva un pezzo per volta, finch sconfitto,
battuto e stroncato l'ebreo si abbatt al suolo.
In primo luogo, un ruggito.
Poi silenzio.
L'arbitro cont. Aveva un dente d'oro e fitti peli nelle narici.
Lentamente Max Vandenburg, l'ebreo, si rimise in piedi,
raddrizzandosi. La sua voce bofonchi un invito: Fatti sotto,
Fhrer, disse, e stavolta, mentre Adolf Hitler fronteggiava il
suo avversario giudeo, Max fece un passo di lato, incastrandolo
nell'angolo. Lo colp parecchie volte, mirando ogni volta
ad una cosa sola: i baffi.
Al settimo pugno manc il bersaglio, e fu il mento del Fhrer
a riceversi la botta. D'un tratto sbatt contro le corde,
piegandosi in due e cadendo sulle ginocchia. Stavolta non fu
contato. L'arbitro si ritir in un angolo. Il pubblico sedette
nuovamente, tornando alle sue birre. In ginocchio, il Fhrer
controll se perdeva sangue e si ravvi i capelli, da destra a
sinistra. Quando si rimise in piedi, fra gli applausi di migliaia
di spettatori, avanz e fece una cosa stranissima: volse le spalle
all'ebreo e si tolse i guantoni dai pugni.
La folla era sbalordita.
Rinuncia, bisbigli qualcuno, ma, dopo qualche istante,
Adolf Hitler era alle corde, e si rivolgeva all'arena.
Amici tedeschi, proclam, qui stasera avete visto qualcosa,
no? Con il petto nudo, lo sguardo vittorioso, addit
Max. Avete visto che ci che ci troviamo di fronte  qualcosa
di molto pi sinistro e potente di quanto immaginassimo. Lo
vedete? S, Fhrer, gli fu risposto.
Non vedete forse che questo nemico s' aperto le sue strade
- le sue spregevoli strade - attraverso la nostra corazza, ed
 chiaro che non posso rimanere a combatterlo da solo? Le
parole erano visibili: gli cadevano dalla bocca come gioielli.
Guardatelo! Dategli una bella occhiata. Guardarono tutti
il sanguinante, maledetto Max Vandenburg. Mentre noi
parliamo, lui s'insinua fra i vostri vicini.  alla porta accanto.
Vi infetta con la sua famiglia ed  sul punto di sopraffarvi.
Lui... Hitler lo squadr un attimo con disgusto, presto
sar il vostro padrone, finch sar lui a trovarsi non dietro
il bancone della vostra drogheria, ma nel retrobottega, a fumarsi
la pipa. Prima di rendervene conto lavorerete per lui a
un salario da fame, mentre lui faticher a camminare, tanto
pesanti sono le sue tasche. Vi limiterete a starvene qua e a lasciarglielo
fare? Farete come in passato i vostri capi, quando
cedettero la nostra terra a chiunque, quando vendettero la
nostra patria al prezzo di qualche firma? Ve ne rimarrete qui
impotenti? Oppure, e la sua voce crebbe d'un grado, salirete
tutti con me su questo ring?
Max si scosse. L'orrore gli singhiozzava nello stomaco.
Adolf lo fin. Salirete anche voi quass, in modo da riuscire
a sconfiggere insieme questo nemico?
Nello scantinato del 33 della Himmelstrasse Max Vandenburg
incassava i pugni dell'intera nazione. A uno a uno salivano
sul ring a picchiarlo. Lo fecero sanguinare. Lo fecero
soffrire: milioni... fino a un'ultima volta, quando si ritrov a
terra...
Guard il nuovo avversario. Era una ragazza, e, mentre attraversava
lentamente il quadrato, not che una lacrima le
rigava la guancia sinistra. Teneva nella destra un giornale.
Le parole crociate sono vuote, disse con dolcezza, e glielo
porse.
Buio.
Pi nulla, adesso, tranne il buio.
Solo una cantina. Solo un ebreo.

Il nuovo sogno: qualche notte dopo.

Era pomeriggio. Liesel discese i gradini del seminterrato.
Max era a met delle sue flessioni.
Per un po' stette a guardarlo senza che lui se ne accorgesse,
e quando venne a sedersi con lui, Max si alz, appoggiandosi
al muro. Ti ho detto che ultimamente ho fatto un altro sogno?
le chiese.
Liesel si spost un poco, per vederlo in faccia.
Per quando sono sveglio sogno questo. Fece un cenno
verso la lampada a kerosene spenta. Qualche volta spengo la
lanterna, mi metto qui e aspetto.
Che cosa aspetti?
Non che cosa, chi, la corresse Max.
Per qualche istante Liesel non disse nulla. Era una di quelle
conversazioni che richiedono che tra una frase e l'altra passi
un certo tempo, perch faccia il suo effetto. Chi aspetti?
Max non si mosse. Il Fhrer. Lo disse con tutta tranquillit.
 per questo che mi alleno.
Fai le flessioni?
Giusto. Si diresse verso il muro di cemento. Ogni notte
aspetto al buio, e il Fhrer scende quei gradini. Viene gi e ci
prendiamo a pugni per ore, lui e io.
Adesso Liesel era in piedi. Chi vince?
Sulle prime Max fu sul punto di dire che non vinceva nessuno,
ma poi not, ai margini del suo campo visivo, le latte di
vernice, i teloni e la pila sempre pi alta di giornali. Guard
le parole ed i disegni sulla parete.
Vinco io, rispose.
Fu come se le avesse aperto il palmo della mano, vi avesse
deposto le sue parole e l'avesse richiuso.
Sottoterra, a Monaco, in Germania, due persone parlavano
in una cantina. Sembra l'inizio di una barzelletta: Allora,
ci sono un ebreo e una tedesca in una cantina...
Tuttavia non era una barzelletta.

I pittori: primi di giugno.

Un altro dei progetti di Max riguardava le pagine restanti
di Mein Kampf. Ognuna venne accuratamente strappata e
distesa al suolo per ricevere uno strato di vernice; poi stesa
ad asciugare e ricollocata dentro la copertina. Quando un
giorno, dopo la scuola, Liesel scese in cantina, trov Max,
Rosa e Pap intenti a dipingere le varie pagine. Molte erano
gi appese con pioli a una corda, come dovevano gi avere
fatto con L'uomo che sovrasta.
Tutti e tre alzarono li occhi e dissero: Ciao, Liesel.
Qui c' un pennello, Liesel.
Era ora, Saumensch. Dove sei stata fino adesso?
Quando si mise a verniciare, Liesel pensava a Max Vandenburg
che si batteva con il Fhrer, proprio come gliel'aveva spiegato lui.
...
.
...
FINE Parte 1.
